La Spagna si prepara a diventare il principale polo per lo sviluppo dei data center nell’Europa meridionale, ma la rapida espansione del settore apre un fronte delicato sul piano ambientale. La crescente domanda di infrastrutture digitali, indispensabili per sostenere i servizi cloud e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, rischia infatti di scontrarsi con la limitata disponibilità d’acqua in un Paese già esposto a periodi sempre più frequenti e intensi di stress idrico. Il nodo non riguarda soltanto la quantità di energia necessaria ad alimentare enormi strutture informatiche attive senza interruzione. A preoccupare è anche la loro impronta idrica, legata al raffreddamento degli impianti, alla produzione dell’elettricità utilizzata e alla fabbricazione dei semiconduttori. La sfida per la Spagna sarà quindi conciliare la crescita di un settore strategico con la necessità di tutelare una risorsa naturale sempre più preziosa.
Madrid prepara un decreto sulla sostenibilità energetica e ambientale
Il governo spagnolo sta ultimando un regio decreto destinato a introdurre specifici requisiti di sostenibilità energetica e ambientale per i data center. Il provvedimento punta a regolamentare lo sviluppo di queste infrastrutture in una fase nella quale la Spagna sta attirando investimenti e nuovi progetti, favorita dalla sua posizione geografica, dalla presenza di collegamenti internazionali e dalle potenzialità del proprio sistema energetico. La definizione delle nuove regole ha tuttavia suscitato critiche e osservazioni da parte delle imprese del settore, delle amministrazioni regionali, delle associazioni e delle organizzazioni ambientaliste. Al centro del confronto si trova la ricerca di un equilibrio tra la necessità di favorire la crescita digitale e quella di evitare ulteriori pressioni sulle risorse energetiche e idriche dei territori interessati. La questione assume una particolare rilevanza soprattutto nelle aree maggiormente esposte alla siccità e alle temperature estreme, dove la costruzione di nuovi data center potrebbe aumentare la competizione per l’accesso all’acqua tra attività economiche, agricoltura, ecosistemi e consumi della popolazione.
L’Europa vuole triplicare la capacità dei data center
La crescita prevista in Spagna si inserisce in una strategia europea molto più ampia. A giugno la Commissione europea ha presentato la legge sullo sviluppo del cloud e dell’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di triplicare la capacità dei data center presenti nel continente entro un periodo compreso tra cinque e sette anni. La proposta europea intende “accelerare il rilascio delle autorizzazioni” e “migliorare l’accesso a risorse fondamentali” come energia, territorio e acqua. L’obiettivo è potenziare l’autonomia digitale europea e creare le condizioni necessarie per sostenere la crescente domanda di capacità di calcolo, alimentata soprattutto dalla diffusione dei sistemi di intelligenza artificiale. Questa accelerazione, tuttavia, pone interrogativi sulla reale disponibilità delle risorse necessarie. La costruzione di nuove infrastrutture non dipende soltanto dagli investimenti o dalle procedure amministrative, ma anche dalla capacità dei territori di garantire energia, connettività e acqua senza compromettere altri utilizzi essenziali.
L’allarme sull’impronta idrica delle infrastrutture digitali
L’Agenzia europea dell’ambiente ha richiamato l’attenzione sull’impronta idrica dei data center. Il consumo d’acqua non deriva esclusivamente dal raffreddamento diretto dei server e delle apparecchiature informatiche, ma coinvolge l’intera filiera necessaria al funzionamento delle infrastrutture digitali. Una quota rilevante è collegata alla produzione dell’elettricità utilizzata per alimentare gli impianti. A questa si aggiunge l’acqua impiegata nei sistemi di raffreddamento e quella necessaria durante la fabbricazione dei semiconduttori, componenti essenziali per l’elaborazione e l’archiviazione dei dati. Il problema diventa particolarmente complesso nelle regioni dell’Europa meridionale, dove gli effetti del cambiamento climatico stanno rendendo più frequenti le ondate di calore, i periodi di siccità e le situazioni di scarsità idrica. Proprio quando le temperature aumentano e cresce il bisogno di raffreddare gli impianti, la disponibilità d’acqua può diminuire.
Spain DC: il consumo d’acqua non cresce in modo proporzionale
Secondo l’associazione Spain DC, l’aumento delle infrastrutture digitali non determina automaticamente una crescita equivalente del fabbisogno idrico. L’organizzazione sostiene che “la crescita della capacita’ digitale non comporta un aumento proporzionale del consumo d’acqua”, perché le tecnologie più moderne consentono di adattare i processi alle caratteristiche e alle condizioni di ogni singola struttura. I maggiori margini di risparmio riguarderebbero soprattutto il raffreddamento dei data center. Tra le soluzioni disponibili figurano i sistemi a secco, i circuiti chiusi, il free cooling, basato sull’impiego dell’aria esterna, e l’utilizzo di acqua rigenerata. Questi strumenti possono ridurre il ricorso all’acqua potabile e limitare l’impatto degli impianti sulle riserve locali. Per Spain DC, il problema deve essere affrontato cercando un punto di equilibrio tra le diverse esigenze tecnologiche e ambientali. “Più che di sacrifici, si tratta di trovare l’equilibrio ottimale tra consumo d’acqua ed efficienza energetica”, sostiene l’associazione.
Raffreddamento a secco e caldo estremo, il difficile compromesso
Le tecnologie alternative non sono però prive di controindicazioni. Il raffreddamento a secco, per esempio, può richiedere un maggiore consumo di elettricità durante le ondate di caldo estremo, fenomeni destinati a diventare sempre più frequenti e intensi. La riduzione dell’impiego di acqua potrebbe quindi tradursi, in determinate condizioni, in un incremento della domanda energetica. Per affrontare questa criticità, il settore propone il ricorso a sistemi ibridi, capaci di combinare differenti modalità di raffreddamento e di adattarsi alle condizioni climatiche e operative. La sostenibilità dei data center non può dunque essere valutata considerando separatamente acqua ed energia. Una tecnologia in grado di ridurre il consumo idrico potrebbe determinare un maggiore fabbisogno elettrico, mentre un sistema più efficiente sul piano energetico potrebbe richiedere quantità superiori d’acqua. La scelta deve tenere conto dell’intero impatto ambientale dell’infrastruttura.
Dove costruire i nuovi data center
La disponibilità d’acqua dovrebbe rappresentare uno dei criteri centrali nella scelta delle aree destinate alla realizzazione dei nuovi data center. Secondo l’associazione di settore, tuttavia, questo elemento non dovrebbe trasformarsi in un “veto territoriale”. La localizzazione delle infrastrutture dipende da numerosi fattori, tra cui la disponibilità energetica, la capacità della rete elettrica, la connettività, il clima e le specifiche esigenze dei clienti. La presenza di risorse idriche adeguate è quindi una delle componenti da valutare, ma non l’unica. Questa impostazione alimenta il confronto con le organizzazioni ambientaliste, secondo le quali lo sviluppo delle infrastrutture digitali dovrebbe essere subordinato alla capacità effettiva dei territori di sostenerne l’impatto. Nelle regioni già colpite dalla scarsità d’acqua, l’arrivo di nuovi progetti potrebbe infatti rendere ancora più difficile la gestione delle risorse disponibili.
Greenpeace: “espansione incompatibile con la situazione idrica europea”
La posizione di Greenpeace è nettamente più critica. L’organizzazione giudica “totalmente incompatibili” l’espansione prevista dei data center e l’attuale situazione idrica europea, soprattutto nelle regioni meridionali maggiormente vulnerabili agli effetti della crisi climatica. Julio Barea, esperto di risorse idriche, e Maria Prado, responsabile Energia e clima dell’organizzazione, hanno dichiarato: “triplicare la capacità dei data center nel contesto dell’emergenza idrica e climatica vissuta dall’Europa è un’assurdità ambientale e un’irresponsabilità sociale”. Secondo Greenpeace, la crescita della capacità digitale non può essere pianificata senza considerare le conseguenze sul territorio e sulla disponibilità delle risorse naturali. L’aumento del numero e delle dimensioni dei data center potrebbe determinare una pressione crescente proprio nelle aree dove l’acqua è già insufficiente o soggetta a forti oscillazioni stagionali.
La richiesta di valutare ogni progetto sul bilancio idrico
Greenpeace chiede che ogni nuovo progetto includa una valutazione specifica del proprio impatto sul bilancio idrico. La pianificazione dovrebbe dare priorità ai consumi essenziali e alla conservazione delle portate ecologiche, necessarie per mantenere l’equilibrio di fiumi, bacini ed ecosistemi. L’organizzazione contesta inoltre l’idea secondo cui il solo miglioramento dell’efficienza dei singoli impianti sarebbe sufficiente a ridurre la pressione complessiva sull’acqua. Anche se ogni data center utilizzasse meno risorse rispetto alle strutture precedenti, la continua crescita del numero degli impianti e della domanda di capacità di calcolo potrebbe annullare i benefici ottenuti. La questione riguarda quindi non soltanto il consumo unitario, ma anche il volume complessivo delle attività. Un settore più efficiente può continuare ad aumentare la propria impronta ambientale se la sua espansione procede a un ritmo superiore rispetto ai risparmi garantiti dalle nuove tecnologie.
Il paradosso di Jevons e il rischio dell’effetto rimbalzo
Greenpeace richiama in particolare il paradosso di Jevons, conosciuto anche come effetto rimbalzo. In base a questo principio, una maggiore efficienza nell’utilizzo di una risorsa può favorire una crescita dei consumi complessivi, perché rende più conveniente e diffusa la tecnologia interessata. “Non è un rischio, ma una realtà documentata dalle Nazioni Unite attraverso il paradosso di Jevons, o effetto rimbalzo”, avverte Greenpeace. I risparmi ottenuti grazie a sistemi più moderni ed efficienti potrebbero essere interamente assorbiti dalla crescita del settore, dall’aumento dei data center e dalla domanda sempre più elevata di elaborazione dei dati. La Spagna si trova così davanti a una scelta strategica complessa. Da una parte c’è la possibilità di diventare il principale hub digitale dell’Europa meridionale, attirando investimenti e rafforzando la propria posizione nello sviluppo del cloud e dell’intelligenza artificiale. Dall’altra emerge la necessità di evitare che questa crescita aggravi lo stress idrico e la vulnerabilità ambientale dei territori. Il regio decreto in preparazione dovrà definire le condizioni con cui il Paese tenterà di tenere insieme innovazione digitale, sicurezza energetica e tutela dell’acqua.


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