Secondo un approfondimento pubblicato sul blog INGVvulcani, a cura dei ricercatori Federica Pardini, Paola Del Carlo e Alessio Di Roberto della Sezione di Pisa dell’INGV, l’equilibrio della ricerca scientifica nel continente bianco è estremamente fragile. Come spiegano gli esperti, “alla stazione Mario Zucchelli, come in tutte le stazioni antartiche, ogni giorno inizia con lo stesso rito: si controlla il meteo, si verifica lo stato dei generatori, si pianificano i voli che portano rifornimenti, personale e strumenti scientifici provenienti da ogni luogo del pianeta“. L’intera sopravvivenza di chi lavora in questi territori ostili dipende da collegamenti aerei lunghissimi e da impianti che devono funzionare in totale autonomia. A poche decine di km dalle basi di ricerca, tuttavia, sorgono il Monte Melbourne e il Monte Rittmann. Pur essendo attualmente silenziosi, la loro storia geologica documenta eruzioni devastanti con gigantesche colonne di cenere vulcanica. Un loro potenziale e improvviso risveglio potrebbe paralizzare la logistica dell’intero emisfero Sud e distruggere le infrastrutture locali.
La storia geologica dei giganti di ghiaccio
Il Monte Melbourne raggiunge un’altitudine di 2732 metri sul livello del mare e vanta una storia eruttiva che affonda le sue radici a circa 90mila anni fa. I ricercatori dell’INGV spiegano che sono documentate almeno 4 eruzioni importanti, la più violenta delle quali risale a circa 13mila anni fa. L’ultima attività nota di questo vulcano si è verificata verosimilmente nel 1892 e la montagna è ancora oggi attiva, a tal punto che “il calore emesso dalle sue fumarole forma grotte e torri di ghiaccio“. Spingendosi verso Sud si incontra il Monte Rittmann, una vetta di 2600 metri scoperta da una spedizione italiana alla fine degli anni ’80. La sua immensa caldera di 8 per 5 km è stata il teatro di alcune delle eruzioni più energetiche dell’Antartide, esplose rispettivamente 22mila e 11mila anni fa. Un’eruzione di minore intensità ma di lunghissima durata, risalente al 1254, ha lasciato inoltre uno strato di cenere che copre oggi oltre 2 milioni di km².
Le conseguenze su voli internazionali e logistica antartica
Il pericolo principale legato a questi vulcani riguarda la fragilità delle infrastrutture. L’articolo pubblicato su INGVvulcani precisa infatti che “in Antartide, il rischio vulcanico non si misura semplicemente contando la popolazione residente nell’area vulcanica: la vera vulnerabilità riguarda soprattutto l’impatto che un’eruzione può avere sulle infrastrutture e sulla logistica“. Oltre 70 stazioni di ricerca e un flusso turistico in espansione che supera i 100mila visitatori l’anno dipendono completamente dagli aerei. Per capire cosa accadrebbe in caso di risveglio, gli esperti hanno sviluppato 300 simulazioni indipendenti, basandosi su 20 anni di dati meteorologici. Un’eruzione pliniana del Monte Melbourne genererebbe una colonna alta 22 km: raggiunta la stratosfera, la cenere invaderebbe uno spazio compreso tra 15 e 45 milioni di km² nell’emisfero Sud. Le rotte aeree provenienti dal Sud America sarebbero colpite duramente durante le fasi di volo, mentre i collegamenti provenienti da Africa, Australia e Nuova Zelanda andrebbero incontro a gravissimi pericoli in fase di atterraggio.
I danni strutturali per le basi di ricerca
Le ricadute al suolo presenterebbero criticità altissime per tutte le strutture limitrofe. I ricercatori stimano che un accumulo di 1 kg/m² di cenere (pari a 1 millimetro di spessore) abbia il 50% di probabilità di coprire un’area antartica compresa tra 80mila e 100mila km². Salendo a un carico di 10 kg per metro quadro, i sistemi di osmosi inversa per la produzione di acqua dolce della stazione Mario Zucchelli subirebbero danni severi, mentre i pannelli solari verrebbero oscurati, azzerando la loro efficienza. Raggiungendo i 100 kg/m² di cenere depositata, basi fondamentali come Jang Bogo, Gondwana, Mario Zucchelli e i campi aerei vicini accuserebbero pesanti problemi strutturali a causa del peso in eccesso. Lo studio, pubblicato originariamente su Scientific Reports, ricorda che attualmente non ci sono avvisaglie di eruzioni imminenti, chiarendo però che “in un continente dove la sopravvivenza di una stazione di ricerca dipende da un generatore, da un pannello solare, da un volo che deve atterrare in orario, anche una manciata di cenere può fare la differenza“. Mappare i rischi prima che il disastro si presenti resta l’unica difesa per proteggere il prezioso lavoro scientifico antartico.


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