L’isola vulcanica di Lipari conserva una memoria millenaria di insediamenti umani, che oggi giacciono in gran parte sotto la superficie del mare. La progressiva sommersione di questi antichi tesori ha finalmente una spiegazione scientifica chiara. Il nuovo studio pubblicato sulla rivista Quaternary International ha ricostruito con estrema precisione le dinamiche che hanno mutato per sempre il paesaggio costiero dell’isola principale delle Eolie. La ricerca ha evidenziato in modo netto il ruolo cruciale dei processi geologici, tettonici e vulcanici, responsabili dell’aumento del livello marino e del conseguente inabissamento dei siti storici. Questo inarrestabile fenomeno naturale continua a ridisegnare l’intera geografia dell’arcipelago.
Il contributo internazionale e la dedica a Sebastiano Tusa
L’indagine scientifica prende le mosse dalle intuizioni di Sebastiano Tusa, celebre archeologo, assessore ai Beni Culturali della Regione Siciliana e docente universitario, tragicamente scomparso in un incidente aereo nel 2019. Proprio a lui gli autori hanno deciso di dedicare l’intero lavoro. Lo studio è il risultato di un’imponente sinergia tra enti di spicco, condotta da un team internazionale di ricercatori dell’INGV, del CNR e delle Università Sapienza di Roma e Bologna. A completare il quadro delle collaborazioni figurano il LESIA francese, il Radboud Radio Lab per l’Olanda, oltre agli archeologi della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana e alla statunitense Henry M. Jackson Foundation for the Advancement of Military Medicine Inc.

La velocità di sprofondamento e le analisi sul campo
La complessa morfologia dell’isola ha determinato una progressiva e costante sommersione delle antiche testimonianze costiere. “Per comprendere le cause della loro rapida sommersione – spiega Marco Anzidei, Dirigente di Ricerca dell’INGV e primo autore della ricerca – è stato condotto uno studio multidisciplinare attraverso misure geodetiche GNSS, rilievi batimetrici ad altissima risoluzione, rilievi sismici, indagini archeologiche subacquee, dati topografici storici e ricostruzione delle variazioni del livello del mare”. I dati raccolti e le successive analisi di laboratorio hanno rivelato marcatori archeologici risalenti alla 1ª Età del Bronzo nel settore sommerso di Pignataro di Fuori, situati a una profondità compresa tra 20 e 42 metri. L’isola ha registrato un abbassamento a una velocità media di 7,9 millimetri all’anno negli ultimi 3mila e 900 anni, un processo tuttora in corso. “Questo valore – continua Anzidei – rappresenta la migliore approssimazione desumibile da tutti gli indicatori utilizzati che coprono un periodo compreso tra circa 100 e 3.900 anni fa, che oggi si trovano sommersi a causa dei cambiamenti morfologici della zona costiera dovuti all’aumento del livello del mare, dei movimenti verticali del terreno e all’erosione”.

Nuove prospettive per l’archeologia sottomarina
L’analisi del sito di Pignataro di Fuori costituisce oggi una testimonianza fondamentale per ricostruire l’evoluzione del litorale delle Eolie. Le nuove metodologie integrate sperimentate dal gruppo di ricerca aprono strade inedite per l’individuazione di ulteriori insediamenti risalenti alla 1ª Età del Bronzo. Le prospettive future di applicazione si estendono ben oltre i confini del settore sommerso eoliano, fornendo agli studiosi strumenti preziosi per esplorare altre coste del Mediterraneo finora non investigate, portando alla luce nuovi frammenti di civiltà sepolte dal mare.




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