Il 20 agosto 1975, dalla base di Cape Canaveral, in Florida, un razzo Titan IIIE-Centaur si sollevò dalla rampa del Launch Complex 41 portando verso lo spazio la sonda Viking 1. Erano le 17:22, ora locale, e cominciava un viaggio di circa 10 mesi verso Marte. Per la NASA non si trattava di una semplice missione fotografica. Viking rappresentava uno dei progetti più ambiziosi mai tentati fino a quel momento nell’esplorazione planetaria: ogni veicolo era composto da un orbiter, destinato a studiare Marte dall’alto, e da un lander, progettato per scendere direttamente sulla superficie. L’obiettivo era ottenere immagini ad alta risoluzione, analizzare atmosfera e terreno e, soprattutto, cercare possibili indizi di vita.
Un viaggio verso un mondo ancora misterioso
A metà degli anni ’70 Marte era già stato osservato da diverse sonde, ma rimaneva un pianeta pieno di interrogativi. Le missioni Mariner avevano mostrato un ambiente molto diverso dalle rappresentazioni fantascientifiche di un Marte popolato da civiltà aliene. Allo stesso tempo, alcune osservazioni avevano alimentato l’interesse per il passato del pianeta e per la possibilità che, miliardi di anni fa, potesse aver avuto condizioni più favorevoli alla vita.
Viking avrebbe dovuto compiere il passo successivo: arrivare sulla superficie e analizzarla direttamente. Il viaggio durò 304 giorni. Il 19 giugno 1976 la sonda entrò in orbita attorno a Marte. Poco più di un mese dopo, il 20 luglio, il lander si separò dall’orbiter e iniziò la discesa verso la superficie. La destinazione era Chryse Planitia, una vasta pianura dell’emisfero settentrionale marziano. L’atterraggio fu un successo: Viking 1 divenne il primo veicolo statunitense a raggiungere la superficie di Marte con successo e, nel giro di pochi minuti, trasmise a Terra la prima fotografia mai scattata dalla superficie del Pianeta Rosso.
Un laboratorio robotico sulla superficie di Marte
Il lander Viking non si limitava a scattare fotografie. Era un vero laboratorio automatico. Disponeva di un braccio robotico capace di raccogliere campioni di terreno e di strumenti per studiarne composizione e caratteristiche. Tra le apparecchiature c’erano uno spettrometro di massa con gascromatografo, un sismometro, strumenti meteorologici e un laboratorio biologico. Quest’ultimo aveva un compito particolarmente ambizioso: cercare segnali compatibili con la presenza di microrganismi.
Gli esperimenti biologici non fornirono la prova dell’esistenza di vita marziana. Viking però produsse una quantità enorme di informazioni sul pianeta: contribuì a descrivere Marte come un mondo freddo, secco, con una sottile atmosfera ricca di anidride carbonica e con evidenze di antichi corsi d’acqua e grandi fenomeni di alluvione. Anche l’orbiter ebbe un ruolo fondamentale: dall’alto raccolse immagini dettagliate e contribuì a mappare gran parte della superficie marziana. Complessivamente, gli orbiter Viking 1 e Viking 2 trasmisero più di 52mila immagini e permisero di studiare Marte con un livello di dettaglio allora senza precedenti.
Un’eredità che arriva fino a oggi
La missione Viking avrebbe dovuto rappresentare soltanto un primo passo, ma la sua durata superò ampiamente le aspettative. Il lander di Viking 1 continuò a funzionare per oltre 6 anni, fino all’ultima trasmissione dell’11 novembre 1982. La sua importanza va però oltre la quantità di dati raccolti. Viking inaugurò un modello di esplorazione di Marte destinato a diventare fondamentale: osservare il pianeta dall’orbita e, contemporaneamente, studiarne direttamente il suolo.


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