Il periodo dell’anno che coincide con il picco climatologico della stagione degli uragani nell’oceano atlantico è stato superato, eppure il 2026 sta registrando un’anomalia che potrebbe scrivere una pagina di storia della meteorologia contemporanea. Fino a questo momento l’intero bacino ha prodotto un numero molto esiguo di perturbazioni, un fatto che si discosta pesantemente dalla media storica di questo periodo, che prevede solitamente la presenza di almeno 9 tempeste tropicali e 4 uragani strutturati. La causa principale di questa sorprendente quiete è il costante rafforzamento di dinamiche climatiche su larga scala che stanno alterando la circolazione atmosferica primaria nei pressi dell’equatore. Questo scenario atmosferico sta limitando in modo drastico le opportunità per le depressioni di intensificarsi durante il loro viaggio di quasi 5mila km sull’oceano aperto. Tale blocco continuo ha portato gli esperti a ipotizzare che la stagione in corso possa incredibilmente concludersi alla fine del mese di novembre con un bilancio conclusivo pari a zero uragani, un evento del tutto anomalo e mai osservato da quando i satelliti della NASA hanno iniziato le loro osservazioni meteorologiche quotidiane dallo Spazio.
Le cause atmosferiche e le tempeste registrate
Dall’inizio della stagione sono stati assegnati nomi a 5 tempeste tropicali, Arthur, Bertha, Cristobal, Dolly ed Edouard. Tra queste formazioni, Bertha ed Edouard sono state quelle più intense, raggiungendo venti massimi sostenuti di 96 km/h. Si tratta di valori di tutto rispetto per una perturbazione marina, tuttavia sono rimasti ampiamente al di sotto della soglia minima dei 119 km/h necessari per raggiungere il livello ufficiale di uragano di 1ª categoria. Il blocco principale a questa evoluzione è generato dal rafforzamento della nota anomalia termica pacifica, la quale favorisce lo sviluppo di venti di taglio in tutta la principale regione di sviluppo oceanica. Questi venti trasversali in quota disturbano meccanicamente la formazione e il potenziamento dei sistemi tropicali, agendo come una vera e propria barriera atmosferica, la quale impedisce ai cicloni di consolidare il proprio nucleo centrale nonostante le temperature dell’acqua marina in alcune zone registrino valori intorno ai 28°C.
I record del passato a rischio nel 2026
L’assenza di tempeste estreme fino a questa fase inoltrata dell’anno mette a rischio diversi primati documentati nei registri del clima. Non esistono annate durante la moderna era delle osservazioni, iniziata nei primi anni del 1960, in cui la stagione si sia conclusa con zero uragani. Gli archivi riportano un periodo particolarmente anomalo nel 1994, quando i mesi di settembre e ottobre trascorsero in totale calma, sebbene quell’annata vide comunque formarsi un ciclone estivo e ben 2 uragani nel mese di novembre. Se il 2026 dovesse superare la fine di questa settimana senza la nascita di un sistema distruttivo, verrebbe battuto il record per l’avvio più tardivo di sempre, attualmente condiviso con le stagioni del 2002 e del 2013. Spingendo l’analisi ai registri della prima metà del secolo scorso, si nota che nel 1941 la 1ª tempesta strutturata raggiunse l’intensità critica soltanto il 21 settembre, mentre gli unici 2 anni documentati senza alcun uragano risalgono al 1914 e al 1907, epoche in cui, data l’assenza di strumentazione satellitare, alcune formazioni isolate in mare aperto potrebbero non essere state rilevate.
Sviluppi attesi per il mese di ottobre
I gruppi di ricerca che studiano le dinamiche del clima terrestre non hanno ancora dichiarato chiusa la partita, poiché un improvviso calo dei venti ostili potrebbe cambiare rapidamente le sorti del bacino. Qualora dovesse verificarsi un innalzamento dell’attività tropicale, le probabilità di innesco si concentrano a cavallo tra l’ultima decade di settembre e l’inizio del mese di ottobre. Gran parte dell’area caraibica è attualmente dominata da aria molto secca e correnti sfavorevoli, di conseguenza le future perturbazioni potrebbero prendere forza in zone più esterne. I settori maggiormente esposti sono quelli situati a Nord/Est, in particolare nei pressi dell’arcipelago delle Bahamas, oppure nelle acque settentrionali del Golfo del Messico. Non si esclude inoltre lo sviluppo tardivo di tempeste in pieno oceano, concentrate in un corridoio compreso tra le Bermuda e le Azzorre. Attualmente i monitoraggi si stanno concentrando sulle zone costiere a Sud/Est degli Stati Uniti, dove nei prossimi giorni potrebbe organizzarsi una nuova circolazione ciclonica.


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