Siccità, incendi e crisi dell’acqua: il nuovo scenario climatico secondo l’OCSE

Il Global Drought Outlook fotografa una nuova emergenza climatica: aumentano frequenza, durata e intensità degli eventi estremi

Siccità sempre più frequenti, prolungate e severe, incendi boschivi più devastanti e una crescente pressione sulle risorse naturali stanno modificando profondamente il rapporto tra società, ambiente ed economia. È questo il quadro delineato dall’Ocse attraverso il rapporto “Global Drought Outlook”, che analizza gli effetti del cambiamento climatico sulla disponibilità idrica e sulle strategie necessarie per rafforzare la resilienza dei Paesi. La crisi climatica sta aumentando il rischio di periodi di carenza idrica estrema, con conseguenze che coinvolgono non soltanto l’agricoltura e gli ecosistemi, ma anche la produzione energetica, i trasporti fluviali, le attività industriali e la stabilità economica delle comunità. La riduzione delle rese agricole, la pressione sulle reti idriche e il deterioramento dei paesaggi sono fenomeni destinati a crescere se non verranno adottate nuove politiche di adattamento. Il rapporto dell’Ocse evidenzia come sia necessario passare da una gestione emergenziale della siccità a un approccio strutturale, capace di affrontare un futuro caratterizzato da una maggiore frequenza di eventi estremi.

La sicurezza idrica diventa una priorità globale: investimenti insufficienti e perdite economiche crescenti

Secondo l’analisi dell’Ocse, gli investimenti legati all’acqua rappresentano uno degli strumenti fondamentali per sostenere lo sviluppo economico nel lungo periodo. Garantire una maggiore sicurezza idrica significa infatti proteggere settori strategici come agricoltura, industria, energia, salute pubblica ed educazione. La mancanza di investimenti adeguati potrebbe avere un impatto economico enorme. Secondo la Global Commission on the Economics of Water, il mancato rafforzamento della sicurezza idrica potrebbe determinare entro il 2050 perdite economiche pari in media all’8% del Pil globale. Nei Paesi a basso reddito, il danno potrebbe arrivare tra il 10% e il 15% del prodotto interno lordo. Anche gli interventi nel settore idrico mostrano un forte ritorno economico e sociale. Le Nazioni Unite stimano infatti che ogni dollaro investito in acqua e servizi igienico-sanitari possa generare circa 4 dollari di benefici, grazie al miglioramento della salute, dell’istruzione, della sicurezza alimentare e della tutela ambientale. Tuttavia, valutare la reale efficacia degli investimenti nel settore idrico rimane complesso, perché i benefici spesso non sono facilmente misurabili. Le metriche cambiano in base al tipo di intervento: dall’efficienza delle reti idriche alla riduzione del rischio di alluvioni, fino alle prestazioni delle soluzioni basate sulla natura.

Il problema della manutenzione: infrastrutture idriche fragili e investimenti spesso insufficienti

Uno degli elementi più critici evidenziati dal rapporto riguarda la sostenibilità nel tempo degli investimenti idrici. In molti Paesi, sia sviluppati sia in via di sviluppo, il valore economico e sociale dell’acqua continua a essere sottovalutato. La combinazione tra tariffe mantenute artificialmente basse e difficoltà nel recuperare i costi operativi impedisce spesso ai gestori del servizio idrico di garantire una manutenzione adeguata delle infrastrutture. Il risultato è un progressivo accumulo di ritardi negli interventi di rinnovo delle reti e degli impianti. Secondo l’Ocse, le decisioni finanziarie vengono frequentemente orientate verso la realizzazione di grandi opere considerate più facilmente finanziabili, mentre ricevono meno attenzione gli interventi necessari per garantire resilienza a lungo termine, adattamento climatico e protezione delle comunità più vulnerabili. La qualità degli investimenti, dunque, diventa importante quanto la quantità delle risorse disponibili. Non basta aumentare i finanziamenti: occorre indirizzarli verso progetti capaci di produrre benefici duraturi.

Nuovi modelli finanziari per affrontare la crisi dell’acqua

Il rapporto dell’Ocse sottolinea la necessità di sviluppare nuovi strumenti per mobilitare capitali verso il settore idrico. Negli ultimi anni il dibattito si è concentrato soprattutto sulla quantità di finanziamenti necessari a colmare il divario esistente, ma secondo l’organizzazione internazionale anche la struttura e la qualità dei finanziamenti sono elementi decisivi. Tra i modelli analizzati figurano i green, social e sustainability bond, strumenti finanziari che hanno registrato una forte crescita ma che vengono ancora utilizzati poco per gli investimenti legati all’acqua dolce. Anche i cosiddetti blue bond, pur in espansione, sono ancora prevalentemente destinati a progetti marini e oceanici. Secondo i dati della Climate Bonds Initiative, i bond classificati come “blue” o “water” rappresentano ancora meno dell’1% del mercato globale dei green, social e sustainability bond, mostrando un enorme potenziale ancora inutilizzato.

L’Ocse evidenzia inoltre il ruolo della finanza basata sui risultati (Results-Based Finance), un modello che collega l’erogazione dei fondi al raggiungimento di obiettivi verificabili. Questo approccio può migliorare la qualità degli investimenti perché sposta l’attenzione dalle sole risorse impiegate agli effetti realmente prodotti, come il miglioramento dei servizi idrici e della loro sostenibilità. Anche i partenariati pubblico-privati (PPP) possono contribuire a rendere più efficaci gli investimenti, a condizione che i contratti siano progettati correttamente e garantiscano un equilibrio tra interessi economici, tutela ambientale e accesso equo ai servizi.

Gli incendi estremi aumentano: il cambiamento climatico amplifica il rischio globale

Accanto alla crisi idrica, l’Ocse analizza anche l’aumento degli incendi estremi, fenomeni caratterizzati da dimensioni, durata, intensità e impatti sempre più rilevanti. In molte aree del mondo la frequenza degli incendi è in crescita. In Australia, ad esempio, il numero medio di incendi è raddoppiato dal 1980. Nelle foreste degli Stati Uniti occidentali, la gravità degli incendi è aumentata di otto volte tra il 1985 e il 2017. A livello globale, la durata della stagione favorevole agli incendi è cresciuta del 27% dal 1979. Il cambiamento climatico rappresenta uno dei principali fattori alla base di questa evoluzione. Temperature più elevate, precipitazioni irregolari, suoli più secchi, variazioni nei venti e nei fulmini stanno aumentando la probabilità che gli incendi si sviluppino e raggiungano dimensioni eccezionali.

Secondo le stime riportate dall’Ocse, il cambiamento climatico avrebbe raddoppiato l’area forestale bruciata negli Stati Uniti occidentali tra il 1984 e il 2015. Gli incendi australiani del 2019-2020, inoltre, sarebbero stati almeno il 30% più probabili a causa del riscaldamento globale. Il fenomeno crea anche un pericoloso effetto circolare: gli incendi estremi producono grandi quantità di emissioni che alimentano ulteriormente il cambiamento climatico, aumentando a loro volta la probabilità di nuovi eventi devastanti.

Degrado ambientale e attività umane aggravano il rischio incendi

Oltre al clima, anche l’uso del territorio e il degrado ambientale incidono sulla vulnerabilità degli ecosistemi. La deforestazione e la distruzione delle torbiere rendono i territori più secchi e facilmente infiammabili, contribuendo all’aumento degli incendi in Paesi come Brasile e Indonesia. Anche alcune pratiche agricole e forestali possono aumentare il rischio. L’Ocse cita il caso del Portogallo nel 2017, quando la presenza di vaste aree coltivate con eucalipti non autoctoni contribuì alla maggiore disponibilità di materiale altamente infiammabile. Nella maggior parte dei casi, inoltre, l’attività umana resta la principale causa di innesco degli incendi: secondo il rapporto, è responsabile di circa il 70% della superficie bruciata a livello globale.

Gli incendi estremi provocano danni sanitari, ambientali ed economici senza precedenti

Gli effetti degli incendi estremi vanno ben oltre la perdita diretta di vite umane e di territori. L’inquinamento atmosferico prodotto dai roghi è associato, a livello globale, a circa 340 mila morti premature ogni anno. Gli ecosistemi subiscono danni spesso irreversibili. Dopo gli incendi del 2017 in Cile, quasi il 40% degli habitat considerati in pericolo critico ha riportato danni significativi. In alcune aree degli Stati Uniti, inoltre, la superficie dove la vegetazione non è riuscita a ricrescere dopo un incendio è quasi raddoppiata tra il 2000 e il 2011. Anche il costo economico degli incendi sta raggiungendo livelli record. Il Camp Fire in California nel 2018 ha provocato circa 19 miliardi di dollari di danni diretti, mentre gli incendi australiani del 2019-2020 hanno generato perdite stimate in circa 23 miliardi di dollari.

Come aumentare la resilienza: prevenzione, gestione delle foreste e nuove strategie di adattamento

Di fronte alla crescita degli incendi estremi, molti Paesi hanno aumentato le risorse destinate alla gestione delle emergenze e allo spegnimento dei roghi. Negli ultimi 10-20 anni gli investimenti nelle capacità di risposta sono cresciuti fino a quattro volte. Tuttavia, gli eventi più estremi hanno dimostrato i limiti delle sole strategie di contenimento. Alcuni incendi possono durare mesi, mettendo sotto pressione le squadre di soccorso e riducendo l’efficacia degli interventi. Per questo motivo l’Ocse sottolinea la necessità di rafforzare la prevenzione attraverso una migliore gestione delle foreste e della vegetazione, il recupero degli ecosistemi degradati e il controllo delle aree più vulnerabili. Fondamentale è anche la gestione della vegetazione nelle zone di interfaccia tra ambiente naturale e aree urbane, attraverso interventi come fasce tagliafuoco, aree di protezione e uso controllato del fuoco prescritto. Anche la pianificazione urbana e le norme edilizie hanno un ruolo decisivo: infrastrutture, abitazioni e reti strategiche devono essere progettate considerando il nuovo scenario di rischio climatico.

Servono nuove politiche integrate per affrontare i rischi climatici del futuro

Secondo l’Ocse, la prevenzione degli incendi e la sicurezza idrica richiedono un approccio coordinato che coinvolga governi, autorità locali, servizi meteorologici, gestori delle infrastrutture, agricoltori, proprietari privati e comunità. La gestione del rischio climatico non può più essere affrontata soltanto dopo gli eventi estremi, ma deve diventare una priorità strutturale attraverso investimenti stabili, sistemi di monitoraggio avanzati e una maggiore integrazione tra politiche ambientali, economiche e sociali. La crescita della siccità, degli incendi estremi e degli altri fenomeni legati al clima rappresenta una delle principali sfide dei prossimi decenni. Rafforzare la resilienza significa proteggere non soltanto l’ambiente, ma anche la sicurezza economica e sociale delle comunità in tutto il mondo.