L’influenza aviaria H5 ad alta patogenicità supera una nuova frontiera in Australia e accende l’attenzione degli esperti per il possibile impatto sulla fauna marina. Le autorità hanno confermato infatti il primo caso di infezione da virus H5 in un mammifero del territorio australiano, dopo il ritrovamento di una foca orsina dal naso lungo trovata senza vita a Beachport, nell’Australia Meridionale, il 19 agosto. Le analisi effettuate presso l’Australian Centre for Disease Preparedness (Acdp) hanno confermato la presenza del virus, segnando un passaggio considerato significativo nell’evoluzione dell’epidemia globale di H5N1, che negli ultimi anni ha coinvolto numerose specie selvatiche in diversi continenti. La situazione si è ulteriormente complicata con la segnalazione di un secondo caso sospetto in una foca, questa volta individuato nel Pages Conservation Park, un’area composta da due piccole isole davanti a Kangaroo Island, considerata un importante luogo di riproduzione per il leone marino australiano, una specie già classificata a rischio di estinzione. I campioni raccolti sono stati inviati all’Acdp per gli esami di conferma e i risultati sono attesi nei prossimi giorni.
La prima infezione confermata in un mammifero australiano: “uno sviluppo preoccupante”
La conferma della presenza del virus in una specie di mammifero marino rappresenta un evento senza precedenti per l’Australia. Nella nota diffusa dalle autorità viene sottolineato che “si tratta della prima rilevazione del virus dell’influenza aviaria H5 in una specie di mammifero in Australia”. Beth Cookson, Australian Chief Veterinary Officer, ha definito l’episodio uno “sviluppo preoccupante”, pur evidenziando come il salto del virus verso altre specie selvatiche non sia completamente inatteso. “Non sia inaspettato che l’influenza aviaria H5 venga rilevata in altri animali selvatici, in particolare mammiferi marini, in aree in cui si registrano alti livelli di infezione tra gli uccelli selvatici”, ha dichiarato Cookson. Le autorità australiane hanno comunque precisato che, al momento, non risultano contaminazioni negli allevamenti. “Non sono state rilevate tracce di contaminazione nel pollame né nel sistema di produzione agricola e il rischio per la salute umana rimane basso”, ha aggiunto la responsabile veterinaria. Il ritrovamento della foca infetta viene quindi monitorato soprattutto per le possibili conseguenze sulla fauna marina australiana, più che per un immediato rischio sanitario per la popolazione.
H5N1 nei mammiferi marini: il precedente devastante dell’Argentina
Gli esperti invitano tuttavia alla massima attenzione perché l’esperienza internazionale dimostra che il passaggio dell’H5N1 agli animali marini può avere conseguenze drammatiche. Jane Younger, ricercatrice dell’Institute for Marine and Antarctic Studies dell’University of Tasmania, in un’analisi pubblicata su The Conversation, ha spiegato che l’Australia ha raggiunto una nuova soglia critica nella diffusione del virus. “L’Australia ha superato un’altra triste soglia nell’epidemia di influenza aviaria H5N1″, ha dichiarato l’esperta. Secondo Younger, la foca australiana avrebbe probabilmente contratto il virus attraverso il contatto con uccelli infetti oppure tramite l’ambiente condiviso con specie colpite dall’influenza aviaria.
“È probabile che questa foca abbia contratto il virus tramite il contatto con uccelli infetti o con l’ambiente che condividono”, ha spiegato. La ricercatrice ha però sottolineato che non ci sono al momento elementi per parlare di un focolaio diffuso tra i mammiferi marini australiani. “Non ci sono prove che faccia parte di un’epidemia più ampia tra i mammiferi marini. Un singolo caso di foca infetta non costituisce un’epidemia. Ma sappiamo, grazie all’esperienza all’estero, quanto velocemente la situazione possa cambiare”, ha avvertito.
La strage degli elefanti marini in Sud America: migliaia di cuccioli morti
Il timore degli scienziati nasce soprattutto dai precedenti registrati negli ultimi anni. Quando il virus H5N1 raggiunse gli elefanti marini meridionali in Argentina nel 2023, l’impatto fu devastante. Secondo quanto riportato da Younger, “morirono più di 17mila cuccioli. In una colonia intensamente monitorata, la mortalità raggiunse infine il 95%”. Le analisi genetiche condotte successivamente hanno indicato una possibile trasmissione tra mammiferi, più che una serie di infezioni indipendenti provocate dagli uccelli. “Le prove genetiche supportavano fortemente la trasmissione tra mammiferi, piuttosto che l’infezione indipendente di migliaia di foche a partire dagli uccelli”, ha spiegato la studiosa.
L’emergenza si è poi estesa fino all’area dell’Oceano Antartico. Sull’isola della Georgia del Sud, a est delle Isole Falkland, il numero delle femmine riproduttive di elefante marino meridionale è diminuito del 47% tra il 2022 e il 2024 dopo l’arrivo dell’H5N1. Anche il territorio australiano è stato coinvolto: sull’isola Heard, situata circa 1.700 chilometri a nord dell’Antartide, si stima che durante l’epidemia del 2025 siano morti 13.359 cuccioli di elefante marino. La diffusione del virus ha colpito anche diverse specie di foche antartiche, aumentando le preoccupazioni per gli animali già sottoposti a pressioni ambientali e climatiche.
Il rischio per le specie minacciate: nel mirino il leone marino australiano
L’attenzione degli scienziati si concentra ora sulle specie più vulnerabili. Il nuovo caso australiano riguarda infatti un ecosistema dove vivono animali già in difficoltà, tra cui il leone marino australiano, una specie considerata a rischio di estinzione. Secondo Younger, perdite di grandi dimensioni potrebbero avere effetti irreversibili sulle popolazioni più fragili. “Per specie già minacciate, come il leone marino australiano, l’otaria antartica e l’elefante marino meridionale, perdite di questa portata possono spingere più vicino all’estinzione”, ha spiegato l’esperta. Il secondo caso sospetto individuato nel Pages Conservation Park assume quindi un’importanza particolare proprio perché l’area rappresenta un sito riproduttivo fondamentale per il leone marino australiano. Le prossime analisi saranno decisive per capire se si tratta di un episodio isolato oppure del primo segnale di una maggiore circolazione del virus tra i mammiferi marini dell’area.
L’ipotesi della vaccinazione per proteggere le specie più fragili
Di fronte al rischio di nuovi episodi, gli scienziati stanno valutando anche strategie di prevenzione più mirate. Tra queste viene presa in considerazione la possibilità di una vaccinazione selettiva della fauna selvatica nelle popolazioni più vulnerabili. Secondo Jane Younger, un intervento potrebbe essere valutato soprattutto per le specie più importanti dal punto di vista conservazionistico. “L’Australia ora dovrebbe valutare se una vaccinazione mirata possa proteggere determinate popolazioni in cui l’intervento sia fattibile e vantaggioso, in particolare i leoni marini australiani, specie a rischio di estinzione, e gli elefanti marini meridionali dell’isola di Macquarie, che rappresentano una popolazione riproduttiva australiana di enorme importanza”, ha dichiarato.
La ricercatrice ha comunque chiarito che la vaccinazione non rappresenterebbe una soluzione definitiva alla diffusione dell’H5N1 nella fauna selvatica. “La vaccinazione non impedirà mai la diffusione dell’H5N1 nella fauna selvatica. Tuttavia, potrebbe contribuire a prevenire perdite catastrofiche nelle specie che possiamo raggiungere”, ha concluso. L’Australia entra così in una nuova fase di monitoraggio dell’influenza aviaria H5, con particolare attenzione agli ambienti marini e alle colonie di mammiferi che potrebbero rappresentare il prossimo fronte della diffusione del virus.


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