Alle 08:15 del mattino, la città giapponese di Hiroshima venne colpita da una bomba atomica sganciata da un bombardiere statunitense. Il suo nome era Little Boy. In pochi secondi, un’esplosione di potenza mai vista prima trasformò il centro urbano in un’enorme distesa di macerie e segnò una svolta irreversibile nella storia dell’umanità. A bordo del bombardiere B-29 Enola Gay, l’equipaggio aveva ricevuto l’ordine di utilizzare la nuova arma sviluppata dagli Stati Uniti nell’ambito del Progetto Manhattan. La bomba esplose a circa 600 metri dal suolo, provocando una gigantesca sfera di fuoco, un’onda d’urto devastante e un’intensa radiazione.
Le conseguenze furono immediate. Interi quartieri vennero distrutti o incendiati e decine di migliaia di persone morirono nello stesso giorno. Molte altre morirono nei mesi e negli anni successivi a causa delle ferite e degli effetti delle radiazioni. Le stime sul numero complessivo delle vittime variano secondo i criteri utilizzati, ma entro la fine del 1945 i morti furono circa 140mila.
Una nuova arma per una guerra già devastante
Nell’agosto del 1945 la Seconda Guerra Mondiale era ormai giunta alla sua fase finale. In Europa la Germania nazista si era arresa pochi mesi prima, ma il conflitto continuava nel Pacifico tra Stati Uniti e Giappone. Gli Stati Uniti avevano sviluppato in segreto la bomba atomica, arrivando alla prima esplosione sperimentale il 16 luglio 1945 nel deserto del New Mexico, durante il cosiddetto test Trinity. La decisione di utilizzare l’arma contro il Giappone rimane ancora oggi uno degli episodi più discussi della storia contemporanea.
Il governo statunitense sostenne che l’impiego della bomba avrebbe accelerato la resa giapponese e evitato una sanguinosa invasione del territorio nipponico. I critici hanno invece sottolineato le dimensioni della distruzione e delle sofferenze inflitte alla popolazione civile, interrogandosi sulla necessità e sulle conseguenze morali dell’attacco.
“Una luce accecante”
I sopravvissuti, gli hibakusha, hanno raccontato per decenni ciò che accadde in quei pochi secondi. Prima dell’esplosione arrivò una luce accecante, seguita da un calore estremo e da un’onda d’urto capace di abbattere edifici e scagliare detriti a grande distanza. Per chi si trovava vicino al punto dell’esplosione, le possibilità di sopravvivere furono minime. Molti riportarono ustioni gravissime; altri, apparentemente illesi, svilupparono successivamente malattie legate all’esposizione alle radiazioni. La distruzione non fu soltanto materiale: Hiroshima divenne il simbolo della capacità dell’uomo di produrre armi in grado di annientare una città in pochi istanti.
Tre giorni dopo, Nagasaki
Il bombardamento di Hiroshima non pose immediatamente fine alla guerra. Il 9 agosto 1945, gli Stati Uniti sganciarono una seconda bomba atomica, questa volta sulla città di Nagasaki. Anche in questo caso morirono decine di migliaia di persone. Il 15 agosto l’imperatore Hirohito annunciò alla popolazione giapponese l’accettazione della resa. La resa formale del Giappone venne firmata il 2 settembre 1945, ponendo fine alla Seconda Guerra Mondiale.
Un’eredità che dura ancora oggi
A 81 anni di distanza, Hiroshima non rappresenta soltanto un episodio della Seconda Guerra Mondiale. È diventata un simbolo universale della guerra nucleare e della necessità di evitare che armi di distruzione di massa vengano nuovamente impiegate contro le popolazioni. Ogni 6 agosto la città commemora le vittime con una cerimonia nel Peace Memorial Park. Alle 08:15, l’ora dell’esplosione, viene osservato un minuto di silenzio. La memoria degli hibakusha occupa un posto centrale nelle celebrazioni, mentre Hiroshima continua a promuovere un messaggio di pace e di abolizione delle armi nucleari.


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