La fuoriuscita di petrolio al largo dell’Oman continua a peggiorare e le più recenti osservazioni satellitari restituiscono l’immagine di un’emergenza ambientale ancora in piena evoluzione. Le nuove immagini di SOAR Atlas mostrano infatti il greggio diffondersi ulteriormente attorno alla petroliera coinvolta nell’incidente, ampliando la superficie marina interessata dalla contaminazione. La situazione è particolarmente delicata perché la marea nera non è più confinata nelle acque circostanti il relitto. Il petrolio ha raggiunto la terraferma dell’Oman, contaminando tratti di costa e aumentando sensibilmente il rischio di conseguenze prolungate per gli ecosistemi marini e costieri. Le autorità omanite hanno inoltre impartito indicazioni alla popolazione affinché venga evitata la pesca nelle aree colpite, una misura precauzionale che testimonia quanto la contaminazione stia ormai assumendo conseguenze concrete anche per le attività umane legate al mare. Fonti specializzate riferiscono inoltre che vengono effettuati controlli sul pescato destinato ai mercati.
La Caroline Bezengi al centro della crisi ambientale in Oman
La nave coinvolta è la Caroline Bezengi, una grande petroliera che trasportava un enorme carico di greggio quando è rimasta in difficoltà nelle acque della regione. Secondo le informazioni emerse nelle ultime settimane, la nave trasportava una quantità di petrolio prossima al milione di barili; diverse fonti indicano un carico stimato attorno agli 800.000 barili di greggio russo. La petroliera aveva inizialmente segnalato problemi l’8 giugno nelle acque al largo dello Yemen, dopo quello che fonti marittime hanno descritto come un possibile evento esplosivo a bordo. Successivamente la nave è finita incagliata il 30 giugno nei pressi delle coste dell’Oman, in prossimità di un’area marina di particolare valore naturalistico. Le cause precise dell’evento iniziale non risultano ancora definitivamente chiarite. Da quel momento la situazione è progressivamente peggiorata. Le immagini satellitari raccolte tra la fine di luglio e agosto hanno documentato prima la comparsa di chiazze scure attorno alla nave e successivamente una dispersione sempre più ampia del petrolio.
La marea nera ha già raggiunto la costa dell’Oman
Uno degli elementi più preoccupanti dell’emergenza riguarda l’arrivo della contaminazione sulla costa omanita. Le autorità ambientali del Sultanato avevano già confermato nei giorni scorsi che il petrolio aveva raggiunto le spiagge di Ras Madrakah, interessando potenzialmente decine di chilometri di litorale. Secondo le indicazioni dell’Environment Authority dell’Oman, la contaminazione potrebbe interessare fino a circa 40 chilometri di costa, mentre particolare attenzione viene riservata anche alla zona dell’isola di Masirah, uno degli ambienti naturali più importanti dell’area. L’arrivo del greggio sulla terraferma rappresenta un passaggio particolarmente critico. Una fuoriuscita in mare aperto può essere dispersa e trasportata da correnti e vento, ma quando il petrolio raggiunge spiagge, sedimenti e ambienti costieri la bonifica diventa molto più complessa e le conseguenze possono persistere nel tempo.
L’estensione della fuoriuscita è aumentata rapidamente
La progressione documentata dalle osservazioni satellitari delle ultime settimane mostra quanto velocemente sia cresciuta la marea nera in Oman. Alla fine di luglio l’area interessata veniva stimata nell’ordine di poche decine di chilometri quadrati. Nei primi giorni di agosto alcune valutazioni avevano già indicato un’estensione di circa 150 chilometri quadrati, mentre successivamente le stime sono salite fino a circa 600-800 chilometri quadrati. Le valutazioni basate sulle immagini satellitari hanno poi indicato superfici potenzialmente ancora maggiori. Un’analisi citata da Reuters ha stimato la chiazza in oltre 2.000 chilometri quadrati, dimensione molto superiore rispetto ai circa 390-400 chilometri quadrati inizialmente indicati dalle autorità omanite. Le differenze dipendono anche dalla metodologia impiegata per identificare le zone dove sono presenti strati di petrolio più sottili e difficili da distinguere. Le nuove immagini satellitari confermano comunque l’elemento centrale dell’emergenza: la dispersione non risulta stabilizzata e il greggio continua a propagarsi.
Il mare agitato complica il contenimento del petrolio
A rendere particolarmente difficili le operazioni contribuiscono le condizioni meteorologiche dell’Arabian Sea. L’International Maritime Organization ha segnalato che proprio le condizioni stagionali hanno limitato l’accesso alla petroliera e contribuito a rallentare le attività di recupero. Anche le autorità omanite hanno evidenziato le difficoltà provocate dal maltempo e dalle caratteristiche della zona nella quale la nave si è arenata. Fondali bassi, presenza di rocce, moto ondoso e deterioramento strutturale della petroliera aumentano i rischi per le squadre impegnate nelle operazioni. La società britannica di gestione del rischio marittimo Ambrey è stata coinvolta nelle operazioni di recupero e contenimento e ha mobilitato mezzi navali, supporto aereo e attrezzature specializzate per contrastare la dispersione del greggio.
Il rischio di un ulteriore cedimento della petroliera
Uno degli scenari che preoccupa maggiormente gli specialisti riguarda le condizioni strutturali della Caroline Bezengi. Le immagini satellitari delle scorse settimane hanno mostrato la petroliera progressivamente più bassa sull’acqua e parzialmente sommersa, suggerendo un deterioramento delle condizioni dello scafo. Il rischio è che vento, onde e corrosione aggravino ulteriormente i danni e provochino nuove fuoriuscite dal carico ancora presente a bordo. Per questo gli esperti sottolineano l’importanza di stabilizzare la nave e trasferire il greggio residuo verso un’altra unità prima che le condizioni strutturali peggiorino ulteriormente. La quantità iniziale trasportata dalla petroliera rende il problema particolarmente rilevante: anche una perdita parziale rappresenta infatti un volume sufficiente a contaminare vaste porzioni di mare e litorale.
Minacciata una delle aree marine più preziose dell’Oman
La posizione nella quale si trova la petroliera rende l’incidente ancora più grave dal punto di vista ecologico. La Caroline Bezengi è infatti arenata in prossimità di una riserva naturale marina dell’Oman, un ecosistema caratterizzato da una biodiversità particolarmente importante. Nelle acque della regione vivono specie vulnerabili e rare, tra cui la balena megattera del Mar Arabico, oltre a numerosi uccelli marini come il cormorano di Socotra. Le coste omanite ospitano inoltre aree utilizzate dalle tartarughe marine per la nidificazione e ambienti costieri nei quali si concentrano numerose specie ittiche. La contaminazione può quindi propagarsi attraverso diversi livelli dell’ecosistema, coinvolgendo sedimenti, organismi marini e catene alimentari. Gli effetti possono continuare anche quando la parte visibile della chiazza scompare: gli idrocarburi possono infatti rimanere intrappolati nei sedimenti costieri per periodi molto lunghi, rendendo necessarie operazioni di bonifica e monitoraggio ambientale prolungate.


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