L’epidemia di Ebola che sta colpendo l’Est della Repubblica Democratica del Congo continua a mettere a dura prova le autorità sanitarie e le comunità locali. L’epicentro della crisi è la provincia di Ituri, dove squadre di operatori sanitari e addetti alle sepolture lavorano quotidianamente per limitare la diffusione del virus e garantire funerali sicuri alle vittime. Secondo i dati disponibili, l’epidemia ha provocato quasi 3.200 morti su oltre 6.500 casi, ma le autorità ritengono che il numero reale delle persone colpite possa essere molto più alto rispetto alle statistiche ufficiali. La malattia si è inoltre estesa a 6 province dell’Est del Paese, in un’area caratterizzata da conflitti armati, spostamenti della popolazione e un sistema sanitario e di sorveglianza particolarmente fragile.
Uno degli aspetti più delicati dell’emergenza riguarda le sepolture. I corpi delle persone morte per Ebola possono ancora contenere elevate quantità di virus attivo e rappresentare quindi una fonte di contagio. Per questo motivo vengono gestiti esclusivamente da squadre specializzate, che preparano i corpi e organizzano funerali sicuri. Le procedure, tuttavia, impediscono alle famiglie di seguire molte delle tradizionali pratiche funebri, alimentando tensioni e incomprensioni.
Gli operatori impegnati sul campo devono inoltre affrontare condizioni di lavoro sempre più difficili: l’aumento dei casi ha fatto crescere il carico sulle squadre, mentre alcuni operatori sanitari e addetti alle sepolture sono stati aggrediti da familiari delle vittime. A ciò si aggiungono la stanchezza fisica e il peso psicologico di un lavoro svolto quotidianamente a stretto contatto con la morte.
Anche le operazioni di contenimento dell’epidemia incontrano numerosi ostacoli: il tracciamento dei contatti e i test di laboratorio non sono sufficienti a seguire la velocità di diffusione del virus, mentre la violenza armata e gli spostamenti della popolazione rendono più difficile raggiungere le persone a rischio. A complicare ulteriormente la situazione c’è l’assenza di un vaccino o di una terapia specificamente approvati contro il raro virus Bundibugyo responsabile dell’attuale epidemia. Le autorità hanno iniziato a vaccinare gli operatori sanitari in prima linea con il vaccino Ervebo, già utilizzato contro altre forme di Ebola, ma la sua efficacia contro questo specifico virus non è ancora dimostrata in modo conclusivo.


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