INAF, allarme precariato nella ricerca: 719 lavoratori a rischio, la scadenza della legge Madia mette in pericolo una generazione di astrofisici

Vent’anni di contratti precari nell’Istituto Nazionale di Astrofisica: con la fine del termine previsto dal D.Lgs. 75/2017 il 31 dicembre 2026, centinaia di ricercatori e tecnologi rischiano di perdere l’unico canale di stabilizzazione. La Rete Stabilizzandi INAF chiede una proroga della norma, risorse dedicate e un piano strutturale di reclutamento

L’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) si trova davanti a una delle più delicate crisi occupazionali della sua storia. A luglio 2026, secondo il dossier elaborato dalla Rete Stabilizzandi INAF, l’ente conta 719 lavoratrici e lavoratori non a tempo indeterminato a fronte di 1197 dipendenti strutturati, con un rapporto che evidenzia come il precariato rappresenti una componente ormai centrale del sistema della ricerca astrofisica italiana. Una situazione particolarmente critica per un ente che partecipa alle più importanti infrastrutture scientifiche internazionali, tra cui E-ELT, SKA, CTA+, Einstein Telescope e numerose missioni spaziali realizzate in collaborazione con ASI ed ESA. Il problema riguarda soprattutto i 288 precari storici che, dopo anni di lavoro nella ricerca, rischiano di perdere il principale strumento di stabilizzazione rappresentato dalla legge Madia, ovvero l’articolo 20 del Decreto Legislativo 75/2017, la cui validità è fissata fino al 31 dicembre 2026. Si tratta di ricercatori, tecnologi e personale altamente specializzato con un percorso professionale segnato, in media, da 8 anni di precariato dopo il dottorato e da un’età media intorno ai 40 anni.

La scadenza della legge Madia: il rischio di perdere competenze strategiche

La fine della finestra prevista dalla legge Madia rappresenta il nodo centrale dell’emergenza. Secondo la Rete Stabilizzandi INAF, senza una proroga della norma molti lavoratori che hanno costruito competenze fondamentali nei programmi scientifici più avanzati rischiano di essere esclusi definitivamente dai percorsi di stabilizzazione. Il rischio riguarda anche la nuova generazione di ricercatori entrata negli ultimi anni attraverso i grandi programmi finanziati dal Next Generation EU e dal PNRR. La crescita dei progetti europei e internazionali ha infatti aumentato la necessità di personale altamente qualificato, ma senza un parallelo incremento del personale strutturato. Il risultato è stato un aumento dei contratti a termine legati ai finanziamenti esterni. Secondo il dossier, “con la scadenza della legge ‘Madia’ il 31 dicembre 2026, si chiude l’unico canale di stabilizzazione del precariato storico”. In assenza di interventi, il sistema rischierebbe di perdere una generazione di professionisti che oggi contribuisce alla gestione di infrastrutture scientifiche di livello mondiale.

Negli ultimi cinque anni il precariato INAF è più che raddoppiato

I numeri raccontano una trasformazione profonda dell’organizzazione del lavoro nella ricerca astrofisica italiana. Negli ultimi vent’anni il personale a tempo indeterminato dell’INAF è cresciuto soltanto del 10%, passando da circa 1082 a 1189 unità, mentre il numero dei lavoratori precari ha registrato un aumento molto più marcato. Dal 2021 al 2026 il precariato è passato da 335 a 717 unità, arrivando a rappresentare circa il 38% del personale complessivo, il valore più alto dell’intera serie storica analizzata. Il dossier sottolinea come il problema sia stato solo temporaneamente ridotto dalle precedenti campagne di stabilizzazione. Nel 2018, grazie alla legge Madia, l’INAF aveva stabilizzato circa 230 lavoratori, tra ricercatori a tempo determinato e assegnisti di ricerca. Quell’intervento aveva dimostrato che, con risorse adeguate, il meccanismo poteva funzionare. Successivamente, però, la crescita dei finanziamenti a progetto ha nuovamente alimentato il ricorso ai contratti temporanei.

PNRR e grandi missioni scientifiche: cresce il lavoro, ma non il personale stabile

L’avvio del programma Next Generation EU ha avuto un impatto significativo sulla composizione del personale INAF. Dal 2021 i contratti a tempo determinato sono aumentati fino a quintuplicare, passando da 86 a 408 unità. Parallelamente, gli assegni di ricerca hanno iniziato a ridursi dopo la riforma del sistema del pre-ruolo, mentre sono cresciute altre forme contrattuali, tra cui le borse di studio, considerate dalla Rete Stabilizzandi INAF la soluzione con minori tutele. Secondo il dossier, il rischio è che gli investimenti pubblici ed europei destinati alla ricerca producano risultati scientifici senza però garantire continuità alle persone che rendono possibili questi progetti. L’INAF è infatti coinvolto in infrastrutture che richiedono competenze altamente specialistiche costruite nel corso di anni. La perdita di questo patrimonio umano potrebbe compromettere la fase operativa di programmi strategici per la ricerca internazionale.

Precari storici: oltre 150 lavoratori hanno già maturato i requisiti

Una parte consistente del personale precario dell’INAF ha già maturato i requisiti previsti dalla legge Madia. A luglio 2026, circa metà dei precari dell’ente avrebbe superato le soglie minime di anzianità previste dalla normativa, con oltre 150 lavoratori che raggiungono i requisiti di servizio richiesti. L’anzianità reale, però, sarebbe spesso ancora maggiore: molti ricercatori hanno alle spalle un percorso di 8-10 anni di precariato successivo al dottorato. La mancata proroga della norma potrebbe avere conseguenze anche sui lavoratori che matureranno i requisiti nel biennio successivo, in particolare coloro che sono entrati nei progetti PNRR e nelle grandi infrastrutture scientifiche tra il 2023 e il 2025. Secondo la Rete Stabilizzandi INAF, senza un intervento normativo, molti professionisti potrebbero trovarsi davanti non soltanto all’assenza di stabilizzazione, ma anche alla fine dei contratti per il superamento dei limiti massimi previsti dalla normativa.

L’allarme già lanciato nel 2018 dalla presidenza INAF

La questione del precariato nella ricerca non nasce oggi. Già nel 2018 l’allora presidente dell’INAF Nicolò D’Amico aveva evidenziato il rischio di uno squilibrio strutturale nel sistema degli enti pubblici di ricerca. D’Amico aveva individuato il problema nella distanza tra un finanziamento ordinario destinato principalmente alla copertura degli stipendi e dei costi fissi e una crescente disponibilità di fondi esterni legati ai progetti. Secondo quella analisi, i finanziamenti a progetto, pur rappresentando una grande opportunità scientifica, avevano trasformato il sistema della ricerca in un serbatoio di precariato. Nel dossier viene ricordato il monito espresso allora: investire nelle grandi infrastrutture senza garantire risorse stabili al capitale umano significa creare il rischio di costruire “cattedrali nel deserto”. Una previsione che, secondo la Rete Stabilizzandi INAF, si sarebbe concretizzata: i circa 400 precari che nel 2018 rappresentavano un’emergenza sono diventati oggi 719, mentre le grandi infrastrutture scientifiche stanno entrando nella fase operativa.

La dimensione europea del problema: competenze e investimenti a rischio

La questione del precariato INAF assume anche una dimensione europea. Il dossier richiama la direttiva europea 1999/70/CE e la Carta Europea dei Ricercatori, che puntano a contrastare l’utilizzo reiterato dei contratti a termine e a garantire condizioni lavorative adeguate per chi opera nella ricerca. Secondo la Rete Stabilizzandi INAF, una permanenza media di molti anni nel precariato su attività continuative rappresenterebbe una criticità rispetto agli obiettivi europei di stabilità e valorizzazione del personale scientifico. Un altro elemento riguarda i finanziamenti comunitari. Una parte significativa dei contratti a termine dell’INAF è infatti sostenuta da fondi europei, tra cui PNRR e programmi quadro come ERC. La perdita delle competenze costruite attraverso questi investimenti potrebbe tradursi in una dispersione del capitale umano formato proprio grazie alle risorse europee. L’INAF, inoltre, rappresenta un punto di riferimento internazionale e genera ricadute anche sul sistema industriale italiano ed europeo. Nel caso del telescopio E-ELT, il dossier ricorda che circa metà del miliardo di euro di investimento si è trasformato in commesse per imprese italiane.

Le richieste della Rete Stabilizzandi INAF: proroga, risorse e un piano strutturale

Per affrontare l’emergenza, la Rete Stabilizzandi INAF propone tre interventi principali. Il primo riguarda la proroga della legge Madia oltre il 31 dicembre 2026, così da permettere anche a chi maturerà i requisiti nel periodo successivo di accedere ai percorsi di stabilizzazione. La seconda richiesta riguarda un finanziamento straordinario dedicato, almeno pari ai 6,5 milioni di euro già prospettati dal MUR nel 2025, per consentire l’assorbimento del precariato storico attraverso il canale previsto dalla normativa. Infine, viene chiesto un piano pluriennale di reclutamento per gli enti pubblici di ricerca, con l’obiettivo di riequilibrare il rapporto tra finanziamenti ordinari e fondi a progetto. L’obiettivo indicato è evitare che il sistema continui a generare ciclicamente nuove sacche di precariato ogni volta che terminano grandi programmi di ricerca. La questione, secondo la Rete Stabilizzandi INAF, riguarda dunque non soltanto il futuro occupazionale di centinaia di lavoratori, ma anche la capacità dell’Italia di mantenere un ruolo di primo piano nella ricerca astronomica internazionale e nella gestione delle infrastrutture scientifiche più avanzate del mondo.