Abbiamo superato 7 dei 9 limiti che mantengono il pianeta vivibile

Il nuovo Planetary Health Check lancia un forte monito sugli ecosistemi mondiali, confermando il peggioramento delle condizioni fisiche e chimiche essenziali per la nostra sopravvivenza

L’annuale controllo dello stato di salute del nostro pianeta ha restituito risultati preoccupanti per il futuro a lungo termine dell’umanità e di milioni di altre specie viventi. Gli esseri umani, attraverso le loro intense attività quotidiane e industriali, continuano inesorabilmente a spingere la Terra ben oltre i livelli di calore, inquinamento e altre alterazioni ambientali ritenute compatibili con il normale mantenimento della vita. Questo è il quadro che emerge dall’ultimo Planetary Health Check, l’approfondito dossier pubblicato dal Planetary Boundaries Science Lab presso il Potsdam Institute for Climate Impact Research in Germania. Il documento dimostra fattualmente che 7 dei 9 limiti fisici e chimici necessari per mantenere l’intero pianeta abitabile si trovano attualmente ai loro valori peggiori mai registrati da quando i ricercatori li hanno teorizzati e definiti per la prima volta nel 2009.

Un sistema di supporto vitale sotto stress

Gli studiosi del PIK hanno ideato queste misurazioni scientifiche come chiave per comprendere una sorta di sistema di supporto vitale su scala planetaria. Rimanere all’interno dei confini tracciati è fondamentale per preservare l’ambiente naturale a cui noi e innumerevoli altre forme di vita ci siamo adattati nel corso dei millenni. Già nel 2023, la prima edizione del rapporto aveva rilevato come le azioni umane avessero forzato 6 dei 9 limiti esistenti. Lo scorso anno l’umanità ha oltrepassato in pieno anche il 7° ostacolo, ovvero l’acidificazione degli oceani. Davanti a questa tendenza, le parole del team di ricerca non lasciano spazio a interpretazioni rassicuranti. “La diagnosi è inequivocabile. La pressione sta aumentando in ogni confine planetario già al di fuori dello spazio operativo sicuro“, ha affermato Boris Sakschewski, autore principale del rapporto. “Significa che il rischio di cambiamenti su larga scala, persistenti e potenzialmente irreversibili è in aumento, mentre il nostro margine di errore nell’affrontare questi problemi si sta riducendo“.

Il paragone con la pressione sanguigna

Superare improvvisamente uno di questi parametri non si traduce matematicamente in un destino catastrofico automatico o immediato, come se si premesse un interruttore di distruzione. Katherine Richardson, scienziata del sistema terrestre presso l’Università di Copenaghen, ha illustrato il concetto in maniera molto pratica, spiegando che “è come la pressione sanguigna“. In termini prettamente clinici, avere un valore fuori norma “non è una garanzia che avrai un infarto“, tuttavia questa condizione alza drasticamente i rischi che un evento simile possa colpire il paziente da un momento all’altro. Ogni singola misura viene confrontata con una linea di base preindustriale, corrispondente all’incirca alla metà del 19° secolo. Andare oltre ogni singolo confine spinge l’intero globo in una zona di rischio crescente, dove aumentano vertiginosamente le probabilità di allontanarsi definitivamente dalle condizioni originarie.

Le emissioni globali e l’impatto sugli oceani

Tra le soglie critiche infrante spiccano in modo particolare le concentrazioni di anidride carbonica, che hanno raggiunto il record di 426 parti per milione a causa della mancata riduzione nell’uso dei combustibili fossili. Prima dell’avvento della rivoluzione industriale questa concentrazione globale si attestava stabilmente a 280 ppm, mentre il limite di 350 ppm, considerato sicuro da molti esperti, è stato superato nel 1987. Le medesime emissioni fossili hanno guidato la Terra oltre il confine dell’acidificazione degli oceani, poiché le enormi distese d’acqua assorbono il gas in eccesso abbassando pericolosamente il proprio pH. Un’acidità maggiore impedisce a moltissimi organismi di sviluppare i propri gusci protettivi, arrivando perfino a causare il disfacimento dei coralli marini. Questa dinamica rappresenta un duro colpo per la biodiversità generale del globo e andrebbe a colpire pesantemente anche numerosi ecosistemi di inestimabile valore economico. Parallelamente l’uomo immette fosforo e azoto in enormi quantità attraverso i fertilizzanti, provocando fioriture algali tossiche nei fiumi, mentre composti artificiali e sostanze chimiche persistenti si accumulano implacabilmente in tutte le catene alimentari.

Gli unici 2 limiti ancora intatti

L’indagine scientifica evidenzia che soltanto 2 dei 9 limiti tracciati rimangono al momento inviolati: l’esaurimento dell’ozono e l’inquinamento da aerosol nell’atmosfera. L’ozono mostra chiari progressi verso la stabilità grazie all’eccezionale successo storico del Protocollo di Montreal, che ha imposto l’eliminazione dei gas dannosi per lo scudo protettivo terrestre. Anche le emissioni globali di aerosol risultano in calo, grazie soprattutto all’impegno per abbattere i fumi del trasporto marittimo, pur restando critiche in zone specifiche. L’invito finale dei redattori del documento è quello di mantenere altissima l’attenzione per consolidare i successi raggiunti e invertire la tendenza nelle aree più in sofferenza. “Non abbiamo il lusso del tempo, ma abbiamo la conoscenza, la capacità e le soluzioni per cambiare rotta“, ha dichiarato Johan Rockström, direttore del PIK. “Accelerare l’azione per tornare allo spazio operativo sicuro in tutti i confini planetari è essenziale per proteggere vite e mezzi di sussistenza e per mantenere la promessa di una prosperità futura condivisa“.