I segreti dei dintorni del Sole svelati dall’eclissi: ricercatori italiani a caccia di misteriosi asteroidi

La spedizione italiana in Spagna per l'eclissi del 12 agosto 2026 ha testato nuovi strumenti per scovare rocce spaziali nascoste nella luce della nostra stella. I primi promettenti risultati

L’eclissi solare totale del 12 agosto 2026 ha regalato uno spettacolo astronomico indimenticabile, ma per gli scienziati è stata soprattutto un’occasione imperdibile per scrutare i segreti dello Spazio profondo. È stata la 2ª eclissi ad attraversare l’Europa dopo quella dell’11 agosto 1999 e l’osservazione è stata particolarmente favorevole dalla Spagna. In questo scenario suggestivo ha operato il team della spedizione VENTO, guidato da ricercatori italiani, con lo scopo di testare le tecnologie necessarie per individuare corpi celesti estremamente elusivi. Come racconta Albino Carbognani, ricercatore dell’INAF-Osservatorio di Astrofisica e Scienza dello Spazio di Bologna, in un approfondimento sul suo blog “Asteroidi e dintorni“, la missione “è stata una spedizione dedicata ai test sulla strumentazione utilizzabile per la ricerca dei Vulcanoidi, gli ipotetici asteroidi in orbita fra Mercurio e il Sole“.

Il mistero dei vulcanoidi e l’ostacolo della luce

Carbognani, nel suo accurato resoconto, entra subito nel vivo della sfida astronomica, spiegando che “al momento non conosciamo nessun vulcanoide, anche se ci sono diversi asteroidi che si avvicinano a pochi milioni di km dalla nostra stella“. Questi corpi orbitano in un ambiente infernale, sperimentando “temperature superficiali dell’ordine di 750°C, proprio all’interno della zona stabile dei vulcanoidi, compresa grosso modo fra 13,5 e 31,5 milioni di km dal Sole“. Il ricercatore dell’INAF sottolinea la reale difficoltà dell’impresa: “Il principale problema dei vulcanoidi è che si trovano in una zona molto vicina alla nostra stella; di conseguenza, non possono essere cercati o osservati quando il cielo è buio“. Per far comprendere al meglio la complessità dell’osservazione, l’autore si rivolge direttamente ai lettori del blog: “Quanti dei lettori hanno mai visto Mercurio? Pochi, perché è un pianeta sempre immerso nelle luci dell’alba o del tramonto“. Mentre Mercurio si allontana dal Sole di 18°, un vulcanoide arriva al massimo a 11°. Per questo le eclissi totali diventano fondamentali, poiché “la Luna fa da schermo alla luce solare e il cielo diurno diventa molto più scuro del normale“.

La genesi del Sistema Solare e il ruolo delle sonde

Sull’origine e la natura di questi ipotetici corpi minori, Carbognani chiarisce le basi teoriche della ricerca: “Non siamo sicuri che i vulcanoidi esistano, ma è ragionevole ipotizzarlo“. L’esperto cita i processi di formazione del nostro Sistema Solare, evidenziando che materiali con alto punto di fusione potrebbero essersi aggregati molto vicino alla stella madre. Per asteroidi ad alta densità “l’effetto Yarkovsky, ossia la variazione del raggio orbitale dovuto all’assorbimento e alla riemissione della luce solare, è inferiore rispetto a quello degli asteroidi rocciosi“, permettendo loro di sopravvivere su orbite stabili per miliardi di anni. L’autore ricorda inoltre che le sonde non sono state progettate per questa specifica caccia: SOHO ha escluso la presenza di corpi tra 40 e 100 km di diametro, mentre STEREO e Messenger hanno escluso quelli superiori ai 6 km. Restano ancora ignoti i vulcanoidi più piccoli, di circa 1 km di diametro, che “secondo alcune stime, dovrebbero essere dell’ordine di un centinaio“.

La logistica della spedizione VENTO e i primi risultati

Per questa complessa osservazione, il team (composto da Carbognani e Gabriele Umbriaco, Alessio Taranto e Thimea Armenio dell’Università di Bologna) si è posizionato in un campo eolico situato a 1,75 km dalla linea della centralità, a Sud di Burgos e a circa 240 km a Nord di Madrid. L’autore del blog racconta anche le difficoltà pratiche e l’organizzazione, sottolineando che “la logistica è un fattore critico, soprattutto per la necessità di trasportare una grande quantità di strumentazione“, tanto che circa 170 kg di materiale sono stati spediti in anticipo. Utilizzando camere CMOS sensibili all’infrarosso vicino e teleobiettivi specifici, la ricerca ha puntato 2 regioni sull’eclittica distanti circa 10° dal Sole. I primi risultati sono molto incoraggianti: elaborando 317 immagini utili, i ricercatori hanno rilevato stelle oltre la magnitudine +10, e Carbognani stima con ottimismo che “con un cielo più scuro, come sarà nell’eclissi del 2 agosto 2027, si potrà arrivare alla mag +13/+14 con lo stesso setup“.

Uno spettacolo astronomico mozzafiato

Al di là dei preziosi dati tecnici e strumentali, Carbognani descrive l’evento come un’esperienza visivamente straordinaria. “L’eclissi spagnola è stata spettacolare: durante la totalità, per un certo periodo, è rimasta visibile a occhio nudo una grande protuberanza di colore rosso“, racconta il ricercatore. Osservando il sottile arco della cromosfera, quello “strato di gas, con una temperatura di circa 10mila K, situato tra la fotosfera (a 6mila K) e la corona solare (a 1 milione K)“, il team ha documentato la magnifica complessità della nostra stella. L’autore conclude ricordando che ci troviamo nell’anno successivo al massimo del 25° ciclo solare, mostrando immagini con una corona “estremamente complessa e ricca di strutture, con innumerevoli pennacchi“, i segni evidenti della violenta e affascinante interazione magnetica da cui origina il vento solare.

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Credit Albino Carbognani
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Credit Albino Carbognani