Il disastro di Mattmark, 61 anni fa il devastante crollo del ghiacciaio alpino. Tutti i precedenti storici e l’ossessione odierna della schizofrenia climatica

Nel 1965 il crollo del ghiacciaio dell'Allalin spezzò 88 vite. Un dramma storico che oggi ci ricorda come la natura segua i suoi cicli, lontano dai catastrofismi moderni e dalle strumentalizzazioni propagandistiche

Oggi, 30 agosto, ricorre esattamente il 61° anniversario di una delle tragedie più dolorose e dimenticate della nostra storia recente. Il 30 agosto 1965, la natura ricordò all’uomo tutta la sua implacabile potenza con la sciagura di Mattmark, un evento che sconvolse il Canton Vallese in Svizzera. In un pomeriggio come tanti, una gigantesca porzione del ghiacciaio dell’Allalin cedette di schianto, collassando con una furia inaudita e travolgendo in pochi istanti il sottostante cantiere per la costruzione della diga. Sotto milioni di metri cubi di ghiaccio, rocce e fango, persero la vita 88 persone, tra le quali figuravano ben 56 operai italiani, emigrati con la speranza di costruire un futuro migliore per le proprie famiglie. Questa catastrofe non solo evidenziò in modo drammatico gli altissimi rischi legati alla costruzione di infrastrutture imponenti in ambienti glaciali instabili, ma sollevò profonde questioni etiche e sociali sulla sicurezza e sulle condizioni dei lavoratori migranti impiegati in tali giganteschi progetti.

La memoria storica contro l’onda dei catastrofismi

Rileggendo le cronache dell’epoca, colpisce la straordinaria lucidità con cui la stampa affrontava questi eventi, come testimonia la storica prima pagina del La Stampa:

disastro di Mattmark

Negli anni Sessanta, di fronte a un simile dramma, l’informazione forniva il necessario inquadramento storico citando tutti i numerosi precedenti dei decenni e dei secoli antichi, per spiegare ai lettori che questi cedimenti rappresentano fenomeni geologici del tutto usuali nelle dinamiche montane. Oggi, a 61 anni di distanza, il paradigma informativo è stato completamente capovolto. Se un distacco glaciale si verifica in Nepal o in qualsiasi luogo del pianeta, portando via con sé migliaia di vite umane, la macchina mediatica si attiva in tempo reale per gridare unicamente al cambiamento climatico ignorando, appunto, la storia del nostro Pianeta da sempre costellata da questi eventi drammatici. Ogni singolo avvenimento viene sistematicamente decontestualizzato e romanzato, con lo scopo deliberato di creare nella popolazione la falsa percezione che si tratti di cataclismi mai visti prima nella storia del pianeta.

disastro di Mattmark

disastro di Mattmark

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I orecedenti Ottocenteschi e la dinamica dei Ghiacciai

Per smascherare questi persistenti allarmismi, è sufficiente sfogliare i registri storici. È proprio nell’Ottocento, ben prima dell’era industriale moderna, che l’arco alpino ha registrato alcune delle sue più devastanti tragedie glaciali. Nel giugno del 1818, ad esempio, l’avanzamento incontrollato del ghiacciaio del Giétro, situato anch’esso nel Canton Vallese, bloccò il deflusso del fiume Dranse, originando un enorme lago glaciale di circa trenta milioni di metri cubi d’acqua. Quando la fragile diga di ghiaccio collassò, l’immane inondazione cancellò decine di abitazioni e uccise 44 persone. Una dinamica simile si ripeté in Francia nel luglio del 1892, quando una vasta sacca idrica formatasi nelle viscere del ghiacciaio di Tête Rousse, sul Monte Bianco, esplose improvvisamente, scatenando una massa distruttrice che spazzò via la località di Saint-Gervais-les-Bains provocando 175 morti. Pochi anni dopo, l’11 maggio 1895, si verificò uno dei crolli più massicci mai documentati: quattro milioni di metri cubi si staccarono dal ghiacciaio dell’Altels, nel Canton Berna, a causa di semplici infiltrazioni d’acqua basali. Solo la natura remota del luogo evitò un’ecatombe. Eppure, in nessuno di questi drammatici eventi montani la narrazione fu piegata a teorie di apocalisse climatica imminente.

La scomoda verità dell’Optimum Climatico Medioevale

Questa continua distorsione della realtà, figlia di una vera e propria schizofrenia climatica, omette deliberatamente fatti storici incontestabili. Basti pensare che durante tutta l’epoca romana e nel lungo periodo noto come optimum climatico medioevale, le masse glaciali sulle Alpi erano pressoché inesistenti o fortemente arretrate. In quelle epoche, l’assenza di ghiaccio in quota non rappresentava affatto un problema, bensì un’opportunità che facilitava gli insediamenti e i transiti commerciali d’alta quota. I veri disagi per l’uomo si verificarono paradossalmente nei secoli successivi. Tra il Seicento e il Settecento, durante la cosiddetta Piccola Era Glaciale, le uniche criticità riportate dai documenti storici furono quelle legate all’espansione dei ghiacciai, che seppellivano villaggi alpini, distruggevano miniere preziose, tranciavano le vie di comunicazione e riducevano drasticamente la disponibilità di prati e pascoli, imponendo condizioni di vita insostenibili per le popolazioni montane.

Il rispetto per le vittime contro gli sciacalli del clima

Se la tragedia svizzera di 61 anni fa dovesse ricapitare oggi, lo scenario mediatico sarebbe tristemente prevedibile. Assisteremmo a una corsa indecorosa da parte dei moderni sciacalli del clima, pronti a piombare sulle macerie non per portare soccorso o rispetto, ma per fare spietata propaganda ideologica. Questa strumentalizzazione costante del dolore altrui calpesta la dignità di chi perde la vita in tragedie naturali che, come la geologia insegna, seguono i cicli millenari del nostro pianeta. Ricordare oggi gli operai caduti a Mattmark significa non solo onorare la memoria di lavoratori sacrificatisi lontano da casa, ma anche ribadire la necessità di un approccio intellettualmente onesto nei confronti della natura, imparando a convivere con le sue forze immense senza l’arroganza di volerle spiegare unicamente attraverso le lenti deformanti dei catastrofismi contemporanei.