La guerra in Iran sta provocando conseguenze ben oltre il teatro del conflitto, spingendo verso l’alto i prezzi dei carburanti in numerosi Paesi e mettendo sotto pressione economie già alle prese con inflazione, debito pubblico e disoccupazione. Secondo Axios, l’aumento dei prezzi sta colpendo in particolare i Paesi più dipendenti dalle importazioni di energia, come Pakistan e Myanmar, ma anche gli Stati Uniti stanno registrando forti rincari. Il prezzo del greggio, infatti, è determinato sui mercati globali e influenza direttamente il costo della benzina e del diesel. A complicare il quadro contribuiscono anche gli attacchi con droni ucraini contro le raffinerie russe, che stanno sostenendo soprattutto i prezzi del diesel. Per i governi la situazione si traduce in un difficile equilibrio: intervenire con sussidi, riduzioni fiscali e tetti ai prezzi significa aumentare la pressione sui bilanci pubblici; lasciare invece che i rincari ricadano interamente sui consumatori può alimentare proteste e tensioni sociali.
Decine di Paesi hanno già adottato misure per contenere il costo dei carburanti, mentre alcuni stanno cercando di ridurre la domanda attraverso il lavoro da remoto e la limitazione degli spostamenti governativi. Il Fondo monetario internazionale ha però espresso preoccupazione per l’impatto fiscale dei sostegni, soprattutto quando vengono mantenuti oltre la durata dello shock energetico. Il caso del Kenya mostra quanto il problema possa essere pesante per le economie più vulnerabili. Il Paese, fortemente dipendente dalle importazioni di carburanti dal Medio Oriente, deve fare i conti anche con l’aumento dei prezzi dei fertilizzanti e con problemi già esistenti di inflazione, debito e disoccupazione giovanile. I rincari hanno contribuito alle tensioni sociali culminate nelle proteste di maggio.
