Usa e Arabia Saudita, accordo trentennale sul nucleare civile: cosa prevede l’intesa

L’intesa punta a rafforzare il programma energetico di Riad con tecnologia americana, ma restano interrogativi sull’arricchimento dell’uranio

Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno siglato un accordo per lo sviluppo e l’utilizzo civile dell’energia nucleare nel Regno, attraverso il ricorso a tecnologie e aziende americane. L’intesa, della durata prevista di trent’anni, potrebbe rappresentare uno dei passaggi più importanti nella trasformazione energetica ed economica di Riad, ma ha già sollevato forti preoccupazioni in diversi Paesi del Medio Oriente. Dell’accordo sono stati resi noti pochi dettagli e proprio l’assenza di informazioni complete ha alimentato interrogativi sulla sua effettiva portata. Il timore espresso da governi, osservatori e organizzazioni impegnate nella non proliferazione nucleare è che la creazione di un programma atomico nazionale saudita possa diventare il primo passo verso una nuova corsa agli armamenti in uno dei quadranti geopolitici più instabili del mondo. Il punto più delicato riguarda la possibilità che l’intesa possa, direttamente o indirettamente, aprire la strada alla costruzione di un impianto per l’arricchimento dell’uranio in Arabia Saudita. Donald Trump ha tuttavia escluso questa prospettiva, sostenendo che la cooperazione riguarderà esclusivamente attività civili e non militari.

Un’intesa trentennale per il fabbisogno energetico saudita

Secondo quanto spiegato dal Guardian, l’accordo è stato concepito per soddisfare il “fabbisogno energetico” dell’Arabia Saudita, come dichiarato dal segretario statunitense all’Energia Chris Wright. Il progetto si inserisce nei piani economici promossi dal principe ereditario Mohammed bin Salman, che punta a diversificare l’economia saudita e a ridurre la dipendenza interna dal petrolio. L’obiettivo di Riad sarebbe utilizzare l’energia nucleare per produrre una quota crescente dell’elettricità necessaria al Paese, liberando così maggiori quantità di greggio da destinare all’esportazione. La crescita demografica, l’espansione delle attività industriali e l’elevato consumo energetico legato anche alla climatizzazione e alla desalinizzazione dell’acqua rendono la sicurezza degli approvvigionamenti una questione strategica per il Regno. In questo contesto, il nucleare civile saudita viene presentato come uno strumento per garantire energia stabile e accompagnare lo sviluppo economico programmato dalla leadership di Riad.

Le aziende americane al centro del programma nucleare saudita

L’accordo renderebbe le aziende statunitensi centrali nello sviluppo delle infrastrutture nucleari dell’Arabia Saudita. Washington potrebbe così assicurarsi un ruolo di primo piano nella costruzione delle centrali, nella fornitura delle tecnologie, nella gestione del combustibile e nella formazione del personale tecnico. L’intesa avrebbe anche un’importante valenza geopolitica e commerciale. Gli Stati Uniti intenderebbero infatti impedire che concorrenti strategici come Cina e Russia conquistino una posizione dominante nel futuro programma nucleare saudita. Non sono state diffuse cifre ufficiali sul valore complessivo dell’operazione. Le stime disponibili indicano tuttavia un accordo potenzialmente da decine di miliardi di dollari, considerando la costruzione delle infrastrutture, la fornitura dei reattori, la manutenzione degli impianti e i servizi collegati all’intero ciclo nucleare. La cooperazione rappresenterebbe la prosecuzione di un piano elaborato per la prima volta durante l’amministrazione di Joe Biden, anche se l’impostazione politica dell’intesa avrebbe subito modifiche significative con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.

Il precedente progetto legato alla normalizzazione con Israele

Nella sua formulazione originaria, il piano prevedeva che gli Stati Uniti si impegnassero nella cooperazione nucleare con Riad in cambio dell’instaurazione di relazioni diplomatiche formali tra l’Arabia Saudita e Israele. La normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi avrebbe dovuto rappresentare un’estensione degli Accordi di Abramo, il processo diplomatico attraverso il quale diversi Stati arabi hanno stabilito relazioni ufficiali con Israele. La prospettiva è stata però fermata dall’attacco del 7 ottobre 2023 perpetrato da Hamas e dalla successiva guerra nella Striscia di Gaza. Il conflitto ha reso politicamente più difficile per Riad procedere verso un riconoscimento formale di Israele, interrompendo il percorso diplomatico che era stato avviato durante la presidenza Biden. Secondo le informazioni inizialmente emerse, l’amministrazione Trump avrebbe deciso di portare avanti l’accordo nucleare con l’Arabia Saudita anche senza una preventiva intesa tra Riad e Israele. Successivamente, però, lo stesso presidente statunitense ha affermato che la cooperazione sarebbe subordinata all’adesione saudita agli Accordi di Abramo.

Trump lega l’accordo nucleare agli Accordi di Abramo

Donald Trump è intervenuto direttamente sulla questione con un post pubblicato su Truth, nel quale ha precisato le condizioni politiche e tecniche dell’intesa. L’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita per il nucleare civile, ha affermato Trump, “è completamente subordinato all’adesione da parte dell’Arabia Saudita agli accordi di Abramo, molto apprezzati e di successo”. Il presidente ha inoltre spiegato che verrà approvato “un accordo per il nucleare civile (non ci sarà arricchimento di materiale) per uso unicamente non militare, come quelli che l’Iran e gli Emirati (e altri) hanno”. Trump ha infine concluso: “gli Stati Uniti non si oppongono a impianti nucleari civili (senza l’arricchimento)”. Le parole del presidente americano sembrano dunque escludere la possibilità che l’Arabia Saudita possa arricchire autonomamente l’uranio nell’ambito dell’accordo. Allo stesso tempo, la dichiarazione sulla subordinazione agli Accordi di Abramo introduce una condizione politica che potrebbe risultare decisiva per l’effettiva entrata in vigore dell’intesa.

Il nodo dell’arricchimento dell’uranio in Arabia Saudita

Le informazioni circolate prima dell’intervento di Trump indicavano che l’accordo avrebbe potuto aprire la strada alla costruzione di un impianto per l’arricchimento dell’uranio in Arabia Saudita, a condizione che uno studio congiunto tra Washington e Riad ne stabilisse la necessità. Lo studio avrebbe una durata prevista di due anni. Questa tempistica potrebbe lasciare al successore di Donald Trump alla Casa Bianca la decisione finale sull’eventuale autorizzazione all’arricchimento dell’uranio nel Regno. Il tema rappresenta il principale punto di frizione dell’intera trattativa. Molti Paesi dotati di centrali nucleari non producono direttamente il combustibile necessario al funzionamento dei reattori. L’uranio viene invece arricchito all’estero e successivamente importato, in modo da ridurre il rischio che le tecnologie del ciclo nucleare possano essere impiegate per finalità militari. L’arricchimento è infatti un processo utilizzato per aumentare la concentrazione dell’isotopo fissile dell’uranio. A livelli relativamente bassi può servire per alimentare i reattori civili, mentre a concentrazioni molto più elevate può produrre materiale potenzialmente utilizzabile per la costruzione di un’arma atomica. La dichiarazione di Trump secondo cui “non ci sarà arricchimento di materiale” appare quindi finalizzata a rassicurare i Paesi della regione, il Congresso e le organizzazioni internazionali. Restano però da chiarire i contenuti tecnici definitivi dell’accordo e il rapporto tra le dichiarazioni presidenziali e l’eventuale studio congiunto citato nelle ricostruzioni iniziali.

Il controllo americano sul combustibile nucleare

Washington avrebbe previsto una serie di strumenti per impedire che il programma civile saudita possa essere convertito in un progetto militare. Gli Stati Uniti manterrebbero il controllo sull’uranio arricchito utilizzato negli impianti e sul combustibile esaurito prodotto dai reattori. Secondo la Casa Bianca, questo meccanismo garantirebbe che il materiale nucleare non possa essere sottratto, trasformato o riutilizzato per la produzione di una bomba. Il controllo sul combustibile rappresenta uno degli elementi centrali degli accordi di cooperazione nucleare civile. Attraverso vincoli tecnici, ispezioni, procedure di restituzione e sistemi di tracciamento, il Paese fornitore può cercare di limitare l’accesso del partner alle tecnologie più sensibili. Resta tuttavia aperta la questione della capacità che l’Arabia Saudita potrebbe acquisire nel corso degli anni. Anche un programma rigorosamente civile può produrre competenze scientifiche, infrastrutture, personale specializzato e conoscenze tecniche potenzialmente utilizzabili in futuro per obiettivi differenti.

Energia, petrolio e influenza geopolitica

L’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita non riguarda soltanto la produzione di elettricità. L’intesa si colloca al centro di un più ampio confronto per il controllo delle tecnologie strategiche e delle relazioni economiche nel Golfo Persico. Per Riad, il nucleare rappresenta uno strumento per sostenere la crescita interna, ridurre il consumo di petrolio nelle centrali elettriche e aumentare le esportazioni di greggio. Per Washington, il progetto consente invece di rafforzare il rapporto con uno dei principali alleati regionali e di limitare l’influenza di Cina e Russia. L’Arabia Saudita potrebbe ottenere accesso a tecnologie avanzate e investimenti di lungo periodo, mentre le aziende americane avrebbero la possibilità di partecipare a uno dei più rilevanti programmi infrastrutturali del settore nucleare. Sul piano politico, l’intesa potrebbe inoltre diventare uno strumento di pressione per rilanciare la normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele. La dichiarazione di Trump rende infatti gli Accordi di Abramo una componente centrale della strategia americana.