L’Agenzia europea per i medicinali (Ema) ha avviato una revisione della sicurezza di tutti i medicinali iniettabili contenenti ferro, utilizzati nel trattamento della carenza di ferro e dell’anemia sideropenica. Al centro della valutazione ci sono il rischio di una significativa riduzione dei livelli di fosfato nel sangue e le possibili conseguenze sulla salute delle ossa. L’iniziativa è stata annunciata dall’ente regolatorio europeo al termine della riunione del Comitato per la valutazione dei rischi in farmacovigilanza (Prac), tenutasi tra il 31 agosto e il 3 settembre. La decisione è maturata dopo alcune segnalazioni che hanno fatto emergere dubbi sull’efficacia delle misure attualmente previste per contenere questi rischi.
L’Ema esamina il rischio di ipofosfatemia e osteomalacia
La revisione è stata avviata a seguito di “preoccupazioni relative al rischio di ipofosfatemia (bassi livelli di fosfato nel sangue) e relativi problemi ossei, tra cui l’osteomalacia (indebolimento delle ossa)”, spiega l’Ema. Il fosfato svolge una funzione importante nel mantenimento della salute delle ossa. Quando la sua concentrazione nel sangue scende eccessivamente, può insorgere l’osteomalacia, una condizione caratterizzata dall’indebolimento e dall’ammorbidimento del tessuto osseo. Tra i sintomi associati all’osteomalacia figura il dolore osseo. Nei casi più seri, l’indebolimento delle ossa può aumentare anche il rischio di fratture, proprio perché la struttura ossea diventa meno resistente.
A cosa servono i medicinali iniettabili contenenti ferro
I farmaci iniettabili a base di ferro vengono impiegati per trattare la carenza di ferro e l’anemia sideropenica, una condizione caratterizzata da bassi livelli di globuli rossi dovuti a un’insufficiente disponibilità di ferro. La somministrazione per via iniettabile viene utilizzata quando il ferro assunto per via orale non risulta sufficientemente efficace, quando non può essere utilizzato oppure quando è necessario ripristinare rapidamente i livelli di ferro nell’organismo. La revisione europea non mette quindi in discussione soltanto un particolare utilizzo terapeutico, ma riguarda medicinali impiegati in situazioni nelle quali la somministrazione di ferro per via endovenosa o iniettabile può rappresentare una componente rilevante del trattamento.
Carbossimaltosio ferrico, effetti collaterali già conosciuti
L’ipofosfatemia e l’osteomalacia ipofosfatemica, vale a dire l’ammorbidimento delle ossa provocato dalla presenza di bassi livelli di fosfato nel sangue, sono già effetti collaterali noti dei medicinali iniettabili a base di ferro contenenti il principio attivo carbossimaltosio ferrico. Nelle informazioni relative al prodotto, l’ipofosfatemia è classificata come un effetto collaterale comune. Questo significa che può interessare fino a una persona su dieci tra quelle che assumono il medicinale. La frequenza dell’osteomalacia ipofosfatemica, invece, non è attualmente conosciuta. I dati disponibili non consentono infatti di formulare una stima attendibile del numero di persone che potrebbero sviluppare questa complicanza.
I controlli del fosfato previsti per i pazienti a rischio
Le informazioni sul prodotto contengono già alcune misure finalizzate a ridurre il rischio di osteomalacia. Tra queste figurano le raccomandazioni per il monitoraggio dei livelli di fosfato nel sangue nei pazienti sottoposti a dosi elevate o a trattamenti prolungati. Il controllo è raccomandato anche per le persone che presentano fattori di rischio conosciuti. L’obiettivo è individuare tempestivamente un’eventuale riduzione del fosfato prima che possa determinare disturbi ossei più seri. Le nuove segnalazioni raccolte, tuttavia, hanno sollevato interrogativi sull’effettiva capacità delle misure attuali di limitare il rischio associato ai medicinali contenenti carbossimaltosio ferrico. Sarà proprio questo uno degli aspetti centrali della valutazione affidata al Prac.
Casi gravi anche dopo una o due dosi di ferro iniettabile
Tra gli episodi esaminati figurano casi gravi di ipofosfatemia, alcuni dei quali hanno determinato lo sviluppo di osteomalacia. L’elemento che ha contribuito ad accrescere l’attenzione delle autorità regolatorie è che queste complicanze sono state segnalate anche in persone sottoposte soltanto a una o due dosi di carbossimaltosio ferrico. In alcuni di questi casi, inoltre, i pazienti non presentavano fattori di rischio noti. Si tratta di circostanze che hanno alimentato i dubbi sull’adeguatezza delle attuali raccomandazioni e sulla possibilità di identificare preventivamente tutte le persone maggiormente esposte.
Ipofosfatemia, il rischio di una diagnosi tardiva
Un altro aspetto evidenziato dall’Ema riguarda i ritardi registrati, in alcuni casi, nella diagnosi di ipofosfatemia. Il riconoscimento della condizione può risultare complesso perché alcuni dei sintomi associati alla diminuzione del fosfato nel sangue possono essere confusi con quelli della stessa carenza di ferro. Stanchezza, dolori muscolari e dolori ossei possono infatti manifestarsi sia in presenza di ipofosfatemia sia nei pazienti con carenza di ferro. Questa sovrapposizione può rendere più difficile individuare rapidamente la causa dei disturbi e potrebbe contribuire a ritardare gli accertamenti necessari. L’Ema ipotizza che proprio la somiglianza tra le manifestazioni cliniche possa aver avuto un ruolo in alcuni dei ritardi diagnostici segnalati. A ciò si aggiunge un’ulteriore difficoltà: i problemi ossei riportati, compresa l’osteomalacia, potrebbero non essere sempre visibili attraverso le comuni radiografie.
La revisione viene estesa a tutti i farmaci iniettabili contenenti ferro
La valutazione iniziale riguarda in particolare le segnalazioni associate ai medicinali contenenti carbossimaltosio ferrico, ma il campo d’indagine è stato ampliato. Casi simili sono stati infatti riscontrati anche con altri medicinali iniettabili contenenti ferro. Per questa ragione, puntualizza l’Ema, la revisione comprende tutti i farmaci appartenenti a questa categoria e non esclusivamente quelli formulati con carbossimaltosio ferrico.
I farmaci con ferro per via orale non sono coinvolti
I medicinali contenenti ferro assunti per via orale non rientrano nella revisione avviata dall’Agenzia europea per i medicinali. Secondo quanto spiegato, questi prodotti forniscono nel tempo quantità di ferro considerevolmente inferiori rispetto alle formulazioni iniettabili. Di conseguenza, i farmaci con ferro per via orale sono considerati meno propensi a provocare ipofosfatemia. L’indagine europea rimane quindi circoscritta alle formulazioni iniettabili, caratterizzate da una disponibilità di ferro più elevata e più rapida.
Il Prac valuterà il rapporto tra rischi e benefici
Il Comitato per la farmacovigilanza esaminerà ora il rischio di ipofosfatemia e dei relativi disturbi ossei associati ai farmaci iniettabili a base di ferro. La valutazione riguarderà anche l’efficacia delle misure già esistenti per prevenire, individuare e ridurre tali complicanze. L’esito della revisione potrà quindi portare a un aggiornamento delle informazioni sul prodotto e delle raccomandazioni rivolte agli operatori sanitari, qualora le misure attualmente previste fossero considerate insufficienti a ridurre il rischio di ipofosfatemia e dei conseguenti problemi alle ossa.


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