Sotto gli Appennini la crosta terrestre si apre come una cerniera: così nascono i terremoti

Sotto la catena appenninica è in corso un processo geologico profondo che potrebbe spiegare la persistente attività sismica. La parte più densa della crosta sta lentamente sprofondando nel mantello, mentre la deformazione della superficie terrestre continua a propagarsi dal Tirreno verso l’Adriatico

La crosta terrestre sotto gli Appennini si sta lentamente aprendo, quasi come una gigantesca cerniera. Non è un fenomeno visibile in superficie, ma un processo che avviene a diversi km di profondità e che potrebbe rappresentare oggi il principale motore della sismicità lungo la catena appenninica. A descriverlo è uno studio pubblicato sulla rivista Communications Earth & Environment, realizzato da un gruppo di geologi dell’Università di Firenze e dell’Istituto di Geoscienze e Georisorse del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Geo), in collaborazione con Sapienza Università di Roma, Università di Pisa, Università di Palermo, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) e Istituto di Scienze Marine di Barcellona.

Una separazione iniziata milioni di anni fa

Al centro della ricerca c’è un fenomeno noto come delaminazione. In termini semplici, la porzione inferiore e più densa della crosta terrestre si sta progressivamente separando da quella superiore e sta sprofondando nel mantello, lo strato della Terra che si trova al di sotto della crosta. Secondo il nuovo modello, il processo sarebbe iniziato circa 10 milioni di anni fa. Nel corso del tempo la delaminazione si sarebbe propagata lungo la catena appenninica, modificando lentamente l’equilibrio e la deformazione della crosta. L’immagine della cerniera aiuta a comprendere il fenomeno: mentre una parte della struttura profonda si separa e sprofonda, la deformazione della crosta continua a spostarsi progressivamente. Il movimento, secondo i ricercatori, procede dal Tirreno verso l’Adriatico.

Non è più soltanto la spinta delle placche

La scoperta modifica in parte l’interpretazione tradizionale della sismicità appenninica. Finora i terremoti della catena montuosa erano stati collegati soprattutto alla spinta esercitata dalle placche tettoniche. Questa forza ha avuto un ruolo importante nella formazione e nell’evoluzione degli Appennini, ma secondo il nuovo studio la situazione attuale sarebbe diversa. La spinta delle placche, infatti, sarebbe ormai arrivata al suo “capolinea”. A mantenere attiva la deformazione della catena montuosa sarebbe invece soprattutto il processo che avviene in profondità: la progressiva separazione e discesa della parte inferiore della crosta. In altre parole, gli Appennini non sarebbero semplicemente il risultato di una spinta che continua ancora oggi nello stesso modo. Sotto la superficie, sarebbe in corso una trasformazione più complessa, capace di influenzare anche la sismicità.

Vent’anni di dati per ricostruire il movimento

Per arrivare a questa conclusione, i ricercatori hanno incrociato diverse tipologie di dati. Da una parte hanno analizzato le informazioni contenute nel catalogo sismico, che permette di ricostruire la distribuzione e le caratteristiche dei terremoti. Dall’altra hanno esaminato circa 20 anni di movimenti della crosta terrestre, osservati attraverso sistemi satellitari Gnss e tecniche interferometriche InSar. A questi dati si sono aggiunti i rilievi geologici, che permettono di confrontare ciò che accade oggi con le tracce lasciate dall’evoluzione della catena montuosa nel passato. L’integrazione di queste informazioni ha consentito di elaborare un nuovo modello di flessione elastica della crosta terrestre. Il modello mette in relazione i movimenti osservati in superficie con i processi che avvengono nelle profondità della Terra.

Un motore invisibile sotto gli Appennini

Il risultato restituisce quindi l’immagine di una catena montuosa ancora dinamica. Anche se la grande fase geologica che ha accompagnato l’apertura del mar Tirreno si è conclusa, la struttura profonda della regione continua a evolversi. La delaminazione rappresenterebbe così il principale meccanismo attraverso cui questa evoluzione si manifesta oggi: la parte più densa della struttura terrestre sprofonda nel mantello e, nel farlo, modifica progressivamente la geometria e lo stato di deformazione della crosta sovrastante. Il processo è estremamente lento se osservato su scala umana, ma può avere conseguenze rilevanti nel corso di migliaia e milioni di anni. I terremoti rappresentano una delle manifestazioni più immediate di questa complessa dinamica.