L’Oceano Atlantico sta vivendo una stagione ciclonica del tutto anomala, che potrebbe presto riscrivere in modo permanente i libri di storia della meteorologia moderna. Fino a questo momento, il 2026 ha generato 8 tempeste tropicali denominate, 3 delle quali hanno toccato terra violentemente lungo la costa del Golfo degli Stati Uniti, ma incredibilmente nessuna di esse è riuscita a evolversi in un vero e proprio uragano. Con il passare dei giorni ci avviciniamo inesorabilmente all’8 ottobre, la data che dal lontano 1905 detiene il primato assoluto per la formazione più tardiva del 1° uragano atlantico di una intera stagione. Se le acque oceaniche dovessero rimanere silenziose oltre questa soglia, assisteremmo al crollo di un record imbattuto da 121 anni. La stagione potrebbe addirittura chiudersi con 0 uragani all’attivo.
Un evento rarissimo nella storia della meteorologia
Solo 2 annate nella storia delle registrazioni ufficiali, il 1907 e il 1914, si sono concluse senza nemmeno un uragano confermato. Se il 2026 dovesse seguire questa traiettoria, diventerebbe la 1ª stagione atlantica priva di uragani in oltre un secolo, e solamente la 3ª da quando le misurazioni sistematiche sono iniziate nel 1851. Fino a oggi le occasioni per la formazione di vortici più violenti non sono certo mancate. La tempesta tropicale Fay, per esempio, ha sfiorato l’intensità di un uragano raggiungendo raffiche di vento massime di 112 km/h. Basterebbe un solo sistema in grado di intensificarsi brevemente per interrompere questa striscia anomala nel bacino atlantico.
Il super El Niño e le correnti nell’atmosfera
Uno dei motivi principali alla base di questa insolita carenza di attività ciclonica estrema è il rapido rafforzamento di un super El Niño nell’Oceano Pacifico. Le condizioni meteorologiche legate a questo imponente fenomeno climatico planetario sono già molto forti e potrebbero intensificarsi ulteriormente per diventare le più estreme mai registrate prima del 30 novembre, data che segna la fine ufficiale della stagione atlantica. El Niño tende ad aumentare in modo significativo i venti in quota sopra vaste zone dell’Atlantico: queste forti correnti, conosciute come wind shear, impediscono ai temporali di organizzarsi attorno ai sistemi tropicali, rendendo molto più complicato lo sviluppo strutturale degli uragani. Analizzando gli ultimi 3 super El Niño della storia recente, si evince che solamente nel 2015 si è vista la formazione di un uragano dopo la data del 1° ottobre, a chiara dimostrazione di quanto questo specifico schema atmosferico riesca a silenziare e sopprimere le tempeste sull’oceano.
Il calore delle acque e i rischi sulle coste
Il pericolo di tempeste tardive e potenzialmente dannose rimane tuttavia molto concreto, a dispetto delle probabilità di finire l’anno senza uragani maggiori. Le osservazioni satellitari continue provenienti dallo Spazio, supportate dalle misurazioni della NASA e di altri enti climatici, confermano infatti che il bacino atlantico presenta acque superficiali con temperature che si mantengono vicine ai 29°C in prossimità della costa a Sud/Est degli Stati Uniti e all’interno del Golfo. Questo formidabile serbatoio di energia termica potrebbe permettere a una semplice perturbazione locale di acquisire un’intensità pericolosa in pochissimo tempo, sfidando un ambiente atmosferico per il resto ostile. L’acqua calda a ridosso della terraferma riduce drasticamente i tempi di preparazione per le popolazioni costiere nel caso in cui un vortice si sviluppi rapidamente. Attualmente, le aree che affrontano un rischio di impatto diretto superiore alla media storica si trovano nel settore Nord ed Est del Golfo e sulle coste delle Caroline, mentre il litorale centrale e la parte più a Sud del Texas presentano un rischio sensibilmente più basso per le settimane rimanenti dell’autunno.


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