C’è un materiale che, raffreddandosi, sembra comportarsi come un tessuto. Non viene intrecciato dall’esterno e non ha bisogno di alcun intervento meccanico: sono le sue stesse proprietà fisiche a spingere le strutture al suo interno a organizzarsi spontaneamente in una complessa trama tridimensionale. È il fenomeno osservato per la prima volta da un team internazionale di ricercatori della Sapienza Università di Roma, della Nankai University, della Hebrew University of Jerusalem e della Groningen University. I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista Light: Science & Applications, potrebbero avere importanti conseguenze nello sviluppo delle memorie informatiche del futuro.
Un cristallo che si intreccia da solo
Il materiale al centro della ricerca è un cristallo trasparente di tantalato niobato di potassio e litio, noto con la sigla KTN:Li, appartenente alla famiglia dei materiali ferroelettrici. Questi materiali sono già considerati interessanti per le tecnologie di memoria perché possiedono regioni caratterizzate da diverse configurazioni elettriche, che possono essere utilizzate per rappresentare e conservare informazioni.
La novità osservata dai ricercatori è però nella loro organizzazione. Fino a oggi, nei materiali ferroelettrici destinati a questo tipo di applicazioni erano state osservate soprattutto regioni isolate. Nel KTN:Li, invece, durante il raffreddamento emerge spontaneamente una struttura molto più complessa: una rete tridimensionale di filamenti che si intrecciano tra loro. I singoli filamenti atomici passano l’uno sopra e sotto l’altro, dando origine a una vera e propria trama microscopica. Un’immagine che richiama quella di una stoffa, ma anche strutture naturali molto diverse tra loro, come la doppia elica del DNA o le intricate reti di neuroni presenti nel cervello.

a. Istantanea a luce bianca di domini intrecciati con relativa illustrazione 3D.
b. Schema della manipolazione dell’intreccio di domini guidata da laser.
c. Campione di KTN:Li.
L’intreccio come sistema di protezione
L’aspetto più interessante di questa architettura è che l’intreccio non è soltanto spettacolare da osservare. La sua particolare geometria contribuisce a rendere la struttura estremamente resistente alle perturbazioni esterne. In una memoria convenzionale, l’informazione può essere associata a regioni relativamente isolate. Se una di queste viene alterata da un difetto o da un disturbo, anche il dato che contiene può essere compromesso. Una rete intrecciata, invece, distribuisce la struttura su un’area più estesa. I suoi filamenti sono collegati e interdipendenti, creando un’architettura che può risultare più robusta nei confronti di difetti e rumore. Allo stesso tempo, però, il materiale mantiene la capacità di essere modificato. Ed è proprio questa combinazione tra stabilità e flessibilità a rendere la scoperta particolarmente promettente.
I nodi si possono “sciogliere” con la luce
La vera sorpresa arriva quando i ricercatori utilizzano la luce per intervenire sulla struttura. Con un laser verde, è stato infatti possibile modificare localmente l’intreccio, “sciogliendo” i nodi in punti specifici e semplificando la configurazione del materiale senza danneggiare il cristallo. Il processo permette quindi di intervenire sull’organizzazione interna del materiale senza ricorrere a contatti meccanici o elettrici. In prospettiva, significa poter scrivere e riscrivere informazioni utilizzando la luce.
Ma c’è un ulteriore elemento interessante: quando il cristallo viene nuovamente riscaldato, la complessa struttura intrecciata può ricostituirsi spontaneamente. Il materiale, in altre parole, può tornare alla sua configurazione iniziale ed essere preparato per una nuova configurazione.
Verso memorie più robuste e computer che elaborano la luce
È ancora presto per parlare di una nuova generazione di computer pronta per il mercato. La ricerca si trova infatti sul terreno della scienza fondamentale e dovranno essere affrontati numerosi passaggi prima di trasformare queste proprietà in una tecnologia applicabile su larga scala. Il principio, tuttavia, è particolarmente interessante per le memorie informatiche. Una futura memoria basata su reti ferroelettriche intrecciate potrebbe sfruttare la maggiore resilienza dell’architettura per conservare informazioni in modo più resistente a difetti e disturbi.
La possibilità di modificare queste strutture con la luce apre inoltre prospettive nel calcolo fotonico, un settore che utilizza i fotoni per elaborare e trasferire informazioni, e nell’elaborazione neuromorfica, che cerca di sviluppare sistemi informatici ispirati al modo in cui funziona il cervello. In questo scenario, il materiale non sarebbe soltanto un supporto passivo per i dati, ma potrebbe diventare parte integrante dei processi di elaborazione.
Una scoperta che va oltre l’informatica
La ricerca potrebbe avere implicazioni che superano il campo delle memorie digitali. Il modo in cui questa struttura si forma spontaneamente è infatti legato a un principio fisico molto generale: la rottura spontanea di simmetria. Si tratta di un fenomeno fondamentale che descrive il passaggio di un sistema da uno stato più simmetrico a uno in cui emerge spontaneamente una particolare organizzazione.
Secondo i ricercatori, meccanismi analoghi potrebbero contribuire alla formazione di strutture intrecciate anche in altri sistemi fisici, dai superconduttori fino ai modelli utilizzati per descrivere alcuni processi dell’Universo primordiale. Il piccolo “tessuto” osservato nel cristallo KTN:Li diventa così qualcosa di più di una curiosità microscopica. È una finestra su un comportamento della materia che potrebbe essere molto più diffuso di quanto finora immaginato.
La prospettiva più affascinante è forse proprio questa: una struttura capace di auto-organizzarsi, resistere ai disturbi e poi essere riscritta con la luce potrebbe diventare uno dei mattoni delle tecnologie informatiche del futuro. Prima, però, sarà necessario capire fino a che punto questa straordinaria proprietà possa essere controllata, miniaturizzata e trasformata in un dispositivo reale.


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