Oltre 1,5°C ma non oltre il punto di non ritorno: perché ogni decimo di grado conta

Il nuovo rapporto dell’UNEP indica che il superamento temporaneo della soglia fissata dall’Accordo di Parigi è ormai inevitabile

Il limite di 1,5°C fissato dall’Accordo di Parigi non è più, realisticamente, una soglia che il mondo riuscirà a rispettare in modo permanente. È questo uno degli elementi più significativi che emergono dal nuovo rapporto dell’UNEP, l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Ambiente. Anche nello scenario oggi più favorevole, il riscaldamento globale potrebbe raggiungere un picco intorno a 1,8°C. Un dato che potrebbe sembrare, a prima vista, una differenza relativamente contenuta. In termini climatici anche pochi decimi di grado possono tradursi in conseguenze molto diverse per gli ecosistemi e per le società.

Tre decimi di grado possono sembrare pochi, ma non lo sono”, sottolinea Cosimo Solidoro, Direttore della Sezione di Oceanografia dell’OGS – Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale. “Ogni frazione di grado in più significa maggiori rischi per gli ecosistemi e per le società umane: maggiore fusione dei ghiacciai e delle calotte polari, maggiore innalzamento del livello del mare, conseguenze più gravi per coste, città costiere, agricoltura e biodiversità e aumento della probabilità o dell’intensità di numerosi eventi estremi”.

La soglia di 1,5°C non è un interruttore

Il superamento della soglia di 1,5°C non deve essere interpretato come un momento in cui, improvvisamente, il cambiamento climatico diventa irreversibile o ogni possibilità di intervento viene meno. Il valore indicato dall’Accordo di Parigi rappresenta piuttosto un riferimento fondamentale per contenere i rischi associati al riscaldamento globale. Per questo, raggiungere temporaneamente temperature superiori alla soglia non significa che gli obiettivi climatici siano diventati privi di significato. Al contrario, la necessità di ridurre rapidamente le emissioni resta centrale.

Il rischio sarebbe considerare il superamento di 1,5 °C come la dimostrazione del fallimento delle politiche climatiche e, di conseguenza, come una ragione per ridurre l’impegno. La scienza ci dice esattamente il contrario: ogni decimo di grado continua a contare. Dobbiamo limitare al massimo l’entità e la durata dello sforamento e creare le condizioni per riportare successivamente la temperatura verso valori inferiori”, continua l’oceanografo. La differenza tra contenere il riscaldamento a livelli più bassi o lasciarlo aumentare ulteriormente non è dunque soltanto numerica. Ogni frazione di grado aggiuntiva può amplificare i rischi: dalla perdita di ghiaccio all’innalzamento del livello degli oceani, dalla pressione sugli ecosistemi alle conseguenze sulle attività agricole e sulle aree urbane e costiere.

Dopo lo zero netto, la sfida delle emissioni negative

Il nuovo scenario modifica anche il modo in cui occorre guardare alla mitigazione, cioè all’insieme delle azioni necessarie per ridurre le emissioni responsabili del riscaldamento. Il raggiungimento delle emissioni nette zero rimane un obiettivo indispensabile: significa arrivare a un equilibrio tra le emissioni di gas serra prodotte dalle attività umane e quelle che vengono assorbite o rimosse dall’atmosfera. Questo equilibrio è necessario per fermare l’aumento della temperatura. Ma, se si vorrà successivamente ridurre la temperatura globale, potrebbe essere necessario compiere un passo ulteriore: entrare in una fase di emissioni nette negative, rimuovendo dall’atmosfera più CO2 di quanta ne venga ancora immessa.

È una sfida tecnologica enorme”, osserva Solidoro, precisando che: “Oggi non disponiamo di sistemi di rimozione della CO2 che abbiano dimostrato di poter operare in modo sicuro, sostenibile ed economicamente praticabile alle scale che potrebbero essere necessarie. Ma è forse una sfida ancora maggiore, perché richiede decisioni e investimenti mantenuti per molti decenni. Parliamo di una strategia che necessariamente attraversa più generazioni”. Il problema, quindi, non è soltanto sviluppare nuove tecnologie. È anche costruire una strategia di lungo periodo, capace di mantenere investimenti, ricerca e decisioni politiche per decenni. Una prospettiva che mette in evidenza quanto la questione climatica non possa essere affrontata soltanto attraverso interventi di breve periodo.

Un clima diverso richiede un nuovo livello di adattamento

Ridurre le emissioni non sarà però sufficiente. Una parte del cambiamento climatico è già in corso e impone di intervenire anche sull’adattamento, cioè sulla capacità delle società di convivere con condizioni climatiche differenti da quelle del passato e di ridurne gli impatti. Ciò significa ripensare infrastrutture e gestione del territorio, rafforzare la protezione delle coste, migliorare la sicurezza idrica e rendere più resilienti i sistemi agricoli. Significa inoltre investire nei sistemi di allerta e nei piani di emergenza, prestando particolare attenzione alle fasce della popolazione maggiormente vulnerabili.

L’adattamento diventa così una componente complementare alla mitigazione: da una parte si cerca di limitare il riscaldamento futuro, dall’altra si riducono i danni provocati da quello che non è più possibile evitare. “Non pianificare oggi significa rischiare di dover destinare domani risorse sempre maggiori alla gestione delle emergenze e alla ricostruzione, sottraendole proprio agli investimenti necessari per ridurre i rischi futuri. Potrebbe innescarsi una spirale pericolosa: più danni, più risorse necessarie per ripararli e meno risorse disponibili per prevenire quelli successivi”.

Il tempo delle decisioni

Il superamento temporaneo di 1,5°C segna dunque un cambiamento importante nella narrazione della crisi climatica, ma non rappresenta la fine della possibilità di intervenire. La posta in gioco è ancora quella di determinare quanto sarà intenso il riscaldamento futuro e quanto a lungo dureranno condizioni climatiche più rischiose. Ridurre le emissioni il più rapidamente possibile, sviluppare capacità di rimozione della CO2, investire nell’adattamento e rendere più resilienti territori e comunità sono azioni che acquistano, alla luce dei nuovi scenari, ancora maggiore importanza. “Non tutte le conseguenze del cambiamento climatico possono ormai essere evitate. Ma l’entità delle conseguenze future dipende ancora in misura molto rilevante dalle scelte che facciamo oggi. Il tempo per limitarci a preoccuparci e discutere è finito. Le scelte non sono più rinviabili” conclude Solidoro.