Il fenomeno del solletico ha affascinato filosofi e scienziati fin dai tempi di Aristotele e Socrate, ma fino a oggi le sue origini e la sua precisa mappa anatomica sono rimaste un enigma non risolto. Un nuovo e dettagliato studio scientifico guidato dai ricercatori Ziliang Xiong e Konstantina Kilteni, pubblicato oggi sulla prestigiosa rivista Nature Human Behaviour, ha finalmente gettato luce su questa complessa esperienza sensoriale. La ricerca ha preso in esame 448 adulti di età compresa tra i 18 e i 30 anni, appartenenti a tre contesti culturali nettamente distinti: cinese, olandese e greco.
Dall’analisi dei dati è emerso che il solletico è un’esperienza umana quasi universale e ampiamente condivisa. Oltre il 98% dei partecipanti ha dichiarato di aver subito il solletico almeno una volta nella vita, mentre circa il 96% ha affermato di averlo fatto a qualcun altro. La stragrande maggioranza delle persone descrive reazioni emotive e comportamentali del tutto identiche a prescindere dal paese d’origine, identificando nel riso, nel tentativo di fuga e nella resistenza fisica le risposte primarie all’interazione.
I punti critici del corpo: dalle ascelle alle piante dei piedi
Attraverso un sofisticato compito di mappatura digitale del corpo, in cui i partecipanti hanno colorato le aree in cui percepiscono il solletico su sagome umane ad alta risoluzione composte da oltre 91.000 pixel, gli studiosi sono riusciti a tracciare una vera e propria mappa anatomica della percezione. Indipendentemente dalla cultura di appartenenza, sono emersi dei chiari “hotspot” corporeo del solletico indotto da amici o familiari.
Il collo, le ascelle, l’addome e le piante dei piedi si confermano in modo sistematico le regioni più reattive dell’intero corpo umano. Quando l’interazione avviene con un partner intimo, la mappa si sovrappone a quella generale ma si estende ulteriormente verso l’inguine e l’interno coscia. Attraverso modelli di apprendimento automatico basati sull’algoritmo Partial Least Squares, i ricercatori hanno dimostrato che la configurazione di queste zone è talmente stabile da permettere di prevedere con altissima precisione la risposta al solletico sia tra culture diverse sia tra individui dello stesso gruppo.
Perché proviamo solletico? La teoria di Darwin supera Aristotele
L’aspetto più affascinante dell’indagine riguarda il confronto diretto tra la mappa empirica ottenuta e le cinque principali teorie storiche e contemporanee formulate per spiegare perché alcune parti del corpo siano più sensibili di altre. Gli autori hanno messo alla prova la teoria fisiologica legata alla densità dei recettori tattili, la teoria di Aristotele sullo spessore della pelle, la teoria della vulnerabilità fisica nei combattimenti legata al diametro delle arterie, la teoria edonica legata alle zone erogene e la teoria dell’esposizione al contatto formulata da Charles Darwin.
Nessuna singola teoria è in grado di spiegare da sola l’intera mappa corporea, ma tra tutte le ipotesi storiche, quella di Darwin ha trovato il riscontro empirico più solido. Il celebre naturalista ipotizzò che le aree del corpo meno abituate a essere toccate nella vita quotidiana tendano a sviluppare una maggiore reattività al solletico. I dati raccolti confermano che le regioni esposte raramente al contatto personale o sociale manifestano una sensibilità al solletico decisamente più marcata, probabilmente a causa di un maggiore effetto “sorpresa“ generato dal contatto imprevisto.
Il paradosso neuroscientifico: la sensibilità tattile non c’entra
Il risultato più sorprendente dello studio risiede nelle correlazioni negative emerse durante l’analisi multivariata. Contro ogni intuizione comune, le aree del corpo dotate di una maggiore densità di innervazione tattile, come i polpastrelli o i palmi delle mani, si sono rivelate tra le meno reattive al solletico. Allo stesso modo, le regioni valutate dagli stessi partecipanti come altamente piacevoli al tatto o erogene non coincidono affatto con i principali punti critici del solletico. Questo paradosso dimostra che il solletico è un’esperienza somatosensoriale del tutto distinta rispetto alla percezione del tatto ordinario, del dolore o del piacere hedonic. La reattività al solletico non è semplicemente un sottoprodotto dell’ipersensibilità della pelle, ma risponde a un profilo neurofisiologico e psicologico autonomo e specializzato.
Un’eredità evolutiva condivisa con i grandi primati
La convergenza dei dati tra culture diverse indica che il solletico non è un artefatto sociale o culturale, ma un tratto evolutivo profondamente radicato nella biologia umana. Le dinamiche osservate nello studio rispecchiano in modo impressionante i comportamenti riscontrati nei grandi primati come scimpanzé e bonobo. In entrambe le specie, infatti, il solletico viene praticato con le mani esattamente sulle stesse zone corporee, provoca vocalizzazioni del tutto analoghe alla risata e presenta una chiara asimmetria legata all’età. Il solletico è molto più frequente durante l’infanzia e tende a diminuire nell’età adulta, svolgendo un ruolo fondamentale nel rafforzare i legami affettivi e il gioco sociale. La ricerca apre ora nuove strade per comprendere come fattori complessi quali il consenso, le intenzioni e il contesto relazionale modulino un meccanismo biologico così antico e affascinante.


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