La stagione degli uragani nel Pacifico sta mostrando caratteristiche insolitamente intense e non è ancora arrivata alla sua conclusione. Nelle ultime settimane diverse tempeste tropicali si sono sviluppate rapidamente, in un contesto atmosferico e oceanico influenzato da El Niño, il fenomeno climatico che quest’anno ha contribuito a rendere le acque del Pacifico più calde del normale. Secondo Brian McNoldy, esperto di uragani dell’Università di Miami, El Niño potrebbe raggiungere livelli eccezionali: “Si sta intensificando fino a diventare forse il più forte El Niño mai registrato“, ha spiegato ad AP.
Nel Pacifico già superata la media degli uragani
L’attività ciclonica nel Pacifico orientale ha già oltrepassato i livelli normalmente osservati in una stagione media. Secondo Matthew Rosencrans, responsabile delle previsioni sulla stagione degli uragani presso il National Weather Service della NOAA, sia il Pacifico orientale sia quello centrale hanno registrato quattro tempeste tropicali in più rispetto alla norma per questo momento dell’anno.
Nel periodo 1991-2020, il Pacifico orientale ha registrato in media 15 tempeste tropicali con nome per stagione, considerando la stagione ufficiale compresa tra il 15 maggio e il 30 novembre. Il dato assume un significato particolare perché il valore medio è stato già superato a settembre. “Ma superare la media annuale a settembre? È tutta un’altra storia“, ha spiegato Rosencrans ad AP. Un altro elemento distintivo della stagione riguarda gli uragani di massima intensità. Tre uragani del Pacifico hanno già raggiunto la 5ª categoria, eguagliando il record stabilito nel 2002, anch’esso durante un episodio di El Niño.
Perché El Niño favorisce gli uragani nel Pacifico?
El Niño modifica la circolazione atmosferica su vaste aree del pianeta. Nel Pacifico, in particolare, gli alisei e i venti presenti nei bassi strati dell’atmosfera possono indebolirsi o addirittura invertirsi. Questi cambiamenti influenzano la posizione e la struttura della corrente a getto e contribuiscono a modificare la distribuzione del calore e dell’umidità nell’atmosfera. Il risultato può essere una maggiore predisposizione alla formazione e all’intensificazione dei cicloni tropicali nel Pacifico. Allo stesso tempo, El Niño tende ad avere l’effetto opposto sull’Atlantico, dove può ostacolare lo sviluppo degli uragani. Non sorprende quindi che, mentre il Pacifico vive una stagione particolarmente movimentata, l’attività tropicale nell’Atlantico sia stata finora molto contenuta.
El Niño potrebbe continuare anche oltre il picco invernale
El Niño non segue un calendario preciso: gli episodi si verificano mediamente ogni 2-7 anni e possono avere intensità molto diversa. McNoldy prevede che l’episodio attuale possa raggiungere il suo massimo durante il prossimo inverno e proseguire fino al 2027. L’influenza di El Niño, quindi, non dovrebbe essere considerata come un interruttore che improvvisamente si accende o si spegne. Le sue conseguenze atmosferiche possono persistere anche dopo il raggiungimento del picco dell’evento.
Hawaii nuovamente nel mirino
Tra le aree maggiormente sotto osservazione ci sono le Hawaii, già colpite da una sequenza di eventi meteorologici e geologici importanti. Nel giro di poche settimane, gli uragani Lala e Lowell hanno danneggiato o distrutto più di 510 abitazioni e provocato circa 168 milioni di dollari di danni alle infrastrutture pubbliche. Lala avrebbe inoltre causato danni per 21,5 milioni di dollari a 38 scuole. A questi eventi si sono aggiunte le pesanti piogge di marzo, responsabili delle peggiori alluvioni registrate alle Hawaii in circa 2 decenni, e un terremoto di magnitudo 6,0 verificatosi a maggio.
La possibile intensificazione della tempesta tropicale Nolo rappresenta dunque un’ulteriore fonte di preoccupazione: il sistema potrebbe rafforzarsi significativamente a Sud delle isole e produrre sulle Hawaii quantitativi di pioggia misurabili addirittura in piedi anziché in pollici, cioè nell’ordine di decine di centimetri.
Quando una comunità è costretta a prepararsi continuamente
Una delle conseguenze meno evidenti di una stagione molto attiva è quella definita “preparedness fatigue”, ovvero una sorta di stanchezza legata alla preparazione continua alle emergenze. Il fenomeno può verificarsi quando una comunità viene ripetutamente invitata a prepararsi per tempeste che poi non arrivano o risultano meno intense del previsto. Alle Hawaii, tuttavia, la situazione descritta da John Bravender, meteorologo del National Weather Service specializzato nel coordinamento delle allerte, è diversa: la stanchezza deriva dal fatto che gli eventi dannosi si sono realmente verificati e che la popolazione deve prepararsi nuovamente mentre è ancora impegnata nella fase di recupero: “Il fatto che abbiamo subito questi impatti dannosi che continuano a verificarsi e che, mentre ci stiamo riprendendo da essi, dobbiamo prepararci per il prossimo evento – questa è una novità che ci prosciuga davvero le risorse e porta a una sensazione generale che questa sia per noi una stagione degli uragani molto intensa“, ha spiegato ad AP.
La popolazione impara a convivere con il rischio
La ripetizione degli eventi estremi sta anche modificando il modo in cui le comunità locali affrontano le allerte meteorologiche. Secondo Bravender, i residenti delle Hawaii stanno diventando più consapevoli dei rischi e più abituati a prepararsi in anticipo: “Credo che i membri della comunità si rendano conto di quanto possa essere pericoloso il maltempo, di quanto sia importante per loro essere autosufficienti, avere cibo e acqua e anche prendersi cura dei propri vicini“.
Un precedente che invita alla prudenza
La storia recente del Pacifico mostra quanto possano essere differenti gli effetti di una stagione dominata da El Niño. Nel 1992, per esempio, il Pacifico orientale registrò 25 tempeste tropicali con nome, il valore più alto riportato per quella regione. Nel Pacifico centrale il record stagionale risale invece al 2015, con 14 sistemi con nome. Nel 2015 si formarono anche 9 uragani maggiori, cioè di 3ª categoria o superiore, nel Pacifico orientale. In quell’occasione le tempeste si svilupparono più a Ovest e percorsero traiettorie prevalentemente oceaniche, limitando gli impatti diretti sulla terraferma.
Il quadro può però essere molto diverso. Durante il forte El Niño del 1997, l’uragano Pauline attraversò la costa pacifica del Messico provocando centinaia di vittime. Nello stesso periodo, la tempesta tropicale Nora portò precipitazioni eccezionali anche nell’Arizona sudoccidentale, mentre una tempesta di dicembre provocò alluvioni nella California meridionale. Nel 1998, inoltre, le alluvioni in Cina associate a quel potente episodio di El Niño causarono migliaia di vittime, soprattutto lungo il fiume Yangtze.
Una stagione ancora da seguire con attenzione
Il quadro attuale non significa che ogni tempesta debba necessariamente diventare un uragano di categoria elevata o raggiungere zone abitate. La traiettoria, l’intensità e gli effetti di ogni sistema dipendono da molteplici fattori atmosferici e oceanici. I numeri però raccontano una stagione già particolarmente attiva: il Pacifico orientale ha superato la propria media stagionale mentre la stagione degli uragani è ancora in corso, 3 uragani hanno raggiunto la 5ª categoria 5 e le Hawaii affrontano una nuova possibile minaccia dopo una lunga serie di eventi estremi. Con El Niño destinato a raggiungere il proprio picco durante l’inverno e a persistere potenzialmente fino al 2027, l’evoluzione dell’attività tropicale nel Pacifico rimarrà uno degli elementi meteorologici da seguire con maggiore attenzione nei prossimi mesi.


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