Terremoti, l’Appennino centrale nasconde faglie “silenti”: il caso del 2016 e il rischio delle grandi strutture mai attivate in epoca recente

Dalla sequenza di Amatrice-Norcia alla scoperta delle faglie capaci di generare grandi terremoti: gli studi geologici rivelano che il silenzio sismico non significa assenza di pericolo

Il terremoto del 24 agosto 2016, con magnitudo momento MW 6.0, ha aperto una delle sequenze sismiche più importanti della storia recente italiana, quella che tra il 2016 e il 2017 ha interessato l’Italia centrale, provocando gravi danni tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo. Dietro quella sequenza non c’era una singola frattura, ma un sistema complesso di faglie estensionali, strutture geologiche orientate parallelamente alla catena appenninica e capaci di accumulare energia per secoli prima di rilasciarla improvvisamente sotto forma di terremoto. Gli studi condotti dopo gli eventi hanno ricostruito un quadro chiaro: la scossa del 24 agosto ha coinvolto due strutture differenti, la faglia di Amatrice (AF) e una parte del sistema di faglie Monte Vettore-Monte Bove (MVBF). Il 26 ottobre 2016, una nuova rottura nella porzione settentrionale del sistema MVBF ha generato un terremoto di magnitudo MW 5.9, mentre il 30 ottobre 2016 si è verificato l’evento più forte della sequenza, con magnitudo MW 6.5, causato dalla rottura della parte ancora non attivata del sistema. Quel terremoto ha completato il processo iniziato con le scosse precedenti, producendo una significativa fagliazione superficiale, con spostamenti verticali del terreno arrivati fino a circa 1,8 metri.

Il sistema Monte Vettore-Monte Bove: una faglia conosciuta prima del terremoto del 2016

Uno degli aspetti più rilevanti emersi dagli studi dell’INGV riguarda il fatto che il sistema Monte Vettore-Monte Bove non fosse una struttura sconosciuta. Le ricerche geologiche iniziate già negli anni Novanta avevano individuato questa grande struttura come una faglia attiva e sismogenetica, cioè una faglia in grado di produrre terremoti importanti. Le indagini avevano ricostruito una geometria complessa: diversi rami visibili in superficie convergevano in profondità verso un’unica struttura principale, collocata tra circa 10 e 15 chilometri di profondità. La conoscenza di queste strutture deriva da un lungo percorso scientifico basato sull’analisi del territorio, delle deformazioni del suolo e delle tracce lasciate dai terremoti del passato. È proprio questo approccio che prende il nome di neotettonica, una disciplina che permette di leggere il paesaggio per comprendere l’evoluzione dei processi tettonici più recenti, quelli che hanno modellato l’Appennino durante il Pliocene e il Quaternario.

Terremoto Appennino
Figura 1. Blocco-diagramma che mostra una schematizzazione di una faglia (o sistema di faglie) normale attiva e sismogenetica dell’Appennino centrale, con i segmenti e rami principali e ausiliari (sintetici e antitetici) che ne rappresentano la manifestazione in superficie

Le faglie “silenti”: strutture capaci di generare terremoti anche dopo secoli di quiete

Uno degli elementi più importanti emersi dalle ricerche riguarda il concetto di faglia sismogenetica silente. Il sistema Monte Vettore-Monte Bove, prima del 2016, era considerato proprio una di queste strutture: una faglia capace di generare un grande terremoto, ma senza eventi recenti associabili con certezza nei cataloghi storici e strumentali. Gli studi geologici avevano già evidenziato lungo i suoi rami la presenza di deformazioni e dislocazioni di depositi risalenti al tardo Pleistocene e all’Olocene. La lunghezza complessiva della struttura, stimata in almeno 20-25 chilometri, e l’entità dei movimenti osservati indicavano una capacità potenziale compatibile con terremoti fino a circa magnitudo MW 6.5. Le analisi paleosismologiche suggerivano inoltre che l’ultima grande attivazione fosse avvenuta prima dell’ultimo millennio. Nel 2016, quel lungo periodo di silenzio si è interrotto: il sistema MVBF ha effettivamente generato un terremoto di magnitudo MW 6.5, confermando le valutazioni elaborate negli anni precedenti dagli studi geologici.

Il precedente del terremoto della Marsica del 1915: quando la geologia anticipa la storia

La possibilità di riconoscere una faglia potenzialmente pericolosa prima che produca un grande terremoto nasce da decenni di ricerca. Uno dei casi più importanti dell’Appennino centrale riguarda la zona della Marsica, colpita dal terremoto del 13 gennaio 1915, un evento devastante con magnitudo MW 7.0. La scossa fu provocata dalla faglia del Fucino (FF), una grande faglia normale la cui presenza è riconoscibile lungo il margine orientale della Piana del Fucino. Gli studi geologici e paleosismologici hanno dimostrato che questa struttura aveva prodotto non soltanto il terremoto del 1915, ma anche numerosi altri eventi nel corso dei millenni precedenti. Questo tipo di analisi permette quindi di ricostruire una memoria sismica molto più lunga rispetto ai soli cataloghi storici, che coprono soltanto gli ultimi secoli.

Le altre grandi faglie dell’Appennino centrale ancora sotto osservazione

Il caso del sistema Monte Vettore-Monte Bove non rappresenta un episodio isolato. Nell’Appennino centrale esistono infatti altre grandi faglie normali attive e sismogenetiche che mostrano caratteristiche geologiche simili e che non hanno prodotto, almeno in epoca recente, terremoti paragonabili a quelli del 2016. Tra queste ci sono il sistema Monte Morrone-Maiella-Porrara (MMF-MPF), il sistema Media Valle dell’Aterno-Valle Subequana (MAVF-SVF) e la faglia di Campotosto (CF).

Terremoto Appennino
Figura 2. Modello digitale di terreno (rilievo ombreggiato) dell’Appennino centrale in cui sono rappresentate le tracce delle principali faglie quaternarie e/o attive (linee rosse). Le linee con uguale colore rappresentano i segmenti e i rami di faglia che sono stati trattati specificatamente nel testo. Faglie: Monte Vettore-Monte Bove (MVBF); Amatrice (AF); Campotosto (CF); Paganica (PF); Media Valle dell’Aterno-Valle Subequana (MAVF-SVF); Fucino (FF); Monte Morrone-Maiella-Porrara (MMF-MPF)

Monte Morrone-Maiella-Porrara: una struttura con potenziale fino a magnitudo 7

Il sistema MMF-MPF interessa l’area compresa tra la Piana di Sulmona e la Maiella. Le ricerche geologiche hanno documentato una lunga storia di attività durante il Quaternario, evidenziata dalla deformazione di depositi di diverse età. Gli studi archeosismologici avevano ipotizzato che l’ultima grande attivazione potesse risalire al II secolo dopo Cristo, un’ipotesi successivamente confermata dalle indagini paleosismologiche. Le dimensioni della struttura e le informazioni raccolte hanno portato a stimare che una rottura completa del sistema potrebbe produrre un terremoto con magnitudo MW intorno a 7.

Media Valle dell’Aterno e Valle Subequana: una faglia lunga 34 chilometri

Anche il sistema MAVF-SVF, che interessa la Media Valle del fiume Aterno e la Valle Subequana, presenta caratteristiche compatibili con una grande struttura sismogenetica. L’evoluzione geologica delle due valli, la presenza di segmenti collegati tra loro e le tracce di eventi paleosismici contemporanei suggeriscono che le diverse strutture superficiali possano rappresentare parti di un’unica grande faglia. Le analisi indicano che l’ultimo evento di attivazione risalirebbe al I secolo avanti Cristo. Considerando la lunghezza complessiva della struttura, circa 34 chilometri, gli studiosi stimano una capacità potenziale di generare terremoti fino a magnitudo MW 6.7-6.8.

La faglia di Campotosto: attivata negli ultimi anni ma ancora con energia potenziale

Un quadro leggermente diverso riguarda la faglia di Campotosto (CF). Questa struttura si è attivata parzialmente negli ultimi decenni, con terremoti fino a magnitudo MW 5.0-5.5 durante la sequenza dell’Aquila del 2009 e nuovamente nel 2017. Tuttavia, gli studi geologici hanno mostrato che questi eventi non hanno esaurito il potenziale della faglia. Le tracce lasciate nel territorio, con dislocazioni di depositi e terrazzi fluviali risalenti al tardo Quaternario, indicano infatti una storia di eventi più importanti. Le analisi geodetiche e sismologiche hanno confermato che le rotture del 2009 e del 2017 hanno interessato soltanto una parte della struttura e non hanno raggiunto completamente la superficie. La faglia di Campotosto, lunga circa 20 chilometri, potrebbe ancora essere in grado di generare terremoti fino a circa magnitudo MW 6.6.

Lo studio delle faglie silenti non permette previsioni, ma migliora la conoscenza del rischio sismico

Gli esempi dell’Appennino centrale mostrano un principio fondamentale della sismologia moderna: l’assenza di grandi terremoti recenti non significa che una faglia sia inattiva. Le strutture geologiche conservano infatti una memoria molto più lunga rispetto alle osservazioni storiche e strumentali. Il caso del sistema Monte Vettore-Monte Bove rappresenta un esempio emblematico: una faglia studiata per anni come potenzialmente pericolosa ha poi effettivamente prodotto un grande terremoto. Le ricerche sulle faglie silenti dell’Appennino centrale non consentono di stabilire quando avverrà il prossimo terremoto, ma permettono di individuare quali strutture possano essere considerate capaci di generare eventi significativi. L’obiettivo della ricerca scientifica resta quindi quello di migliorare la conoscenza della pericolosità sismica e fornire strumenti sempre più accurati per la prevenzione e la gestione del rischio. E’ quanto si legge in un articolo di E. Falcucci, S. Gori., M. Moro, F. Galadini, INGV, M. Saroli, Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale per ingvterremoti.