Nepal, si affievolisce la speranza per migliaia di dispersi

A una settimana dal crollo di un ghiacciaio che ha provocato devastanti inondazioni himalayane, oltre 1.100 persone sono morte e migliaia risultano ancora disperse

Si affievoliscono le speranze di trovare altri sopravvissuti tra le migliaia di persone ancora disperse dopo la catastrofica alluvione che ha colpito il Nepal. A una settimana dal crollo di un ghiacciaio nell’Himalaya, che ha generato violente inondazioni improvvise, il bilancio è di almeno 1.114 morti e quasi 4.000 dispersi. Le operazioni di soccorso si concentrano ora soprattutto sulle centrali idroelettriche devastate dalla furia dell’acqua. Le autorità ritengono infatti che decine di lavoratori rimasti intrappolati nei tunnel dei progetti energetici possano essere ancora vivi.

Secondo i responsabili nepalesi, all’interno delle strutture delle centrali esistono locali e spazi che potrebbero aver offerto riparo alle persone bloccate sottoterra. Almeno 639 persone risultano ancora disperse, comprese quelle che si ritiene possano trovarsi nei tunnel.

Le maggiori speranze sono concentrate su 4 impianti, dove sono in corso o in preparazione importanti operazioni di salvataggio. In 2 di questi siti, con quasi 100 persone complessivamente disperse, le condizioni interne potrebbero aver favorito la sopravvivenza grazie alla presenza di aria. Nel progetto Trishuli-3A, in particolare, le autorità ritengono che all’interno del tunnel possa esserci ancora uno spazio asciutto e che l’ossigeno continui a circolare. I soccorritori stanno inoltre utilizzando condotte per immettere ulteriore ossigeno. Alle operazioni partecipano squadre specializzate provenienti da India, Cina e Stati Uniti.

La ricerca prosegue lungo il confine con la Cina

Al di fuori dei tunnel, però, le speranze di ritrovare superstiti diminuiscono con il passare delle ore. Le squadre di emergenza continuano comunque a perlustrare montagne, vallate e centri abitati lungo il confine cinese, dove le inondazioni hanno spazzato via intere comunità. “La speranza di trovare sopravvissuti sta diminuendo“, ha affermato Phanindra Paudel, alto funzionario del National Emergency Operation Center del Nepal. “Preghiamo e continuiamo a sperare. La speranza è sempre speranza“.

Anche oltre il confine, in Tibet, la situazione resta drammatica. Il bilancio ufficiale cinese, fermo da domenica, indica 16 morti e 546 dispersi. Le autorità prevedono un aggiornamento dei dati dopo la completa riapertura dell’unica strada che conduce al valico di Gyirong, al confine con il Nepal. La riapertura della via di accesso ha consentito ai mezzi pesanti di raggiungere per la prima volta il cuore della zona colpita dal disastro. Secondo l’emittente statale CCTV, numerosi macchinari e attrezzature sono arrivati nell’area, insieme a dispositivi per la ricerca di persone sotto le macerie e unità cinofile. Le operazioni sono però rese estremamente difficili dalla pioggia persistente e dalla conformazione del territorio. I soccorritori lavorano in una stretta gola montana, stretta tra pareti rocciose instabili e un fiume dalla corrente impetuosa.

Tra i dispersi in Tibet figurano anche 104 cittadini indiani, 49 nepalesi e 33 lettoni, appartenenti probabilmente a due gruppi turistici. Molti degli indiani si trovavano nella regione per visitare il lago Mansarovar e il monte Kailash, importanti luoghi di pellegrinaggio per gli induisti. Pechino ha inoltre annunciato l’invio in Nepal di ulteriori esperti per l’identificazione tramite DNA e di forniture di emergenza, tra cui ponti Bailey, frigoriferi mortuari e apparecchiature per le comunicazioni.

Tempo di ricostruire

Il primo ministro nepalese Balendra Shah ha dichiarato che il governo, con l’aiuto della comunità internazionale, sta lavorando per ripristinare le telecomunicazioni, l’elettricità e i collegamenti di trasporto, anche attraverso la costruzione di ponti Bailey. Entro ieri, secondo il premier, era stato ripristinato il 95% dei servizi di telecomunicazione nelle zone colpite. La catastrofe ha tuttavia interrotto una capacità di produzione elettrica pari a 431 megawatt.

Questo è stato uno dei più grandi disastri vissuti dalla civiltà umana“, ha dichiarato Shah davanti al Parlamento. Il premier ha ricordato che, non appena ricevuto l’allarme sull’arrivo dell’inondazione, le forze di sicurezza erano state mobilitate per avvertire la popolazione. Alcuni degli stessi soccorritori risultano però ancora dispersi. Mentre le possibilità di trovare sopravvissuti diminuiscono giorno dopo giorno, la corsa contro il tempo continua soprattutto sotto terra, nei tunnel delle centrali idroelettriche. È lì che il Nepal concentra ora le sue speranze più concrete, mentre il Paese si prepara contemporaneamente alla lunga e difficile fase della ricostruzione.