Il Canale di Panama torna a fare i conti con la siccità. A partire da oggi, le autorità del principale collegamento artificiale tra Oceano Pacifico e Atlantico ridurranno il numero massimo di navi in transito da 36 a 32 al giorno. È soltanto la 2ª volta nella storia recente che il traffico viene limitato per motivi legati alla scarsità d’acqua. La decisione è legata alla grave siccità associata al fenomeno climatico El Niño, che ha alterato le precipitazioni e le condizioni meteorologiche in diverse aree del pianeta. Secondo le previsioni, la situazione potrebbe protrarsi fino alla metà del 2027, costringendo il Canale a mantenere a lungo misure straordinarie per preservare le proprie riserve idriche.
Il Canale, lungo circa 80 km, è attraversato da una quota significativa del commercio internazionale: circa il 5% degli scambi mondiali passa infatti attraverso questa infrastruttura. La sua importanza è particolarmente evidente nei collegamenti tra l’Asia orientale e gli Stati Uniti, che rappresentano l’origine o la destinazione di circa 7 container su 10 trasportati attraverso il Canale.
L’acqua è indispensabile per far funzionare le chiuse
Il problema non riguarda soltanto la navigazione. Il funzionamento del Canale dipende direttamente dalla disponibilità di acqua dolce, raccolta soprattutto attraverso le precipitazioni e conservata in laghi artificiali. Le chiuse consentono alle navi di superare il dislivello tra i diversi tratti della rotta, ma ogni transito richiede una quantità enorme di acqua. Per una singola nave vengono utilizzati circa 200 milioni di litri, che successivamente finiscono in mare.
La scarsità delle precipitazioni ha quindi un impatto diretto sulla capacità dell’infrastruttura di accogliere le navi. Tra aprile e agosto il deficit cumulato di pioggia è risultato quasi del 36% inferiore alla media storica e, secondo le autorità responsabili della gestione delle risorse idriche, non si intravedono segnali di un rapido miglioramento. Alle limitazioni sul numero di transiti si aggiunge inoltre una riduzione del pescaggio massimo consentito, cioè della profondità alla quale una nave può immergersi nell’acqua. Il limite scenderà da 15,24 a 14,63 metri.
Il precedente del 2023-2024
Non è la prima volta che El Niño costringe Panama a intervenire sul traffico marittimo. Nel 2023 e nel 2024, durante una precedente fase di grave siccità, il numero di transiti giornalieri era stato portato fino a 22, mentre il pescaggio massimo era sceso a 13,41 metri. Le conseguenze furono significative: circa il 20% in meno di navi attraversò il Canale e il tonnellaggio complessivo diminuì del 17%. Allo stesso tempo aumentarono le code di imbarcazioni in attesa e i tempi necessari per completare il passaggio. La prospettiva di nuove restrizioni preoccupa quindi il settore marittimo. Se le riserve dei laghi non dovessero recuperare nei prossimi mesi, le autorità potrebbero essere costrette a introdurre ulteriori misure.
Il rischio per prezzi e catene di approvvigionamento
Le ripercussioni potrebbero estendersi ben oltre Panama. Una riduzione del pescaggio comporta infatti una diminuzione della quantità di merci che le navi possono trasportare. Secondo le stime citate dagli esperti, ogni 30 cm di pescaggio in meno possono tradursi nella necessità di rinunciare a circa 200 container. Per le portacontainer di maggiori dimensioni, capaci di trasportare fino a 16mila unità, la perdita di capacità può quindi raggiungere livelli considerevoli.
Meno navi, meno spazio disponibile e tempi di attesa più lunghi rischiano di aumentare i costi del trasporto marittimo. Un eventuale incremento dei noli potrebbe successivamente trasferirsi sui prezzi finali dei prodotti, con conseguenze per consumatori e imprese. Il settore dei container è particolarmente esposto, anche perché rappresenta una delle principali fonti di entrate per il Canale. Le compagnie di navigazione, tuttavia, invitano per ora alla prudenza nel valutare l’impatto economico delle nuove restrizioni.
Una crisi che si somma alle tensioni geopolitiche
La situazione arriva in un momento già delicato per le rotte commerciali mondiali. Le tensioni in Medio Oriente hanno infatti modificato i flussi del trasporto marittimo e aumentato la pressione sulle principali vie di collegamento internazionali. Il Canale di Panama ha registrato una crescita del traffico anche in conseguenza delle difficoltà nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa normalmente una quota rilevante dei flussi mondiali di petrolio e gas. Le criticità simultanee lungo diverse rotte strategiche rischiano così di mettere sotto ulteriore pressione le catene globali di approvvigionamento. Per gli Stati Uniti, in particolare, eventuali aumenti dei costi di trasporto attraverso Panama potrebbero avere ripercussioni sul commercio internazionale e sulla competitività delle merci.
Un nuovo bacino per affrontare le future siccità
Per ridurre la vulnerabilità dell’infrastruttura, l’autorità del Canale ha previsto la costruzione di un nuovo bacino idrico di circa 4.600 ettari sul fiume Indio, nella parte occidentale del Paese. L’obiettivo è aumentare le riserve disponibili e garantire una maggiore continuità delle operazioni anche durante periodi prolungati di siccità. Il progetto, però, non dovrebbe essere completato prima del 2031. Nel frattempo il Canale dovrà continuare a gestire una risorsa sempre più preziosa attraverso restrizioni al traffico e al carico delle navi.
La sfida, inoltre, non riguarda soltanto il commercio internazionale. Lo stesso bacino idrografico fornisce acqua potabile a circa metà dei 4,6 milioni di abitanti di Panama. Le infrastrutture destinate all’approvvigionamento idrico sono state progettate quasi un secolo fa e devono oggi confrontarsi con condizioni climatiche e demografiche profondamente cambiate.


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