Un momento di gioco e divertimento può trasformarsi, in pochi istanti, in un incidente dalle conseguenze estremamente gravi. È il rischio legato ai tuffi in acqua eseguiti senza conoscere la profondità del fondale, in presenza di rocce o altri ostacoli oppure senza un’adeguata supervisione da parte degli adulti. In occasione della Giornata mondiale della prevenzione dell’annegamento, che si celebra il 25 luglio, i medici dell’Ortopedia Pediatrica dell’ASST Gaetano Pini-CTO richiamano l’attenzione di genitori, bambini e adolescenti su alcune regole fondamentali per ridurre il pericolo di annegamenti, cadute, urti e traumi alla colonna vertebrale. La questione assume un rilievo ancora maggiore alla luce dei dati registrati in Italia nel biennio 2024-2025. Secondo l’Osservatorio per lo sviluppo di una strategia nazionale di prevenzione degli annegamenti e degli incidenti in acque di balneazione, nel Paese sono stati rilevati 604 decessi per annegamento. Circa il 23% delle vittime era rappresentato da bambini e giovani fino a 24 anni.
Annegamenti in Italia, il 23% delle vittime ha meno di 25 anni
I numeri relativi agli annegamenti in Italia evidenziano quanto bambini, adolescenti e giovani adulti rappresentino una fascia particolarmente esposta. Su 604 persone decedute nel biennio 2024-2025, quasi una vittima su quattro aveva un’età non superiore ai 24 anni. Gli incidenti possono verificarsi in mare, nei laghi, nei fiumi e in tutte le altre aree di balneazione, ma un’attenzione particolare deve essere riservata anche alle piscine. Pur rappresentando una quota minore degli eventi letali complessivi, gli episodi che avvengono in questi ambienti coinvolgono soprattutto bambini e adolescenti. La presenza di acqua apparentemente calma, di spazi delimitati e di persone nelle vicinanze può generare una falsa percezione di sicurezza. In realtà, anche in piscina sono sufficienti pochi istanti di distrazione, un tuffo in una zona poco profonda oppure una spinta improvvisa per provocare una situazione di pericolo. La prevenzione passa quindi dalla conoscenza dei rischi e dall’adozione di comportamenti prudenti, sia da parte dei più giovani sia da parte degli adulti incaricati della loro sorveglianza.
Tuffi pericolosi, la profondità dell’acqua deve essere di almeno 1,60 metri
Uno degli aspetti più importanti da verificare prima di eseguire un tuffo riguarda la profondità dell’acqua. Secondo le indicazioni diffuse dai medici dell’Ortopedia Pediatrica dell’ASST Gaetano Pini-CTO, l’acqua deve avere una profondità di almeno 1,60 metri. Tuffarsi in un punto poco profondo aumenta il rischio di colpire violentemente il fondo con la testa, con il collo, con le spalle o con altre parti del corpo. L’impatto può determinare ferite, contusioni, fratture e lesioni particolarmente serie. La profondità non deve mai essere valutata soltanto osservando la superficie. La trasparenza dell’acqua, i riflessi del sole, le correnti e l’irregolarità del fondale possono alterare la percezione delle distanze. Prima di tuffarsi è quindi indispensabile conoscere con certezza le caratteristiche della zona scelta. La prudenza è necessaria anche nei luoghi già frequentati in passato. Sabbia, correnti e fenomeni naturali possono modificare il fondale, mentre oggetti trasportati dall’acqua possono creare nuovi ostacoli non immediatamente visibili.
Scogli e ostacoli sommersi, perché il fondale deve essere sempre controllato
Oltre alla profondità, è fondamentale verificare l’eventuale presenza di scogli, rocce o altri ostacoli sotto la superficie dell’acqua. Un fondale sconosciuto non deve mai essere considerato automaticamente sicuro, anche quando l’acqua appare limpida. Un urto contro una roccia, un tronco, una struttura sommersa o qualsiasi altro elemento rigido può provocare traumi gravi. Il rischio aumenta quando il tuffo viene effettuato da un punto elevato, perché la velocità con cui il corpo entra in acqua può rendere l’impatto molto più violento. I medici ricordano inoltre che uno scoglio non deve mai essere utilizzato come trampolino. La conformazione irregolare della roccia può causare perdita di equilibrio, scivolamenti o una traiettoria incontrollata durante il salto. La mancata conoscenza della profondità del fondale e la presenza di ostacoli sommersi rappresentano alcuni dei principali elementi di rischio negli incidenti da tuffo. Un gesto compiuto in pochi secondi può provocare conseguenze durature, rendendo indispensabile una valutazione preventiva dell’ambiente.
Bambini vicino all’acqua, la supervisione degli adulti deve essere costante
La presenza di un adulto è essenziale quando bambini e ragazzi si trovano vicino all’acqua. I più giovani non devono tuffarsi da soli e, soprattutto nel caso dei bambini più piccoli, la sorveglianza deve essere continua, attenta e ravvicinata. Anche una distrazione di pochi istanti può avere conseguenze importanti. Telefonate, conversazioni, lettura o altre attività possono distogliere l’attenzione proprio nel momento in cui un bambino entra in difficoltà. Il Ministero della Salute raccomanda di non lasciare mai i bambini senza controllo in prossimità dell’acqua. La presenza di altre persone, di bagnini o di dispositivi galleggianti non sostituisce la responsabilità dell’adulto che accompagna il minore. La supervisione non deve limitarsi a osservare da lontano. È necessario sapere dove si trova il bambino, quali attività sta svolgendo e se l’area è adeguata alle sue capacità. Anche i ragazzi che sanno nuotare possono trovarsi in difficoltà in seguito a un urto, a un malore, a una corrente improvvisa o a un comportamento imprudente.
Prima le mani e poi la testa per ridurre il rischio di traumi
La corretta posizione del corpo durante il tuffo può contribuire a ridurre il rischio di lesioni. L’indicazione è quella di entrare in acqua prima con le mani e non direttamente con la testa, soprattutto quando non si conoscono con certezza la profondità e le caratteristiche del fondale. Le mani e le braccia possono offrire una prima protezione, mentre un ingresso diretto con la testa espone il cranio e il tratto cervicale della colonna vertebrale a un impatto potenzialmente devastante. Gli incidenti da tuffo possono infatti provocare traumi molto seri, comprese lesioni della colonna vertebrale. In alcuni casi, un impatto violento può compromettere la mobilità e determinare conseguenze neurologiche permanenti. La tecnica di ingresso in acqua, tuttavia, non può rendere sicuro un tuffo effettuato in un’area inadatta. La posizione delle mani non sostituisce il controllo della profondità e del fondale, ma rappresenta una precauzione ulteriore da adottare quando il salto viene eseguito in condizioni adeguate.
Spingere qualcuno in acqua può causare cadute incontrollate e gravi traumi
Tra i comportamenti da evitare in modo assoluto rientra la pratica di spingere una persona in acqua, anche quando il gesto viene compiuto per scherzo. Una spinta improvvisa impedisce alla persona di controllare la caduta, di preparare correttamente il corpo e di verificare il punto nel quale entrerà in acqua. La vittima della spinta potrebbe urtare il bordo della piscina, uno scoglio, un’imbarcazione o un altro ostacolo. Potrebbe inoltre cadere in una zona poco profonda o essere sorpresa mentre non è pronta a trattenere il respiro. Un tuffo, anche quando viene vissuto come un momento di divertimento, deve sempre essere eseguito in maniera consapevole e controllata. Il consenso e la preparazione della persona sono elementi fondamentali per evitare cadute imprevedibili. La prevenzione degli incidenti passa anche dal superamento di comportamenti considerati erroneamente innocui. Uno scherzo può trasformarsi in un’emergenza medica nel giro di pochi secondi.
Dolore o urti dopo un tuffo, perché bisogna chiedere subito aiuto
In caso di incidente è fondamentale chiedere immediatamente aiuto. Se dopo un tuffo si colpisce un ostacolo, si avverte dolore oppure si riscontrano difficoltà nei movimenti, l’accaduto non deve essere nascosto o sottovalutato. Bambini e adolescenti potrebbero evitare di riferire l’incidente per paura di essere rimproverati o perché ritengono che il dolore possa passare rapidamente. Alcuni traumi, tuttavia, possono manifestarsi inizialmente con sintomi lievi e peggiorare successivamente. In presenza di dolore al collo, alla schiena, alla testa o agli arti è importante evitare movimenti improvvisi e richiedere l’intervento di un adulto e, quando necessario, dei soccorsi sanitari. In caso di difficoltà in acqua, urti o perdita di coscienza, la tempestività dei soccorsi può risultare determinante. La richiesta di aiuto non deve essere considerata un segno di debolezza, ma una misura necessaria per verificare le condizioni della persona coinvolta e prevenire ulteriori conseguenze.
Prevenzione dell’annegamento, educare ai rischi senza rinunciare al divertimento
Prevenire gli incidenti significa conoscere i pericoli e adottare comportamenti corretti. Genitori e adulti accompagnatori hanno quindi un ruolo centrale nell’aiutare bambini e ragazzi a sviluppare una corretta consapevolezza dei rischi legati all’acqua. L’obiettivo non è rinunciare al divertimento, ma vivere il mare, la piscina e gli altri ambienti acquatici in condizioni di maggiore sicurezza. Controllare il fondale, valutare la profondità, evitare spinte e comportamenti azzardati, mantenere una supervisione costante e chiedere aiuto in caso di incidente sono azioni semplici, ma potenzialmente decisive. La Giornata mondiale della prevenzione dell’annegamento rappresenta un’occasione per ribadire che la sicurezza in acqua dipende anche dalle scelte quotidiane. La prudenza non elimina il piacere del gioco, ma consente di ridurre il rischio che un momento di svago si trasformi in un evento traumatico.


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