Ci sono momenti rari in cui la natura decide di chiudere il sipario sul mondo frenetico e di invitarci nel suo santuario più intimo. È esattamente questa la sensazione che si prova immergendosi nell’ultimo, suggestivo racconto di Roger Smith, pubblicato nella sua celebre rubrica “Treading Lightly” (Camminare leggeri) sulla prestigiosa rivista Australian Geographic. Nel suo toccante articolo intitolato proprio “In the eye of the fog” (Nell’occhio della nebbia), Smith — autore, instancabile difensore dell’ambiente e per oltre trent’anni pioniere del turismo di conservazione — si spoglia delle vesti di semplice narratore e diventa il protagonista di un incontro mistico. Ci prende per mano e ci conduce in una dimensione parallela, dove il paesaggio sconfinato si restringe fino a racchiudere solo ciò che conta per davvero.
Il respiro di un bosco invisibile
Chiudete gli occhi. Come italiani, molti di noi conoscono bene la malinconia poetica delle brume autunnali della Pianura Padana o le nebbie dense che si impigliano tra le faggete dei crinali appenninici. Ma il paesaggio in cui ci trasporta Smith ha suoni e profumi radicalmente diversi. Immaginatevi nel cuore del bush australiano alle prime luci dell’alba. Una coltre spessa e argentea avvolge ogni cosa.
La nebbia, nel racconto di Smith, non è una semplice entità meteorologica: diventa una creatura viva che scivola e respira tra i tronchi scortecciati degli eucalipti secolari. In questo scenario ovattato, la vista – il senso di cui ci fidiamo di più – viene quasi del tutto annullata, costringendoci a risvegliare istinti antichi per decifrare il mondo. L’aria, umida e frizzante, sprigiona un aroma penetrante di mentolo ed eucalipto, mescolato al profumo terroso e primordiale della terra rossa bagnata dalla rugiada.
Apparizioni silenziose: la danza della natura
Camminando letteralmente “in punta di piedi“, in perfetto stile con la sua filosofia di vita, Roger Smith ci descrive un ecosistema in cui gli animali emergono dalla coltre bianca come spiriti antichi. Nel silenzio assoluto “dell’occhio della nebbia“, ogni minimo dettaglio si amplifica: il fruscio quasi impercettibile tra le grandi felci che tradisce il passaggio di un timido echidna, il battito d’ali pesante e ovattato di un cacatua nero che scompare sopra le cime degli alberi, o la sagoma imponente di un canguro grigio. Quest’ultimo appare come un fantasma nella foschia, si ferma a distanza ravvicinata, fissa il protagonista per un istante carico di reciproco rispetto, e poi si dissolve lentamente, inghiottito di nuovo dal biancore.
In questo spazio sospeso, Smith ci fa capire che non siamo mai soli. Ogni creatura diventa un’apparizione sacra e l’uomo si spoglia della sua presunzione di superiorità, riconoscendosi finalmente per quello che è: un semplice ospite fugace della foresta.
Un messaggio per noi e per la Terra
La vera potenza di questo racconto su Australian Geographic non risiede solamente nell’incredibile lirismo della prosa, ma nel messaggio profondo che Roger Smith porta avanti da un’intera vita di attivismo. La nebbia è la metafora perfetta della nostra epoca: troppo spesso l’umanità cammina alla cieca, incapace di vedere la bellezza che distrugge, sorda al grido di aiuto della biodiversità.
Ma c’è una speranza. Se impariamo a fermarci, a respirare nell’istante e a camminare con riverenza e leggerezza sulla Terra, proprio come si fa nella nebbia fitta per non perdersi, possiamo ritrovare la giusta rotta.
L’invito di Smith supera i confini dell’Australia e arriva dritto al cuore di noi italiani. Che vi troviate in un bosco del Trentino, in una pineta lambita dal Mediterraneo, o nel traffico grigio di una città, provate a cercare il vostro “occhio della nebbia“. Quel luogo interiore, fatto di silenzio e profonda consapevolezza, in cui riconnettersi al battito vitale del nostro fragile e bellissimo pianeta.


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