“Ricostruire dopo una calamità in Italia costa molto e dura tanto“, però “l’obiettivo adesso non è cercare responsabilità nel passato, ma capire dalla lezione del passato come possiamo fare meglio e fare di più“. Così il Ministro per la Protezione Civile Nello Musumeci, intervistato dall’Adnkronos a dieci anni dal terremoto del Centro Italia che devastò i territori di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto. “Stiamo uscendo dall’emergenza”, sottolinea Musumeci, secondo cui i dieci anni dal sisma “servono a ricordare innanzitutto le vittime e servono anche a fare un consuntivo”, perché “ogni ricorrenza deve rappresentare un momento di riflessione per guardare avanti e correggere errori“.
La ricostruzione
Quanto alla ricostruzione del Centro Italia, Musumeci precisa che “non si tratta soltanto di costruire una casa nuova. Ma di costruire una città distrutta”. “Non si debbono soltanto rifare i muri e i tetti, bisogna pensare alle strade, ai sottoservizi, alle chiese, agli edifici pubblici, alle attività economiche“, spiega, avvertendo: “bisogna conservare il più possibile l’identità dei luoghi distrutti”. I tempi, aggiunge, “sono lunghi ma non devono essere tempi morti“, devono consentire alla pubblica amministrazione di seguire “procedure possibilmente celeri ma nella massima trasparenza“. Nel Centro Italia, sostiene, “negli ultimi 4 anni è stato recuperato tantissimo tempo perduto nel passato“, mentre sul ritmo della ricostruzione hanno pesato anche fattori esterni: “non dimentichiamo che in questi 10 anni c’è stato il Covid, che la guerra in Ucraina ha determinato una lievitazione dei costi. E non dimentichiamo che fino a qualche anno fa ancora ad Amatrice dovevano essere rimosse le macerie”.
Il quadro normativo
Sul fronte normativo, Musumeci rivendica il nuovo quadro introdotto dal governo: “dal 2025 l’Italia si è data un codice della ricostruzione, cioè una norma omogenea dal Nord al Sud”. Una disciplina che “affida responsabilità agli enti locali, alle Regioni, ma consente anche al Commissario straordinario procedure particolarmente celeri”. Per il Ministro, “non c’è bisogno di nuove leggi”: “è il codice della ricostruzione che sulle esperienze maturate nelle precedenti ricostruzioni in Italia stabilisce finalmente chi deve fare cosa. E per ogni cosa da fare il tempo massimo entro cui va fatta”.
Dalla fase di emergenza a quella di ricostruzione
Quanto al passaggio dalla fase emergenziale a quella della ricostruzione, Musumeci annuncia che “dall’1 di gennaio del 2027 si chiude lo stato di emergenza, come prevede il codice di protezione civile e si apre lo stato di ricostruzione“, che “naturalmente si aggancia alla fase di ricostruzione gestita dal Commissario straordinario Guido Castelli”. “È assurdo che le emergenze in Italia nel passato siano rimaste in vigore anche oltre 10 anni”, afferma.
Musumeci distingue poi tra ricostruzione pubblica e privata e, rispetto agli sfollati ancora nelle abitazioni di emergenza, sottolinea: “io mi auguro che prima possibile queste casette possano essere abbandonate per poter consentire alle famiglie di tornare nelle proprie case, che saranno più sicure, o se si vuole, meno esposte al rischio, rispetto al passato”.
Le procedure che rallentano la ricostruzione
A rallentare la ricostruzione, osserva, è anche la complessità del quadro amministrativo: “il tempo non si perde quando si apre un cantiere, ma prima ancora che si possa aprire il cantiere“, per “una sovrapposizione di competenze, di norme, di trasparenze, di procedure alle quali bisogna far fronte”. Oggi, prosegue, esistono “regole comunitarie”, “norme antisismiche”, “regolarità urbanistiche”, “vincoli sui beni culturali” e “controlli antimafia”. “Oggi abbiamo le tecnologie che ci consentono di costruire molto più velocemente rispetto a 50 anni fa, ma le procedure che possono rendere molto più lunga la decisione di costruire“, puntualizza.
La prevenzione
Quanto alla prevenzione, il giudizio del Ministro è netto: “in questi dieci anni è cambiato molto poco. L’Italia non è un Paese fatto per la prevenzione”. Dopo quattro anni alla guida del Ministero, spiega, ha potuto conoscere “dal Nord al Sud le realtà, molte delle quali non hanno la percezione del rischio”. “Noi ci commuoviamo dopo ogni evento, partecipiamo con sincero trasporto, ma dopo qualche giorno rimuoviamo“, osserva, sottolineando che “non percepiamo il rischio perché non lo vediamo, e quando lo vediamo siamo convinti che a occuparsene debbano essere sempre gli altri”.
Da qui la necessità di un maggiore coinvolgimento dei cittadini: “noi italiani chiediamo al Comune, alla Regione, allo Stato sicurezza, ma non facciamo nulla per produrla. Siamo pronti a consumarla, ma non a produrla”. “Il primo presidio“, aggiunge, è proprio il cittadino. Il governo Meloni – dice Musumeci – ha fatto della prevenzione “una sorta di parola d’ordine“, sia attraverso la “prevenzione strutturale” sia attraverso quella “non strutturale“. E cita tra gli esempi gli interventi avviati ai Campi Flegrei. Ma “anche lì non c’è ancora una chiara percezione del rischio“. La conclusione è un monito: “dovremo continuare a fare i conti con le emergenze fino a quando si capirà, spero presto, che prevenire è molto meglio che ricostruire. Non solo, ma costa molto di meno, anche in termini di vite umane“.


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