di Mario Pileggi, geologo, Consiglio Nazionale Amici della Terra APS – Sul Ponte si può essere favorevoli o contrari. Ma su un punto dovrebbe essere difficile dividersi: conoscere meglio lo Stretto di Messina è una necessità. In un’area densamente abitata e storicamente esposta a terremoti distruttivi, ogni avanzamento della conoscenza geologica, geofisica, geotecnica e sismotettonica ha un valore che va ben oltre la singola opera. In questa prospettiva assumono particolare rilievo le prescrizioni formulate dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nel parere tecnico del 6 agosto 2026, al termine dell’istruttoria sul progetto definitivo. La società Stretto di Messina ha dichiarato che tali osservazioni saranno esaminate con tecnici e progettisti nella fase esecutiva e ha precisato che, secondo la propria valutazione, gran parte degli approfondimenti richiesti riguarda temi già previsti nella successiva progettazione.
Il quadro procedurale ha registrato un ulteriore avanzamento il 3 settembre 2026, quando il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha annunciato l’avvio entro settembre, insieme a Stretto di Messina S.p.A., dell’istruttoria per la nuova delibera CIPESS di approvazione del progetto definitivo. Nel frattempo, sono stati pubblicati il nuovo Accordo di Programma e, nella riunione di Palazzo Chigi del 23 luglio, sono stati richiamati il visto della Corte dei conti sull’Accordo e il parere favorevole dell’Autorità di regolazione dei trasporti sul Piano economico-finanziario. L’obiettivo dichiarato dal MIT è completare l’iter approvativo e avviare i lavori nel 2026. Restano tuttavia da perfezionare passaggi decisivi: la nuova deliberazione CIPESS, il relativo esito e l’effettivo avvio dei cantieri non possono ancora essere considerati risultati acquisiti. Analoga prudenza è necessaria sugli aspetti amministrativi, contrattuali e ambientali. Nel 2025 la Corte dei conti non registrò la precedente delibera CIPESS, richiamando tra l’altro profili relativi alla direttiva Habitat, alle modifiche contrattuali ai sensi dell’articolo 72 della direttiva 2014/24/UE e al piano tariffario. Nel luglio 2026 il MIT ha riferito che prosegue il confronto con la Commissione europea e che non risulta avviata una procedura d’infrazione sul Ponte. Si tratta però di interlocuzioni e adempimenti ancora distinti dalla conclusione formale dell’iter, che resta affidata alle determinazioni degli organi competenti.
Diverso e centrale è il significato degli approfondimenti tecnici. Tra i temi emersi figurano l’aggiornamento del quadro geologico e sismotettonico, la verifica delle strutture tettoniche prossime alle opere, l’estensione delle indagini ai due versanti e al tratto marino, la caratterizzazione geotecnica dei terreni, la risposta sismica locale e ulteriori verifiche aeroelastiche.
Sul vento, il progetto dispone già di un’estesa base sperimentale: la documentazione tecnica pubblicata dalla Stretto di Messina nel 2024 ricorda prove eseguite su numerosi modelli in diversi laboratori internazionali, comprese verifiche indipendenti nella galleria del vento del Politecnico di Milano. Le ulteriori prove previste nella fase esecutiva vanno quindi lette come parte del normale processo di verifica e affinamento di un’opera di eccezionale scala, non come indice, di per sé, di una criticità irrisolta né come certificazione definitiva della fattibilità.
Lo Stretto di Messina è inserito in un sistema geodinamico particolarmente complesso, nel quale interagiscono processi profondi legati all’evoluzione dell’Arco Calabro, alla subduzione della litosfera ionica, alla deformazione crostale e ai sistemi di faglie che interessano la Calabria meridionale, la Sicilia nordorientale e i fondali dello Stretto.
Lo Stretto che osserviamo oggi non è quindi un paesaggio immobile, ma un fotogramma di una storia geologica tuttora in evoluzione. Durante l’ultimo massimo glaciale, circa 20–22 mila anni fa, il livello medio globale del mare era circa 120 metri più basso dell’attuale e la geografia delle coste era profondamente diversa. Nell’area dello Stretto, variazioni eustatiche e movimenti verticali della crosta hanno modificato ripetutamente nel tempo i rapporti tra terra e mare.
La storia ne ha mostrato drammaticamente la vulnerabilità. Il terremoto del 28 dicembre 1908, tra i più distruttivi avvenuti in Europa in epoca moderna, costituisce la testimonianza storica più drammatica della pericolosità sismica dell’area. A oltre un secolo di distanza, la ricerca continua tuttavia a confrontare differenti interpretazioni sulla geometria e sulla localizzazione della sorgente sismogenetica. È proprio questa evoluzione delle conoscenze a rendere gli studi richiesti particolarmente importanti: studiare meglio lo Stretto significa progettare con maggiore consapevolezza, ma anche costruire un patrimonio di dati utile alla prevenzione sismica e alla pianificazione territoriale.
Negli ultimi anni le nuove tecniche di indagine hanno prodotto risultati rilevanti. Lo studio di Barreca, Gross, Scarfì, Aloisi, Monaco e Krastel, pubblicato nel 2021 su Earth-Science Reviews con la partecipazione di ricercatori INGV, ha integrato dati geologici e sismologici con 35 profili di sismica a riflessione ad alta risoluzione, riconoscendo nei fondali dello Stretto una struttura con evidenze di deformazione recente e proponendola come possibile sorgente del terremoto del 1908. È un risultato importante, ma non conclusivo: nella letteratura scientifica continuano a essere discussi modelli alternativi della sorgente.
Nel 2026 Dorsey e collaboratori hanno pubblicato su Tectonics una nuova ricostruzione dei movimenti verticali pleistocenici della Sicilia nordorientale e della Calabria meridionale, basata su geocronologia 40Ar/39Ar, stratigrafia, geomorfologia e analisi delle zone di faglia. Il lavoro colloca lo Stretto in una zona di trasferimento della deformazione fra sistemi di faglie normali attive e considera la faglia Messina–Taormina tra le strutture di particolare rilievo nel quadro sismotettonico, richiamando al tempo stesso modelli alternativi per la sorgente del 1908. Gli autori propongono inoltre che i terrazzi marini più elevati siano più giovani di 500 mila anni e che, in alcuni settori, abbiano registrato tassi medi di sollevamento superiori a 2,5 millimetri l’anno.
Anche alla scala più profonda le conoscenze stanno evolvendo. Montuori e collaboratori, in uno studio del 2026 pubblicato su Geophysical Research Letters, hanno ottenuto una nuova mappatura ad alta risoluzione delle principali discontinuità crostali e litosferiche dell’Arco Calabro, evidenziando una geometria complessa, compreso un raddoppio della Moho interpretato in relazione al sistema di subduzione, e marcate eterogeneità della litosfera e del mantello superiore. Sono risultati che non possono essere trasferiti direttamente alla scala delle fondazioni del Ponte, ma migliorano il quadro geodinamico regionale entro il quale devono essere interpretate le strutture superficiali e la sismicità.
È un esempio concreto di come procede la scienza: nuovi dati verificano, integrano e talvolta modificano le interpretazioni precedenti. Per un’area complessa come lo Stretto, aggiornare le conoscenze significa soprattutto ridurre progressivamente le incertezze e costruire scenari più robusti. Le tecniche oggi disponibili — sismica marina ad alta risoluzione, batimetria multibeam, tomografie geofisiche, reti GNSS, paleosismologia, carotaggi, datazioni geocronologiche e modellazione tridimensionale del sottosuolo — consentono livelli di integrazione e risoluzione molto superiori rispetto a molte campagne del passato.
Ed è qui che gli studi prescritti acquistano il loro valore pubblico più ampio. Una migliore caratterizzazione delle strutture tettoniche può contribuire alla valutazione della pericolosità sismica; dati più dettagliati sui terreni possono migliorare l’individuazione delle aree suscettibili ad amplificazione locale dello scuotimento o a liquefazione; informazioni più precise sulle deformazioni attive possono supportare la microzonazione sismica, la pianificazione territoriale, la verifica delle infrastrutture strategiche e la costruzione di scenari di Protezione civile.
In questo senso, il patrimonio di sondaggi, profili geofisici e misure acquisito nell’ambito del progetto può produrre conoscenza utile anche oltre l’opera: abitazioni, scuole, ospedali, strade, ferrovie, porti, reti tecnologiche e patrimonio storico. Perché questo valore aggiunto si realizzi davvero, sarebbe auspicabile che i dati venissero validati, organizzati e, compatibilmente con le esigenze di sicurezza e di tutela del progetto, messi a disposizione della comunità scientifica e delle istituzioni territoriali.
Geologia terrestre e marina, geofisica, sismologia, geodesia, paleosismologia e geotecnica potrebbero così confluire in una banca dati scientifica integrata dello Stretto, utile alle università, agli enti di ricerca, alle Regioni, ai Comuni e alla Protezione civile. La campagna di studi connessa al Ponte potrebbe diventare la base di un vero laboratorio permanente dello Stretto e del Mediterraneo centrale.
Un grande progetto può non mettere tutti d’accordo. Anche i benefici economici, i tempi di realizzazione, i flussi di traffico e gli effetti territoriali devono essere verificati sulla base di dati e scenari, anche alla luce del nuovo iter approvativo, senza anticiparli come risultati acquisiti. Ma su una necessità dovrebbe essere possibile convergere: conoscere meglio un’area densamente abitata e ad elevata pericolosità sismica.
La memoria del 1908 ci dice che cosa è accaduto. La ricerca può aiutarci a comprendere meglio perché è accaduto e, soprattutto, a ridurre le conseguenze di ciò che potrà accadere. È questa, oltre il sì e il no al Ponte, la ragione per cui studiare lo Stretto è una necessità.


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