Allarme sull’Himalaya: cresce il rischio inondazioni per quasi 300 mila persone

Un nuovo studio internazionale rivela un aumento vertiginoso dell'edilizia nelle zone alluvionali tra Nepal, India e Cina, spinto dai cambiamenti climatici e dallo sviluppo urbano

Una nuova indagine accende i riflettori su una minaccia crescente che incombe sulle popolazioni che abitano le alte quote del continente asiatico. Secondo uno studio scientifico pubblicato sulla prestigiosa rivista Scientific Reports, condotto dal ricercatore C. Scott Watson e da un team internazionale di colleghi, quasi 300.000 persone potrebbero vivere in aree a forte rischio di inondazione nelle regioni himalayane appartenenti a Nepal, India e Cina. Dando notizia di questa cruciale pubblicazione, emerge un quadro allarmante che evidenzia non solo l’estrema vulnerabilità umana di fronte agli eventi naturali, ma anche come l’impronta antropica si stia espandendo con estrema rapidità in territori intrinsecamente pericolosi. Il focus più interessante e preoccupante dello studio è proprio l’aumento massiccio e vertiginoso delle costruzioni nelle zone considerate a maggior pericolo di allagamento, un fenomeno che ha superato ogni stima precedente e che moltiplica l’esposizione al rischio di intere comunità montane.

Lo studio: come cambia l’esposizione al rischio alluvionale nell’area himalayana

I ricercatori hanno valutato i cambiamenti nella potenziale esposizione di edifici e di persone alle inondazioni in un lasso di tempo compreso tra il 2016 e il 2023. L’area di analisi si è concentrata su zone che si estendono fino a cinquanta chilometri a valle di ben 1.361 laghi di origine glaciale, situati prevalentemente nel territorio del Nepal e nelle confinanti regioni transfrontaliere dell’India e della Cina. Per ottenere stime il più possibile accurate in un ambiente morfologicamente ostile, il team di studiosi ha utilizzato cinque diversi set di dati satellitari e topografici. Questi modelli sono stati accuratamente validati attraverso il confronto con dati registrati manualmente, al fine di calcolare in modo rigoroso l’impronta totale degli edifici, intesa come la superficie complessiva coperta dalle basi di tutte le strutture esistenti in queste vallate. Questo sofisticato approccio ha permesso di superare le storiche difficoltà legate alla scarsa completezza dei dati nelle aree rurali di montagna, fornendo una mappa inedita e dettagliata dell’urbanizzazione ad alta quota.

Il boom edilizio lungo i corsi d’acqua e i laghi glaciali

I risultati ottenuti dall’analisi della copertura edilizia sono particolarmente eloquenti e mostrano una tendenza espansiva di proporzioni inaspettate. L’impronta stimata degli edifici situati entro cinquanta metri di dislivello verticale da un canale fluviale, un parametro utilizzato come indicatore dell’esposizione a potenziali inondazioni, è aumentata del 45,75 per cento, passando da 12,38 a 18,04 chilometri quadrati in soli sette anni. Il dato assume contorni ancora più drammatici se si osservano specificamente le zone ad alto rischio di inondazioni improvvise causate dalla rottura dei laghi glaciali. In queste aree, l’impronta degli edifici è cresciuta addirittura del 77,78%, espandendosi da 0,72 a 1,28 chilometri quadrati. Questa rapida e pericolosa invasione delle fasce di potenziale esondazione è il riflesso diretto dell’espansione incalzante delle infrastrutture legate al turismo, della costruzione di centrali idroelettriche e della scarsa applicazione pratica di piani regolatori volti a tutelare il territorio.

Una popolazione sempre più numerosa ed esposta al pericolo

Oltre a mappare i volumi edilizi, gli autori dello studio hanno estrapolato proiezioni demografiche dettagliate per comprendere il reale impatto sociale di questa antropizzazione. Secondo le stime calcolate sull’impronta degli edifici, nel 2026 circa 293.800 persone, pari al diciotto per cento dell’intera popolazione dell’area di studio, potrebbero trovarsi a vivere e lavorare in strutture esposte al potenziale allagamento. Questo bacino di individui a rischio comprende una quota molto rilevante in Nepal, dove si stimano 108.500 persone minacciate dalle acque, di cui 22.800 residenti in edifici situati a soli dieci metri di dislivello verticale da un letto fluviale. Le prospettive per l’immediato futuro delineano un ulteriore aggravamento della situazione, dato che la popolazione residente all’interno di queste zone di rischio è destinata a crescere di ulteriori 17.900 unità, registrando un aumento globale del sei per cento tra il 2015 e il 2030.

Cambiamento climatico e conformazione del territorio come moltiplicatori di disastri

Il fragile ecosistema himalayano è storicamente soggetto a inondazioni causate dai cicli dei monsoni stagionali e da precipitazioni di forte intensità, ma oggi queste dinamiche naturali si stanno rapidamente alterando. Un elemento di estrema ed emergente pericolosità è rappresentato dai rari ma catastrofici flussi di detriti e dalle piene provocate dal cedimento degli argini dei laghi glaciali. Le proiezioni scientifiche indicano chiaramente che il cambiamento climatico in atto è destinato ad aumentare sia la frequenza che la gravità di questi eventi estremi. A peggiorare le conseguenze di tali fenomeni concorre la morfologia stessa della catena montuosa. Le valli ripide e molto strette che caratterizzano l’area, infatti, non offrono vie di sfogo laterali per il deflusso delle masse d’acqua, finendo così per esacerbare l’altezza delle onde di piena e amplificando in modo spaventoso i conseguenti effetti distruttivi su centri abitati e infrastrutture.

L’importanza di mappare il rischio per una corretta prevenzione

Nonostante l’eccezionale rigore metodologico della ricerca, gli stessi autori invitano alla massima cautela interpretativa, sottolineando che le stime relative alla crescita totale dell’impronta degli edifici e all’aumento demografico comportano ancora un significativo grado di incertezza. Proprio in virtù di questo margine di errore, gli scienziati evidenziano l’improrogabile necessità di sviluppare database informatici e topografici sempre più precisi, che risultano essenziali per calcolare il rischio in maniera affidabile. Disporre di informazioni spazialmente e temporalmente coerenti rappresenta il primo e insostituibile passo per supportare politiche di riduzione dei disastri e strategie di adattamento. Solo incrociando dati di esposizione aggiornati con moderni sistemi di allerta precoce, i governi e le istituzioni locali potranno attuare una gestione delle emergenze efficace, passando finalmente da un approccio puramente reattivo e riparatore a una fondamentale azione di prevenzione anticipatoria.