Il mistero della materia oscura continua a rappresentare uno dei più grandi enigmi irrisolti della fisica moderna. Gli astronomi sono estremamente sicuri della sua esistenza e stimano che essa costituisca circa un quarto del contenuto energetico totale dell’universo, eppure gli scienziati non sanno ancora di cosa sia composta. Tra le due ipotesi principali prese in considerazione dagli studiosi figurano delle particelle teoriche note come assioni ultraleggeri e i fotoni oscuri. Nell’intervallo di massa esaminato dai ricercatori nel recente studio, queste ipotetiche particelle risulterebbero straordinariamente leggere, circa dalle 19 alle 21 volte in ordine di grandezza inferiori rispetto alla massa di un elettrone.
Trasformare la Terra in un rivelatore gigante
Molti degli esperimenti tradizionali volti all’individuazione degli assioni tentano di convertire queste particelle in fotoni esponendole a campi magnetici estremamente intensi all’interno di laboratori specializzati. La sfida principale di queste metodologie è rappresentata dalla scala dell’esperimento, poiché persino i potenti magneti da laboratorio riescono a coprire un’area spaziale relativamente ristretta. Per aggirare questa significativa limitazione, un team composto da ricercatori dell’Università di Kyoto, dell’Università di Hiroshima e dell’Università Nihon ha ideato una soluzione rivoluzionaria. Invece di affidarsi esclusivamente alle sofisticate strumentazioni di laboratorio, gli accademici si sono domandati se l’ambiente magnetico naturale del nostro pianeta potesse essere impiegato come parte integrante dell’esperimento. Atsushi Taruya, autore corrispondente dello studio, ha affermato che la cavità compresa tra la superficie terrestre e la ionosfera agisce come un risonatore naturale, il quale amplifica le onde elettromagnetiche proprio intorno all’intervallo di massa che il team desiderava sondare. Questa specifica regione si comporta in modo simile a una grande cavità, rendendola particolarmente utile per la ricerca di segnali associati alle particelle ultraleggere che la squadra voleva investigare, trasformando a tutti gli effetti la Terra in un rivelatore gigante.
Nuovi modelli teorici per frequenze più alte
Un notevole ostacolo incontrato dai ricercatori era legato al fatto che le teorie precedenti riuscivano a descrivere in maniera affidabile solamente frequenze inferiori a 1 Hz, lasciando così gran parte della gamma di frequenza potenzialmente utile del tutto inesplorata. Per far fronte a questo problema, il gruppo di studio ha sviluppato una nuova cornice teorica che include al suo interno anche la conduttività elettrica dell’atmosfera terrestre. I calcoli eseguiti hanno dimostrato che la cavità tra la Terra e la ionosfera è in grado di amplificare i segnali vicini agli 8 Hz, permettendo così agli scienziati di effettuare previsioni affidabili fino a una frequenza di circa 30 Hz. Questo modello matematico ha inoltre previsto un’importante differenza comportamentale tra i due principali candidati per la materia oscura presi in esame. I segnali prodotti dagli assioni ultraleggeri dovrebbero infatti subire delle variazioni a seconda della posizione geografica, con l’intensità maggiore prevista nel Sud-Est asiatico. Al contrario, i segnali derivanti dai fotoni oscuri dovrebbero apparire con una potenza quasi del tutto identica in ogni parte del mondo.
Un decennio di dati sul campo magnetico terrestre
Sfruttando questa avanzata struttura teorica, il team ha preso in esame circa dieci anni di misurazioni geomagnetici, che sono state pazientemente raccolte tra il 2012 e il 2022 presso l’Osservatorio di Eskdalemuir del British Geological Survey. Inizialmente, i ricercatori hanno proceduto a rimuovere tutte le fonti di rumore artificiale presenti nei dati. Successivamente, hanno cercato quel tipo di segnale costante e concentrato all’interno di una gamma di frequenze molto ristretta, esattamente ciò che ci si aspetta che la materia oscura produca nel corso di lunghi periodi di tempo. Tali risultati sono stati poi rigorosamente sottoposti a un’analisi statistica. Il medesimo approccio teorico è stato applicato anche ai fotoni oscuri. A differenza degli assioni, i fotoni oscuri possono generare onde elettromagnetiche anche quando non è presente alcun campo magnetico, ragion per cui i ricercatori hanno esaminato attentamente il set di dati alla ricerca della diversa firma elettromagnetica che queste particelle avrebbero dovuto creare.
Limiti più severi e segnali misteriosi
Utilizzando efficacemente l’intero globo terrestre come un enorme sensore per una specifica gamma di masse di assioni, i ricercatori hanno stabilito nuovi e stringenti limiti su quanto fortemente gli assioni possano interagire con la luce. Questi limiti si sono rivelati circa 100 volte più rigorosi rispetto ai migliori risultati ottenuti in precedenza attraverso un esperimento condotto a terra. Le nuove misurazioni risultano inoltre competitive persino con i vincoli dedotti dalle osservazioni astrofisiche a raggi X, effettuate da osservatori di prim’ordine come Chandra e NuSTAR, sebbene tali limiti astrofisici dipendano inevitabilmente da determinate assunzioni teoriche.
La ricerca inerente ai fotoni oscuri ha prodotto un esito particolarmente affascinante, poiché gli scienziati hanno identificato diversi candidati di segnale che potrebbero avere un’origine legata alla materia oscura. Tuttavia, la fonte esatta di tali anomalie rimane a oggi sconosciuta e i segnali non sono stati ancora confermati come una prova definitiva della presenza di materia oscura. L’identità vera e propria della sostanza più elusiva dell’universo rimane pertanto una questione irrisolta, ma il nuovo impianto teorico potrebbe fornire ai ricercatori della fisica moderna un modo formidabile per espandere le ricerche future e usare il campo magnetico terrestre e il suo ambiente elettromagnetico come uno strumento senza precedenti per sondare le forme più leggere possibili di materia oscura.


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