Una gigantesca chiazza di petrolio nello Stretto di Hormuz si è allargata fino a interessare, secondo i dati riportati dalla BBC, una superficie superiore ai 300 chilometri quadrati, equivalente indicativamente a quella occupata da circa 40mila campi da calcio. Una contaminazione di proporzioni enormi che ha già raggiunto le coste dell’isola iraniana di Qeshm, una delle aree naturalisticamente più delicate dell’intera regione del Golfo. Le stime riportate indicano in oltre 380mila litri il volume di petrolio finito in mare. La possibile origine della perdita viene collegata alla Minoan Pioneer, nave mercantile colpita il 3 agosto mentre si trovava al largo dell’Oman e transitava nell’area dello Stretto di Hormuz. Le informazioni disponibili sull’origine esatta della contaminazione restano tuttavia oggetto di accertamento: anche Reuters riferisce che la perdita che ha interessato Qeshm potrebbe provenire dalla Minoan Pioneer, precisando però che non è stato possibile confermare in maniera indipendente né la causa delle chiazze osservate né la natura delle sostanze coinvolte.
Marea nera nello Stretto di Hormuz, il petrolio arriva sull’isola di Qeshm
La conseguenza più preoccupante è l’arrivo della marea nera sulle coste iraniane di Qeshm. Le immagini satellitari e i filmati verificati nelle ultime ore mostrano la presenza della contaminazione lungo il settore meridionale dell’isola. Reuters riferisce che nelle acque davanti a Qeshm sono state individuate porzioni particolarmente scure della chiazza, compatibili secondo gli esperti con olio combustibile pesante, mentre una scia più diluita si estende per circa 160 chilometri. Un filmato registrato sulla spiaggia di Suza, sull’isola di Qeshm, ha inoltre mostrato materiale scuro raggiungere la costa e mescolarsi alle acque marine. La situazione ha immediatamente acceso l’allarme per le possibili conseguenze ambientali in un territorio che ospita habitat estremamente vulnerabili.
Mangrovie, coralli e tartarughe: l’ecosistema di Qeshm sotto minaccia
Il rischio ambientale riguarda soprattutto la straordinaria biodiversità dell’isola di Qeshm. Nell’area sono presenti foreste di mangrovie, ecosistemi costieri particolarmente delicati e fondamentali per numerose specie marine, oltre a barriere coralline, zone di riproduzione e aree utilizzate dalla fauna durante differenti fasi del proprio ciclo biologico. Tra gli habitat potenzialmente esposti alla contaminazione figurano inoltre importanti siti di nidificazione delle tartarughe marine caretta, mentre attorno all’isola si trovano zone di pesca che rappresentano una risorsa significativa per le comunità locali. Una contaminazione persistente da idrocarburi potrebbe quindi avere conseguenze non soltanto sulla fauna e sugli ecosistemi costieri, ma anche sulle attività economiche che dipendono direttamente dalla salute del mare. La preoccupazione degli esperti riguarda soprattutto la permanenza degli idrocarburi nell’ambiente. Più a lungo continua una perdita, maggiore diventa la possibilità che il petrolio venga trasportato dalle correnti, si frammenti in chiazze più difficili da contenere e raggiunga nuovi tratti costieri.
Minoan Pioneer, la nave colpita il 3 agosto al largo dell’Oman
Al centro delle verifiche sulla possibile origine della contaminazione c’è la Minoan Pioneer, descritta dalle fonti marittime internazionali come una bulk carrier battente bandiera liberiana. La nave era stata colpita il 3 agosto da un proiettile di origine non accertata mentre navigava nei pressi della costa dell’Oman, nell’area dello Stretto di Hormuz. Nell’episodio un membro dell’equipaggio era risultato disperso. Secondo TankerTrackers.com, servizio specializzato nel monitoraggio dei movimenti delle navi, la contaminazione osservata vicino a Qeshm sarebbe compatibile con una perdita proveniente proprio dalla Minoan Pioneer. Il servizio ha collegato la fuoriuscita all’attacco subito dalla nave nelle acque dell’Oman, indicando successivamente uno spostamento della contaminazione attraverso lo Stretto in direzione dell’Iran. Anche una fonte della sicurezza marittima interpellata da Reuters ha indicato come probabile che la stessa perdita abbia raggiunto Qeshm Island. Le autorità iraniane hanno a loro volta riconosciuto che l’inquinamento arrivato sull’isola potrebbe provenire da un’imbarcazione straniera.
L’ipotesi dell’attacco iraniano alla Minoan Pioneer
Un altro elemento particolarmente delicato riguarda la responsabilità dell’attacco alla nave. Gli analisti citati nelle ricostruzioni internazionali ritengono che la Minoan Pioneer possa essere stata colpita dall’Iran, ma al momento non esiste una conferma definitiva e indipendente dell’attribuzione. Reuters riferisce che la nave è stata raggiunta da un proiettile non identificato e che le fonti della sicurezza marittima hanno parlato di un sospetto attacco iraniano. TankerTrackers collega esplicitamente la perdita all’attacco subito dalla Minoan Pioneer il 3 agosto. La responsabilità dell’azione resta quindi un elemento da distinguere dalla constatazione materiale della presenza di petrolio nelle acque e sulle coste.
Non una sola chiazza: altre contaminazioni petrolifere nel Golfo
Il quadro ambientale della regione appare ancora più grave perché quella davanti a Qeshm non è l’unica chiazza di petrolio individuata. Le immagini satellitari analizzate da Reuters mostrano un secondo fenomeno nelle vicinanze dell’isola di Sirri, circa 100 chilometri a sud-ovest di Qeshm, zona nella quale sono presenti attività iraniane di produzione offshore di petrolio e gas. Nello stesso periodo, ma in un episodio distinto e non collegato all’attacco alla Minoan Pioneer, una contaminazione di dimensioni ancora superiori si è sviluppata al largo dell’Oman dalla petroliera Caroline Bezengi, arenata e carica di greggio russo. Secondo le analisi satellitari citate da Reuters, questa seconda marea nera potrebbe essersi estesa fino a circa 2.000 chilometri quadrati, aggravando ulteriormente l’emergenza ambientale nell’area del Golfo e del Mare dell’Oman.
Emergenza ambientale nello Stretto di Hormuz, difficili anche le operazioni di contenimento
Alla vulnerabilità dell’ecosistema si aggiungono le difficoltà operative provocate dalla situazione geopolitica della regione. Secondo Reuters, una nave rimorchiatrice inviata per mettere in sicurezza la Minoan Pioneer non sarebbe riuscita ad avvicinarsi all’imbarcazione a causa di problemi legati all’ottenimento delle necessarie autorizzazioni dalle autorità iraniane. Ogni ritardo nelle operazioni di contenimento aumenta il rischio di dispersione degli idrocarburi e rende più complessa la successiva bonifica. La presenza di correnti, vento e temperature marine elevate può modificare rapidamente forma e consistenza di una chiazza di petrolio, estendendo la contaminazione ben oltre il punto iniziale della perdita.
Nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta, l’emergenza assume così una dimensione che va ben oltre il singolo incidente navale. La chiazza che ha raggiunto Qeshm, con una superficie indicata dalla BBC in oltre 300 chilometri quadrati e un volume stimato superiore a 380mila litri, rappresenta ora una seria minaccia per mangrovie, coralli, tartarughe marine e zone di pesca. Parallelamente, le altre fuoriuscite individuate nell’area mostrano quanto le conseguenze delle tensioni e degli incidenti marittimi possano trasformarsi rapidamente in una crisi ambientale su vasta scala.




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