Un nuovo studio mette in evidenza come nessun luogo della Terra sia più privo di inquinamento, persino uno degli ambienti più incontaminati mostra i segni dell’inquinamento prodotto dall’uomo. Sono state trovate, infatti, nanoplastiche in Antartide, in uno degli angoli più remoti del pianeta. Lo studio internazionale, pubblicato sulla rivista ‘Scientific Reports’, documenta per la prima volta la presenza di queste microparticelle nei suoli delle McMurdo Dry Valleys, tra le aree più estreme e meno antropizzate della Terra. Alla ricerca ha partecipato anche l’Università di Verona con Claudio Zaccone, docente del Dipartimento di Biotecnologie, autore corrispondente insieme a Dušan Materić.
Lo studio
I ricercatori hanno analizzato campioni di permafrost provenienti dai deserti freddi antartici, individuando particelle di dimensioni comprese tra 20 nanometri e un micrometro. Tra i polimeri identificati figurano polipropilene, polietilene, polietilene tereftalato (Pet), polistirene, cloruro di polivinile (Pvc) e particelle derivanti dall’usura degli pneumatici, una delle principali fonti di inquinamento da plastiche diffuse attraverso l’atmosfera.
Le analisi hanno mostrato la presenza di nanoplastiche nello strato superficiale (primi 20cm) del permafrost in oltre la metà dei siti esaminati, con concentrazioni che in alcuni casi hanno raggiunto i 300 nanogrammi per grammo di suolo. Sebbene in quantità inferiori, le particelle sono state rinvenute anche negli strati più profondi, indicando che la contaminazione interessa l’intero profilo del suolo. Il polipropilene rappresenta circa il 40% delle nanoplastiche rilevate, seguito dalle particelle provenienti dall’usura degli pneumatici (28%), dal polietilene (15%) e dal polistirene (9%).
L’origine dei contaminanti
Per comprendere l’origine di questi contaminanti, il gruppo di ricerca ha utilizzato un modello di dispersione atmosferica che suggerisce un duplice contributo: da un lato sorgenti locali legate alle attività umane presenti nel continente, dall’altro il trasporto a lungo raggio attraverso l’atmosfera. Il risultato dimostra come le plastiche possano raggiungere anche ecosistemi estremamente isolati, confermando la dimensione globale del fenomeno.
“La contaminazione da plastica è diventata una preoccupazione globale, con evidenze della sua presenza persino in regioni remote come l’Antartide – commenta Zaccone in una nota – Sebbene macroplastiche e microplastiche siano già state documentate negli ecosistemi marini antartici, la loro presenza e il loro destino nei suoli del continente antartico rimangono ancora poco conosciuti, soprattutto in un contesto di cambiamento climatico e di progressivo scioglimento del permafrost”.
Necessarie ulteriori ricerche
Lo studio, spiegano dall’ateneo veneto, rappresenta un importante punto di partenza per comprendere l’impatto delle nanoplastiche negli ecosistemi polari e fornisce un prezioso valore di riferimento per il monitoraggio dell’inquinamento globale. I risultati evidenziano la necessità di approfondire le conoscenze sui meccanismi di trasporto, sulla persistenza delle particelle e sui loro possibili effetti sugli organismi e sui delicati equilibri ecologici dell’Antartide.


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