L’infiammazione rappresenta una delle risposte di difesa primarie e fondamentali del nostro sistema immunitario, un meccanismo biologico essenziale che aiuta l’organismo a combattere le infezioni e a riparare i tessuti danneggiati. Tuttavia, quando questa forte reazione fisiologica rimane attiva per un periodo di tempo troppo lungo, perde rapidamente la sua normale funzione protettiva e inizia a danneggiare i tessuti sani, contribuendo attivamente allo sviluppo di patologie invalidanti come l’artrite, le gravi malattie cardiache e il diabete. Per decenni gli scienziati hanno compreso perfettamente i complessi processi che innescano lo stato infiammatorio nel corpo umano, ignorando però i meccanismi precisi con cui l’organismo decide che il pericolo è ormai passato, transitando dalla fase di attacco a quella di guarigione dei tessuti. Un team di ricercatori dell’University College London ha finalmente fatto luce su questo importante mistero medico.
Il freno naturale del sistema immunitario
Il nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature Communications punta i riflettori su un gruppo di piccole molecole derivate dai grassi chiamate epossiosilipine, che agiscono come parte integrante del processo di spegnimento dell’infiammazione. Secondo i ricercatori queste molecole funzionano come dei veri e propri freni naturali sul sistema immunitario, impedendo la crescita eccessiva dei monociti intermedi. Questi ultimi sono un particolare tipo di globulo bianco che può favorire la guarigione nel breve periodo, causando però un’infiammazione cronica se le cellule si accumulano in grandi quantità o rimangono attive oltre il necessario. Rispetto a sostanze infiammatorie più note come istamina e citochine, le epossiosilipine appartengono a un sistema di segnalazione relativamente inesplorato.
L’esperimento sui volontari e il blocco dell’enzima
Per studiare il processo direttamente sugli esseri umani, gli studiosi hanno somministrato a volontari sani una piccola iniezione nell’avambraccio contenente batteri E. coli inattivati dai raggi UV. Essendo privi di vita, i batteri non potevano scatenare un’infezione reale, innescando comunque una risposta infiammatoria temporanea con i classici sintomi di dolore, rossore, calore e gonfiore. I partecipanti sono stati divisi in 2 gruppi clinici. Nel braccio profilattico 24 volontari hanno ricevuto il farmaco sperimentale GSK2256294 esattamente 2 ore prima dell’inizio dell’infiammazione, con 12 pazienti trattati e 12 a cui è stato somministrato un placebo. Nel braccio terapeutico altri 24 volontari hanno ricevuto il medicinale 4 ore dopo l’inizio dei sintomi, riflettendo meglio il modo in cui un trattamento verrebbe utilizzato nella realtà, sempre divisi tra 12 trattati e 12 con placebo. Il farmaco blocca l’enzima idrolasi epossidica solubile, permettendo a una maggiore quantità di epossiosilipine protettive di rimanere intatte nell’organismo.
Risoluzione del dolore e nuove prospettive di cura
Entrambi gli approcci terapeutici hanno prodotto risultati simili ed estremamente promettenti. Il blocco dell’enzima ha aumentato i livelli di epossiosilipine, aiutando il dolore a risolversi molto più rapidamente e riducendo drasticamente il numero di monociti intermedi riscontrati nel sangue e nei tessuti. A livello molecolare, i ricercatori hanno scoperto che l’epossiosilipina 12,13-EpOME sopprime una via di segnalazione proteica nota come p38 MAPK, responsabile della trasformazione dei monociti nella forma associata all’attività infiammatoria prolungata.
La dottoressa Olivia Bracken, primo autore dello studio, ha sottolineato come l’esplorazione di questo percorso naturale possa portare a trattamenti più sicuri, capaci di ripristinare l’equilibrio senza sopprimere l’immunità generale. Molti dei trattamenti attuali per le malattie autoimmuni funzionano infatti inibendo intere parti del sistema immunitario, interferendo con le difese naturali dell’organismo.
Il professor Derek Gilroy, autore corrispondente dello studio, ha aggiunto che si tratta del 1° studio a mappare l’attività di queste molecole negli esseri umani durante uno stato infiammatorio, utilizzando un farmaco già adatto all’uso umano. I risultati pongono le basi per futuri studi clinici mirati a patologie croniche come l’artrite reumatoide, una malattia in cui il sistema immunitario attacca erroneamente i tessuti intorno alle articolazioni, offrendo speranza per nuove e più sicure opzioni di gestione del dolore.


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