Trentaquattro anni fa, il 25 settembre 1992, dalla base di Cape Canaveral, in Florida, prendeva il via una nuova sfida della NASA verso Marte: la sonda Mars Observer veniva lanciata a bordo di un razzo Titan III, con l’obiettivo di raggiungere il Pianeta Rosso e studiarne in dettaglio la superficie, l’atmosfera, il campo magnetico e la struttura geologica. L’attesa era particolarmente significativa: per gli Stati Uniti si trattava della prima missione verso Marte dopo 17 anni. Mars Observer era stata progettata come una sonda orbitante e avrebbe dovuto realizzare immagini ad alta risoluzione della superficie marziana, oltre a raccogliere una grande quantità di dati scientifici. A bordo erano presenti diversi strumenti, tra cui una macchina fotografica per Marte, uno spettrometro a emissione termica, un altimetro laser e strumenti destinati allo studio del campo magnetico e della composizione del pianeta.
Un viaggio di quasi un anno
Dopo il lancio, Mars Observer iniziò il lungo trasferimento interplanetario. La sonda percorse la distanza tra la Terra e Marte per circa 337 giorni, avvicinandosi progressivamente alla sua destinazione. Il momento decisivo era ormai vicino: l’obiettivo era infatti entrare nell’orbita marziana e iniziare una campagna scientifica che avrebbe dovuto durare almeno un anno marziano, pari a circa 687 giorni terrestri. Proprio quando il traguardo sembrava ormai raggiunto, qualcosa andò storto: il 21 agosto 1993, pochi giorni prima della prevista manovra di inserimento orbitale, Mars Observer eseguì una procedura per pressurizzare i serbatoi del propellente. Per proteggere alcuni componenti delle telecomunicazioni dai possibili effetti della procedura, i trasmettitori della sonda erano stati spenti. Avrebbero dovuto riaccendersi al termine dell’operazione. Quel segnale, però, non arrivò mai sulla Terra.
Il silenzio della sonda
La missione si concluse così, senza che Mars Observer potesse mai entrare nell’orbita di Marte. La NASA non riuscì a ristabilire le comunicazioni con la sonda e, dopo ulteriori tentativi, dovette dichiararla definitivamente perduta. Le successive indagini presero in considerazione diverse possibili cause del fallimento. Tra le ipotesi figuravano un problema al sistema di propulsione, una grave perdita di alimentazione elettrica, un malfunzionamento dei computer di bordo o un guasto ai trasmettitori. Gli investigatori sottolinearono inoltre che la mancanza di dati telemetrici nel momento cruciale rendeva particolarmente difficile stabilire con certezza quale fosse stato il guasto determinante. Un’analisi della NASA indicò tra le cause probabili un problema al sistema di propulsione, con possibile perdita e mescolamento dei propellenti, mentre altre ipotesi riguardavano un cortocircuito nel sistema elettrico o una rottura del serbatoio.
Un fallimento che lasciò comunque una lezione
La storia di Mars Observer è anche un esempio di quanto siano complessi e rischiosi i viaggi interplanetari. Una missione può superare con successo il lancio e quasi un anno di navigazione nello Spazio profondo, per poi fallire proprio nelle fasi finali. L’esperienza portò la NASA a esaminare con attenzione le scelte progettuali, le procedure operative e le strategie di gestione del rischio. Le successive analisi misero in evidenza, tra gli altri aspetti, problemi legati ai test, compromessi progettuali e priorità assegnate alla telemetria.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?