Si è conclusa al porto di Catania la campagna scientifica BRIDGES, condotta a bordo della nave oceanografica “Gaia Blu” del CNR, che ha esplorato il tratto di mare compreso tra la Sicilia sud-orientale, Malta e Gozo alla ricerca delle tracce dell’antico lembo di terra che, durante l’ultima era glaciale, collegava territori oggi separati da oltre 90 chilometri di mare. La missione ha permesso di ottenere una ricostruzione ad alta risoluzione di un’area del Mediterraneo ancora oggi solo parzialmente conosciuta, facendo emergere l’immagine di un paesaggio sommerso complesso, caratterizzato da rilievi, creste, depressioni e antiche lagune. Un territorio oggi invisibile, ma che migliaia di anni fa era in larga parte emerso e costituiva un corridoio naturale tra la Sicilia e l’arcipelago maltese. La campagna è stata coordinata dal CNR e dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS, con la collaborazione dell’Università di Malta, e punta a ricostruire non soltanto l’evoluzione geologica e marina dell’area, ma anche il rapporto tra questi antichi paesaggi e le popolazioni che hanno attraversato il Mediterraneo nella preistoria.
Sicilia e Malta, quando il mare era 130 metri più basso
La geografia del Mediterraneo centrale durante l’ultima era glaciale era profondamente diversa rispetto a quella attuale. In quel periodo enormi quantità d’acqua erano intrappolate nelle grandi calotte glaciali dell’emisfero settentrionale e il livello del mare era circa 130 metri più basso di quello odierno. Di conseguenza, vaste aree che oggi si trovano sotto il mare erano allora terraferma. Tra la Sicilia sud-orientale e Malta si sviluppava un’ampia zona emersa che riduceva drasticamente la distanza tra i territori e che, per lunghi periodi, costituì un collegamento quasi continuo. Secondo le ricostruzioni più accreditate, circa 13.000 anni fa il progressivo innalzamento del livello marino determinò la scomparsa definitiva del ponte di terra tra Malta e Sicilia. In poche migliaia di anni, quello che era stato un corridoio geografico relativamente stabile durante gran parte dell’ultima glaciazione venne sommerso. Il processo non si limitò semplicemente a ricoprire con l’acqua la terraferma esistente. L’avanzata del mare modificò radicalmente coste, rilievi, pianure e depressioni, creando un nuovo paesaggio marino e cancellando progressivamente la geografia precedente.
La missione BRIDGES e la nuova mappa del fondale marino
Ricostruire quella geografia perduta rappresenta il principale obiettivo della campagna BRIDGES. La strumentazione scientifica installata a bordo della nave oceanografica “Gaia Blu” ha consentito di produrre una mappatura ad alta risoluzione della batimetria, cioè della morfologia e delle profondità del fondale marino. L’importanza del lavoro è legata anche al fatto che, nonostante la relativa vicinanza alle coste italiane e maltesi, questa porzione del Mediterraneo presenta tuttora una mappatura incompleta e approssimativa. Le tecnologie acustiche utilizzate nel corso della missione hanno permesso non soltanto di osservare la superficie del fondale, ma anche di investigare le prime decine di metri sotto il fondo marino, fornendo informazioni fondamentali sulla struttura dei sedimenti e sull’evoluzione del territorio sommerso. In questo modo è stato possibile ricostruire con un livello di dettaglio molto maggiore rispetto al passato un’area che conserva ancora oggi le tracce dell’antico collegamento terrestre tra Sicilia e Malta.
Rilievi, lagune e depressioni sotto il Mediterraneo
Le prime evidenze raccolte mostrano che il fondale marino tra Sicilia, Malta e Gozo non presenta una struttura uniforme, ma conserva una morfologia articolata che ricorda quella di antichi ambienti costieri e di piattaforma. “La mappa del fondo marino che abbiamo esplorato rivela un paesaggio complesso, con rilievi spesso discontinui che si estendono anche per decine di chilometri, e che delimitano lagune e depressioni”, afferma Emanuele Lodolo, ricercatore della Sezione di Geofisica dell’OGS e Principal investigator della campagna assieme a Maria Filomena Loreto, del Cnr-Ismar. “L’analogia con le moderne piattaforme tropicali è chiara: aree relativamente basse, separate da creste e barriere, con bacini e lagune protette alle loro spalle”. Il quadro che emerge è quindi quello di un antico territorio composto da zone relativamente basse, rilievi e barriere naturali, con depressioni e bacini protetti. Elementi che oggi si trovano sotto decine di metri d’acqua ma che, quando il livello del mare era molto più basso, facevano parte del paesaggio emerso.
I carotaggi e i sedimenti che raccontano migliaia di anni di storia
Accanto alla mappatura geofisica, la campagna BRIDGES ha utilizzato anche carotaggi a gravità, strumenti che consentono di prelevare colonne di sedimento direttamente dal fondale marino. I campioni recuperati contengono antichi depositi marini e rappresentano un vero e proprio archivio naturale dell’evoluzione ambientale dell’area. Ogni strato di sedimento può infatti conservare informazioni sulle condizioni climatiche, sulla profondità del mare, sulla presenza di organismi e sui cambiamenti avvenuti nel corso dei millenni. Le analisi di laboratorio permetteranno di studiare questi materiali con maggiore precisione. In particolare, attraverso la datazione al radiocarbonio di piccoli frammenti fossili conservati nei sedimenti sarà possibile attribuire un’età ai diversi depositi e ricostruire il passaggio progressivo da ambienti terrestri o costieri a condizioni completamente marine. L’obiettivo è arrivare a una cronologia sempre più precisa della trasformazione del territorio e comprendere come il progressivo innalzamento del mare abbia modificato il collegamento tra Sicilia e Malta.
Il valore archeologico del paesaggio sommerso tra Sicilia e Malta
La ricostruzione dell’antico paesaggio non ha soltanto una rilevanza geologica. Le informazioni raccolte possono avere importanti implicazioni anche per l’archeologia preistorica e per lo studio delle popolazioni che vissero nel Mediterraneo centrale tra Mesolitico e Neolitico. “La ricostruzione di questi ambienti sommersi ha una notevole rilevanza anche in campo archeologico e nello studio delle popolazioni meso-neolitiche, delle loro rotte migratorie e degli insediamenti”, continua Lodolo. Comprendere la forma delle coste, la presenza di passaggi terrestri, lagune, pianure e rilievi consente infatti di ricostruire più accuratamente gli scenari nei quali si spostavano le antiche comunità umane. Il territorio sommerso potrebbe aver condizionato per migliaia di anni le rotte di migrazione, le aree di insediamento e le modalità con cui le popolazioni preistoriche sfruttavano le risorse disponibili lungo le coste e sulle terre oggi scomparse.
Malta e le nuove prove sulla presenza dei cacciatori-raccoglitori
Per lungo tempo si è ritenuto che Malta fosse rimasta sostanzialmente disabitata fino al Neolitico, circa 7.500 anni fa. Le nuove evidenze archeologiche, però, indicano la possibile presenza nell’isola di cacciatori-raccoglitori già circa 8.500 anni fa. Si tratta di un dato particolarmente importante perché, a quell’epoca, il ponte di terra tra Sicilia e Malta era già scomparso. La configurazione geografica dell’arcipelago era quindi relativamente simile a quella attuale e l’isola era separata dalla Sicilia da un vero tratto di mare. Questo elemento impedisce di interpretare automaticamente la nuova mappa dell’antico ponte di terra come la mappa utilizzata dalle prime popolazioni umane per raggiungere Malta. Al contrario, apre interrogativi ancora più ampi sulla capacità delle comunità preistoriche di navigare nel Mediterraneo e di adattarsi a un territorio in continua trasformazione.
Dalla terraferma al mare, come cambiarono le rotte umane
Il problema scientifico non riguarda più soltanto la possibilità che gli esseri umani abbiano attraversato un antico corridoio terrestre. Diventa fondamentale comprendere come le popolazioni abbiano interagito con quel territorio nel momento in cui il ponte di terra iniziò a frammentarsi e a trasformarsi in mare. La progressiva sommersione potrebbe aver trasformato pianure e bassi rilievi in isole, secche, canali e tratti di mare poco profondo, modificando gradualmente le vie di spostamento. In questo scenario, le comunità che vivevano nell’area potrebbero aver dovuto adattare le proprie rotte, passando da percorsi prevalentemente terrestri a collegamenti marittimi sempre più articolati. La ricostruzione del paesaggio sommerso diventa quindi uno strumento fondamentale per comprendere non soltanto dove si trovavano le terre emerse, ma anche come cambiavano nel tempo le distanze, le coste e i possibili punti di approdo.
Il Mediterraneo come via di comunicazione e non come barriera
Il tratto di mare tra la Sicilia e Malta ha rappresentato per millenni una delle aree strategiche del Mediterraneo centrale. La sua posizione geografica ne ha fatto un passaggio naturale per spostamenti, scambi e commerci tra diverse regioni. Per le popolazioni antiche, il Mediterraneo non rappresentava necessariamente una barriera invalicabile. Al contrario, poteva essere una via di comunicazione, un territorio da attraversare e sfruttare attraverso conoscenze nautiche e rotte consolidate. Gli antichi paesaggi oggi sommersi potevano offrire punti di riferimento, approdi temporanei, lagune protette e percorsi differenti rispetto a quelli possibili nella configurazione geografica moderna.
Proprio per questo la nuova mappatura realizzata dalla campagna BRIDGES assume un valore che va oltre la semplice descrizione del fondale marino. Ricostruire la geografia sommersa tra Sicilia e Malta significa recuperare una parte fondamentale della storia naturale e umana del Mediterraneo, riportando alla luce, attraverso strumenti geofisici e campioni di sedimento, un territorio scomparso da migliaia di anni ma ancora capace di fornire informazioni decisive sull’evoluzione delle coste e sui movimenti delle prime popolazioni dell’area.



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