Una scoperta senza precedenti promette di cambiare per sempre i libri di storia dedicati all’America precolombiana. Secondo un nuovo studio scientifico dal titolo “Over 20,000 precolonial earthworks in the Southwest Amazonia“, pubblicato oggi sulla prestigiosa rivista scientifica Nature e guidato dal ricercatore Martti Pärssinen insieme a un team internazionale, l’area sud-occidentale dell’Amazzonia era densamente popolata e caratterizzata da una civiltà avanzata. Dando la notizia di questa straordinaria pubblicazione, emerge che le immagini aeree hanno rilevato 432 intricati schemi sul terreno, noti come geoglifi o strutture in terra, di cui ben 396 completamente inediti per la scienza. Questi ritrovamenti si concentrano in una vasta regione precedentemente abitata dall’antica civiltà Aquiry e suggeriscono che il territorio nasconda in realtà tra le 24.000 e le 30.000 strutture totali. Questo sbalorditivo dato costringe la comunità scientifica a ridefinire la vera scala delle opere di ingegneria amazzonica e la reale dimensione delle comunità che le hanno concepite e costruite.
La rivoluzione della tecnologia LiDAR sotto la chioma della foresta
Fino a tempi recenti, i tentativi di stimare il numero di questi affascinanti terrapieni in tutta l’Amazzonia erano fortemente limitati. Le valutazioni si basavano quasi esclusivamente su siti scoperti all’interno di aree deforestate, dove i resti archeologici risultano visibili con relativa facilità. Per superare questo ostacolo visivo, Pärssinen e colleghi hanno impiegato una sofisticata forma di rilievo aereo basata sulla tecnologia LiDAR (Light Detection and Ranging), ovvero un sistema di rilevamento della luce in grado di rivelare le strutture celate sotto la fitta chioma della foresta pluviale. Le indagini hanno coperto un’area di ben 4.497 chilometri quadrati nell’Amazzonia sud-occidentale, sorvolando le vicinanze delle città brasiliane di Rio Branco, Lábrea, Boca do Acre e Carauari.
Il mistero dei giganteschi recinti geometrici e il loro ruolo sociale
Le strutture lasciate in eredità dall’antica civiltà Aquiry sono grandi recinti geometrici provvisti di fossati, universalmente noti come geoglifi amazzonici. Gli esperti ritengono che queste impressionanti opere di ingegneria terriera fungessero principalmente da centri cerimoniali, snodi politici e luoghi di aggregazione pubblica per le popolazioni dell’epoca. Analizzando la loro conformazione, si nota che si tratta in gran parte di strutture solitarie composte da fossati profondi e massicci argini, con dimensioni che variano da 0,35 a ben 14 ettari. In alcuni casi eccezionali, il geoglifo più grande fino ad ora conosciuto si estende fino a coprire quasi 50 ettari di superficie.
Una popolazione immensa e un ecosistema plasmato dall’uomo
Estrapolando i risultati ottenuti dai rilievi e combinandoli con gli studi satellitari preesistenti, gli autori della ricerca giungono a stime demografiche sbalorditive per questa regione che abbracciava circa 183.000 chilometri quadrati. I ricercatori calcolano che al suo apice, situato storicamente tra l’anno 100 e il 300 d.C., la straordinaria civiltà Aquiry sia arrivata a sostenere approssimativamente tra 1,25 e 3 milioni di persone. Un simile concentramento demografico indica in modo inequivocabile che queste antiche comunità hanno lasciato un impatto sui suoli amazzonici, sulla struttura della foresta e sulla biodiversità locale ben maggiore di quanto la scienza avesse precedentemente ipotizzato.
Riscrivere la storia precoloniale dell’intero bacino amazzonico
Il dato forse più affascinante sollevato dallo studio risiede nelle proporzioni geografiche della scoperta in relazione al resto del continente sudamericano. La civiltà Aquiry, pur ospitando milioni di abitanti e un numero incalcolabile di monumenti, occupava un’area equivalente a meno del 3% della Grande Amazzonia. Nonostante questa estensione limitata, la singola regione potrebbe contenere un numero di strutture in terra superiore a quello precedentemente previsto per l’intero bacino amazzonico. Gli autori dello studio traggono pertanto una conclusione lampante: qualora concentrazioni simili di resti architettonici dovessero manifestarsi in altre zone del continente, le stime storiche relative alle popolazioni precoloniali e al loro effettivo impatto ambientale su scala globale dovranno essere radicalmente rivalutate.



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