Super El Niño, Vortice Polare ed effetti in Europa: intervista esclusiva al celebre climatologo americano Zeke Hausfather ai microfoni di MeteoWeb

Il ricercatore di Berkeley Earth e autore dell'IPCC spiega cosa può davvero provocare un Super El Niño, perché non esiste alcun automatismo con il Vortice Polare e quali scenari attendono l'Europa nei prossimi mesi

L’impatto delle anomalie termiche nel Pacifico equatoriale sulla circolazione atmosferica globale è al centro del dibattito scientifico internazionale. Per fare chiarezza sulla reale catena di trasmissione tra tropici, stratosfera e bacino del Mediterraneo – al di là dei facili sensazionalismi – abbiamo analizzato la dinamica in atto con uno dei più autorevoli esperti del settore, il climatologo Zeke Hausfather.

Zeke Hausfather è Climate Research Lead presso Stripe/Frontier e ricercatore scientifico presso Berkeley Earth, uno dei centri indipendenti di monitoraggio delle temperature globali più prestigiosi al mondo. Autore del Sesto Rapporto dell’IPCC (AR6) ed ex analista principale di Carbon Brief, è considerato tra le voci più autorevoli a livello globale nell’analisi dei modelli climatici, delle teleconnessioni planetarie e dell’impatto di eventi macro-climatici come El Niño sulle temperature terrestri. In questa intervista esclusiva per MeteoWeb, il Dott. Hausfather analizza la reale fisica dietro El Niño, il reale rischio di Sudden Stratospheric Warming (SSW), l’aumento dell’energia convettiva (CAPE) sui mari europei e la profonda trasformazione in atto nel mestiere del meteorologo nell’era dell’Intelligenza Artificiale.

​Di seguito, il testo integrale delle domande e delle risposte.

1) Zeke, quando si parla di un evento di “Super El Niño”, il grande pubblico tende a immaginare un effetto diretto e immediato sulle temperature globali. Dal punto di vista della meccanica atmosferica, potresti spiegarci attraverso quali vettori fisici un’anomalia termica confinata nel Pacifico equatoriale riesce a influenzare il tempo meteorologico in Europa?

È utile separare due concetti molto diversi. Il primo è la risposta termica globale: El Niño riorganizza i luoghi in cui il Pacifico tropicale immagazzina e rilascia calore; man mano che la convezione si sposta verso est su acque più calde, l’oceano cede calore all’atmosfera. Questo segnale è solido e quantificabile: la temperatura globale risponde con circa +0,1 °C per ogni unità (1 °C) dell’Index Oceanic Niño (ONI), raggiungendo il picco circa tre mesi dopo il massimo dell’ENSO. È il motivo per cui il 2024 è stato più caldo del 2023, ed è per questo che l’evento attuale darà una spinta termica al 2026 e all’inizio del 2027.

Il secondo aspetto è la risposta della circolazione regionale, che per l’Europa è molto più debole e meno diretta rispetto al Nord America. Lo spostamento della convezione tropicale innesca onde di Rossby su scala planetaria verso i poli, ma le traiettorie di teleconnessione più chiare impattano la regione del Pacifico-Nord America. Il segnale più nitido per l’Europa arriva nel tardo inverno, in parte attraverso la stratosfera, e storicamente assomiglia a un’inclinazione verso la fase negativa della NAO (North Atlantic Oscillation): più freddo al nord, più umido al sud. Per l’Europa, El Niño “trucca i dadi” solo leggermente; non ha affatto un effetto così prevedibile come in altre aree del pianeta.

2) Molti studi evidenziano che gli effetti più marcati di un forte ENSO (El Niño-Southern Oscillation) sul continente europeo si manifestano durante la stagione invernale, spesso mediati dalla stratosfera. Qual è il reale potenziale di questo Super El Niño nell’innescare un Sudden Stratospheric Warming (SSW) e la conseguente destabilizzazione del Vortice Polare?

Il meccanismo fisico è reale: El Niño accentua l’attività delle onde planetarie che si propagano nella stratosfera, riscaldandola e indebolendo il Vortice Polare. I lavori di modellistica mostrano infatti che il segnale tardo-invernale europeo si concretizza prevalentemente attraverso questa via. Tuttavia, eviterei un approccio troppo deterministico.

I dati osservativi mostrano che gli SSW (Sudden Stratospheric Warming) sono più frequenti negli inverni ENSO rispetto agli inverni neutrali, con una probabilità pressoché identica sia sotto El Niño che sotto La Niña. Il super El Niño del 2015/16 è un classico monito: quell’inverno il Vortice Polare rimase forte e la NAO tendente al positivo. Pertanto, un forte El Niño aumenta leggermente le probabilità di una rottura del vortice (rispetto a una media storica di circa un SSW ogni due inverni), ma non garantisce nulla. Va inoltre notato che, poiché i tropici si sono riscaldati così tanto nel complesso, metriche relative come il RONI (Relative Oceanic Niño Index) valutano questo evento come significativamente più debole rispetto all’indice grezzo, il che impone ulteriore cautela sulla forza reale delle teleconnessioni.

3) Attualmente, la Quasi-Biennial Oscillation (QBO) si trova in una fase occidentale (wQBO). Sappiamo che l’accoppiata tra una QBO occidentale e un forte El Niño può generare segnali contrastanti. Come si inserisce questa complessa interazione nei modelli previsionali a lungo termine?

I modelli gestiscono questo conflitto con un’onestà “brutale”: i moderni modelli stagionali inizializzano i venti stratosferici osservati, simulano entrambe le teleconnessioni internamente e lasciano che la dispersione dell’ensemble esprima l’incertezza. Una QBO occidentale tende a favorire un vortice più forte e stabile (secondo la relazione di Holton-Tan), spingendo in direzione opposta rispetto all’azione destabilizzante di El Niño.

I modelli, tuttavia, sottostimano sistematicamente l’ampiezza di queste teleconnessioni extratropicali — il cosiddetto signal-to-noise problem — motivo per cui i previsori spesso si fidano più della direzione del segnale previsto che della sua magnitudo. Quando due fattori interferiscono, la confidenza della previsione diminuisce. La mia gerarchia di confidenza per la stagione fredda è: alta sul riscaldamento medio globale, moderata sul comportamento stratosferico, bassa su qualsiasi specifico risultato regionale europeo.

4) Spostandoci sulla stagione calda e di transizione, negli ultimi anni abbiamo assistito a una frequenza impressionante di eventi di Cyclonic Wave Breaking (CWB) sull’Atlantico orientale. In che modo il surplus termico globale rilasciato da El Niño rischia di esacerbare questi pattern, e quali sono le conseguenze per il Mediterraneo in termini di ondate di calore sahariane?

Qui farei molta attenzione alla catena causale. Il legame tra ENSO e la circolazione estiva o delle stagioni di transizione nel settore euro-atlantico è debole e non solido; non attribuirei un particolare pattern di blocco o un episodio di wave-breaking a El Niño.

Ciò che El Niño fa chiaramente è alzare la baseline globale per 12-18 mesi, sopra la soglia di oltre +1,3 °C di riscaldamento antropico già presente nel sistema. Quando un promontorio subtropicale si estende e richiama aria sahariana attraverso il Mediterraneo, quell’aria parte già più calda, il mare sottostante è più caldo e l’ondata di calore risultante è più intensa di quanto non sarebbe stata decenni fa a parità di configurazione sinottica. Le strutture sinottiche dipendono per lo più dalla variabilità atmosferica interna, ma le loro conseguenze sono sistematicamente peggiorate dal riscaldamento di fondo, con El Niño che aggiunge un ulteriore tassello temporaneo.

5) Parliamo dei fenomeni estremi. Con mari europei sempre più caldi e un’atmosfera carica di calore latente a causa dell’effetto combinato del global warming e di El Niño, cosa dobbiamo aspettarci sul fronte dell’energia convettiva (CAPE)? Stiamo andando incontro a una americanizzazione dei temporali europei?

L’argomento termodinamico è solido: mari più caldi, in particolare un Mediterraneo che ha registrato temperature record, immettono più umidità nei bassi strati. Le analisi evidenziano un trend di maggiore instabilità su diverse aree d’Europa. Più CAPE (Convective Available Potential Energy) significa un limite più alto per la dimensione della grandine, l’intensità dei downburst e i tassi di pioggia estrema. Gli eventi recenti nella Pianura Padana e nelle fasce prealpine rientrano perfettamente in questo quadro.

Tuttavia, parlare di “americanizzazione” è una forzatura. Le Grandi Pianure statunitensi devono la loro climatologia temporalesca a una configurazione geografica che l’Europa semplicemente non possiede: un nastro trasportatore di umidità dal Golfo del Messico che incontra aria secca d’alta quota con un forte shear del vento. L’Europa sta andando incontro a temporali più energetici, non verso la Tornado Alley. L’impronta specifica di El Niño su questo aspetto è modesta: il riscaldamento del Mediterraneo è guidato da dinamiche regionali e dal trend a lungo termine, non dal Pacifico tropicale.

6) Un’ultima domanda, Zeke. Di fronte a scenari così complessi e non lineari, come sta evolvendo il ruolo del meteorologo professionista nella catena della prevenzione e della protezione civile?

Rispondo da scienziato del clima che lavora a stretto contatto con i previsori. La direzione è chiara: il compito della previsione grezza è sempre più automatizzato, con gli ensemble e i nuovi modelli basati sull’IA che producono analisi accurate a costi contenuti.

Il valore del professionista si sta spostando sugli aspetti che le macchine non sanno gestire: quantificare con onestà il grado di incertezza, tradurre le previsioni probabilistiche in avvisi basati sull’impatto reale (impact-based warnings), conoscere le vulnerabilità territoriali locali che trasformano un evento meteo in un disastro, e comunicare l’incertezza ad autorità e pubblico per attivare le giuste misure di protezione. In un clima in fase di riscaldamento, in cui l’esperienza del passato non rispecchia più sempre il rischio presente, questo ruolo interpretativo e comunicativo diventa fondamentale.

L’analisi di Zeke Hausfather ci consegna una riflessione di fondamentale importanza: la fisica dell’atmosfera non può e non deve essere ridotta a vettori deterministici o a facili allarmismi. Se da un lato il riscaldamento globale di fondo e il surplus energetico immesso da El Niño alzano innegabilmente la “baseline” termica, fornendo più carburante ai sistemi convettivi e rendendo le ondate di calore più severe a parità di sinottica, dall’altro le teleconnessioni con l’Europa rimangono un rompicapo probabilistico aperto, regolato dal delicato equilibrio tra stratosfera, QBO e variabilità atlantica.

In un panorama in cui i modelli numerici e l’Intelligenza Artificiale hanno ormai preso il sopravvento nella pura elaborazione dei dati grezzi, la risposta di Zeke Hausfather traccia anche il futuro della nostra professione. Il valore aggiunto del meteorologo e del giornalismo scientifico si sposta sulla capacità di quantificare l’incertezza, tradurre i numeri in impatti reali sul territorio e comunicare il rischio con trasparenza e rigore. È proprio in questo solco, distante dai sensazionalismi e ancorato ai dati reali, che continueremo a raccontare le sfide del clima che cambia.