Clima, l’innalzamento del livello dei mari sta facendo dilagare le specie marine aliene e invasive

Un nuovo studio rivela che entro la fine del secolo, un'area costiera sommersa pari all'estensione dell'Italia o della Svezia diventerà l'habitat ideale per centinaia di specie aliene

La crisi climatica sta ridisegnando la geografia del nostro pianeta in modi che vanno ben oltre la semplice erosione delle coste. Una nuova ricerca scientifica, recentemente pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature Ecology & Evolution, ha portato alla luce un aspetto finora trascurato ma dalle conseguenze ecologiche devastanti, ovvero il legame diretto tra l’innalzamento globale del livello del mare e la proliferazione di organismi marini non autoctoni. Il team di ricercatori guidato da Qiang Lin, Xuan Liu e i loro colleghi ha infatti dimostrato che l’acqua oceanica che si spingerà verso l’entroterra non porterà con sé solo distruzione materiale, ma creerà vasti habitat vergini pronti per essere conquistati da predatori e competitori alieni.

Il nuovo fronte delle invasioni biologiche

Le invasioni biologiche rappresentano una delle cause principali della perdita di biodiversità a livello globale e del profondo mutamento degli ecosistemi. Fino a questo momento, la maggior parte degli studi scientifici si era concentrata su come i cambiamenti climatici, e in particolare il riscaldamento delle acque, potessero alterare la distribuzione geografica delle specie. Tuttavia, il potenziale delle specie marine non autoctone di espandersi verso i terreni costieri di recente inondazione a causa dell’innalzamento dei mari non era mai stato valutato su scala globale. Questa ricerca colma una lacuna critica, svelando un percorso di invasione biologica precedentemente ignorato e sottolineando l’urgenza di incorporare le proiezioni sull’innalzamento del mare nelle future valutazioni del rischio ecologico.

Scenari climatici e la mappa delle terre sommerse

Per comprendere l’entità del fenomeno, gli scienziati hanno modellato la futura distribuzione di organismi sotto diversi scenari di cambiamento climatico che prevedono un continuo innalzamento del livello del mare. Analizzando uno scenario di emissioni moderate (noto come SSP2-4.5), il livello medio globale del mare è destinato a salire di 20 centimetri entro il 2050 e di ben 56 centimetri entro il 2100. Gli autori dello studio proiettano che queste dinamiche creeranno tra i 290.000 e i 470.000 chilometri quadrati di terreni costieri inondati. Per dare un’idea chiara della vastità del fenomeno, si tratta di una superficie equivalente all’estensione dell’intera Italia (circa 30.000 km²) nella stima più prudente, e alle dimensioni della Svezia (circa 450.000 km²) nello scenario peggiore. Oltre due terzi di questi nuovi territori sommersi a livello globale, situati in regioni dove questi organismi sono già insediati, potrebbero diventare habitat adatti per le specie invasive entro la metà e la fine di questo secolo.

L’esercito alieno: dai granchi blu ai gamberi tigre

Lo studio ha preso in esame modelli predittivi per 122 specie di animali marini non autoctoni e già ampiamente insediati. Tra gli organismi pronti a sfruttare le nuove coste sommerse spiccano creature note per la loro aggressività ecologica, come il granchio mitten cinese, l’ostrica del Pacifico e il gambero tigre asiatico. La lista delle minacce include anche il temuto granchio blu dell’Atlantico, il granchio verde europeo e la letale stella marina del Pacifico settentrionale. Queste specie possiedono caratteristiche biologiche che permettono loro di colonizzare rapidamente i nuovi spazi, sbaragliando la fauna locale e alterando in modo permanente la composizione della catena alimentare marina.

Il ruolo critico degli estuari e le aree a massimo rischio

Dal punto di vista geografico, il rischio non è distribuito in modo uniforme. La ricerca identifica specifiche regioni costiere esposte a un pericolo elevato, tra cui spiccano gli Stati Uniti orientali, il Golfo del Messico, le coste che si affacciano sul Mare del Nord, la Cina sud-orientale e l’Australia settentrionale. In particolare, le estensioni di habitat idonei si concentreranno soprattutto negli estuari situati alle medie latitudini. Gli estuari si rivelano zone di estrema vulnerabilità proprio per la loro natura di cerniera tra la terraferma e il mare, oltre ad essere centri nevralgici delle attività umane. I modelli proiettano infatti che gli invasori marini si diffonderanno in modo molto più esteso proprio nelle aree prossime a questi estuari, dove le terre recentemente allagate offriranno immediatamente condizioni di vita ideali per il loro sviluppo.

Gestione del rischio e necessità di nuove strategie

Di fronte a queste proiezioni allarmanti, gli autori dello studio lanciano un chiaro monito alle istituzioni e agli enti di protezione ambientale. L’implementazione precoce di strategie di monitoraggio e di gestione mirata risulta fondamentale per tentare di limitare gli effetti disastrosi sulla biodiversità, sulla produttività della pesca e sugli altri servizi ecosistemici vitali delle regioni costiere. I ricercatori, tuttavia, invitano anche alla cautela nell’interpretazione dei dati, precisando che permangono dei margini di incertezza. Avvertono infatti che gli habitat di nuova inondazione potrebbero non supportare sempre e in ogni caso una colonizzazione ecologica estremamente rapida da parte delle specie aliene. Nonostante queste variabili, il messaggio di fondo rimane inequivocabile, poiché l’oceano che avanza reclamerà la terra non solo portando l’acqua, ma trascinando con sé un’ondata silenziosa di conquistatori biologici.