A pochi giorni dall’inizio della nuova stagione della National Football League, il mondo del football americano torna a interrogarsi sulle conseguenze a lungo termine dei traumi alla testa subiti dagli atleti. Il dato emerso dalle nuove ricerche è particolarmente significativo: un giocatore di football su quattro potrebbe sviluppare lesioni cerebrali legate alla CTE, l’Encefalopatia Traumatica Cronica, una malattia neurodegenerativa studiata da circa vent’anni e sempre più frequentemente associata ai colpi ripetuti ricevuti durante la carriera sportiva. La questione è stata rilanciata dal New York Times, che, a dieci giorni dal kickoff della regular season NFL, ha posto una domanda destinata ad alimentare il dibattito scientifico e sportivo: “Quanti giocatori NFL finiranno per avere la CTE?”. Secondo le evidenze raccolte negli ultimi anni, la risposta potrebbe riguardare una quota molto ampia degli atleti che hanno vissuto una carriera ai massimi livelli nel football professionistico. La CTE è infatti stata riscontrata nei cervelli di centinaia di ex giocatori analizzati dopo la morte, aprendo una riflessione profonda sulla relazione tra sport ad alto impatto e salute neurologica.
Lo studio sul British Medical Journal: 215 casi positivi su 878 ex giocatori analizzati
Uno degli studi più importanti sul fenomeno è stato pubblicato sul British Medical Journal e ha preso in esame centinaia di casi nell’arco di sei anni. I ricercatori hanno analizzato i cervelli di ogni ex giocatore NFL deceduto tra il 2016 e il 2021, per un totale di 878 persone sottoposte ad analisi post-mortem. Il campione comprendeva atleti di età molto diverse: alcuni avevano appena superato i vent’anni, altri avevano più di ottant’anni. La maggior parte dei soggetti si trovava comunque nella fascia intermedia, rappresentando generazioni differenti di giocatori che avevano praticato il football professionistico. I risultati hanno evidenziato che 215 ex giocatori su 878 presentavano segni di CTE, pari al 24,5% del campione analizzato. Un dato che potrebbe però rappresentare soltanto una parte del fenomeno reale, considerando che 643 cervelli non sono stati esaminati dopo la morte e quindi non hanno potuto fornire informazioni definitive sulla presenza o meno della malattia.
La proiezione sulla NFL attuale: centinaia di giocatori potenzialmente coinvolti
Applicando la percentuale emersa dallo studio agli attuali roster della NFL, il quadro ipotetico assume dimensioni rilevanti. Le 32 squadre della lega contano complessivamente 1696 giocatori inseriti nei roster ufficiali. Se il dato del 24,5% fosse applicabile anche agli atleti oggi in attività, la diagnosi di Encefalopatia Traumatica Cronica potrebbe riguardare teoricamente almeno 400 giocatori. Una stima che non tiene conto di un ulteriore bacino di circa 500 atleti composto da giocatori delle practice squad o esclusi temporaneamente dai roster principali a causa di infortuni. Naturalmente, gli scienziati sottolineano che la proiezione non equivale a una diagnosi individuale e che ogni carriera presenta caratteristiche differenti per numero, intensità e frequenza dei colpi ricevuti. Tuttavia, il dato evidenzia la portata del problema e la necessità di continuare gli studi sui possibili effetti dei traumi ripetuti sul cervello degli sportivi.
Cos’è l’Encefalopatia Traumatica Cronica e perché preoccupa gli atleti
La CTE, acronimo di Chronic Traumatic Encephalopathy, è una malattia neurodegenerativa associata a ripetuti traumi cranici. La patologia può manifestarsi anche molti anni dopo la fine dell’attività agonistica e può essere caratterizzata da alterazioni progressive del tessuto cerebrale. Gli studi condotti finora hanno evidenziato possibili collegamenti tra la presenza della CTE e alcuni disturbi neurologici e comportamentali osservati in diversi ex atleti, anche se la ricerca scientifica continua a indagare sui meccanismi precisi della malattia, sui fattori di rischio e sulle modalità di diagnosi. Uno degli aspetti più complessi riguarda proprio l’identificazione della CTE: attualmente, infatti, la conferma definitiva della presenza della patologia avviene attraverso l’analisi del cervello dopo il decesso. Questo rende particolarmente difficile stabilire con certezza quanti atleti viventi possano essere coinvolti.
Il problema non riguarda soltanto il football americano
Sebbene il caso della NFL sia quello più conosciuto e studiato, la CTE non è una problematica esclusiva del football americano. Tracce della malattia sono state individuate anche nei cervelli di atleti provenienti da altre discipline sportive caratterizzate da possibili impatti alla testa. Sono stati segnalati casi tra giocatori di hockey, rugby e calcio, oltre che tra wrestler e atleti del bob. Sport molto diversi tra loro, ma accomunati dal rischio di subire traumi cranici ripetuti durante l’attività agonistica. La ricerca scientifica sta quindi ampliando il proprio campo di osservazione, cercando di comprendere quanto il numero di colpi ricevuti, la durata della carriera, l’età di inizio dell’attività sportiva e altri fattori possano influire sullo sviluppo di patologie neurologiche a lungo termine.
La NFL davanti alla sfida della sicurezza: prevenzione e ricerca al centro
Il tema della salute cerebrale degli atleti rappresenta ormai una delle questioni più importanti per il futuro degli sport di contatto. La NFL negli ultimi anni ha introdotto nuove regole e protocolli per ridurre il rischio di commozioni cerebrali e limitare gli impatti più pericolosi, ma il dibattito sulla prevenzione resta aperto. Il nuovo studio pubblicato sul British Medical Journal aggiunge un ulteriore tassello a una discussione iniziata da anni e destinata a proseguire. La domanda posta dal New York Times alla vigilia della stagione NFL non riguarda soltanto il numero dei casi futuri di CTE, ma il rapporto tra spettacolo sportivo, competitività e tutela della salute degli atleti. La sfida per il mondo del football americano sarà trovare un equilibrio tra la tradizione di uno sport basato sul contatto fisico e la necessità di proteggere il cervello di chi lo pratica ai massimi livelli.


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