Brevetti e ricerca: l’Italia conquista l’Europa mentre il trasferimento tecnologico rallenta

Un nuovo studio dell'EPO svela il ruolo cruciale di CNR, Politecnico e atenei italiani nella corsa all'innovazione europea, ma avverte sulle sfide per portare le scoperte dal laboratorio al mercato

L’Europa si conferma un polo di eccellenza mondiale per la ricerca scientifica, ma fatica ancora a trasformare le proprie scoperte in tecnologie commerciali pronte per il mercato. La competitività del continente dipende sempre di più dalla capacità degli uffici per il trasferimento tecnologico di fare da ponte tra i ricercatori e il mondo imprenditoriale. Un recente studio condotto dall’Ufficio Europeo dei brevetti insieme all’associazione europea dei professionisti del trasferimento tecnologico e all’istituto Fraunhofer ISI ha scattato una fotografia dettagliata di questo scenario. I dati raccolti su oltre 800 uffici europei mostrano un divario netto tra le piccole strutture e i grandi centri, che riescono a gestire volumi di invenzioni enormemente superiori. In questo contesto competitivo e in continua evoluzione, l’Italia riesce a ritagliarsi un ruolo di primissimo piano grazie alle prestazioni eccellenti dei suoi principali istituti pubblici e a un ecosistema di ricerca sorprendentemente vitale.

Il presidente dell’EPO, António Campinos, ha delineato con chiarezza le sfide attuali e le strategie per il futuro, ponendo l’accento sulla necessità di un cambio di passo. “Il trasferimento tecnologico è una questione di competitività. Le università e gli enti di ricerca pubblici europei sono all’avanguardia nella ricerca scientifica, ma le scoperte devono passare dal laboratorio al mercato se vogliono generare occupazione, crescita e autonomia strategica“, ha dichiarato Campinos. Il presidente ha poi aggiunto: “Ciò significa potenziare il trasferimento tecnologico, migliorare l’accesso ai finanziamenti e costruire un mercato unico più integrato per l’innovazione. Lo studio presentato oggi individua 6 priorità per aiutare l’Europa a trasformare l’eccellenza nella ricerca in successo commerciale“.

Il divario tra gli uffici europei e le sfide del mercato

L’analisi ha preso in esame 809 uffici, evidenziando che il 90,5% è di dimensioni medio-piccole, mentre solo il 9,5% è classificabile come grande. Questi ultimi dispongono di 6 volte più personale e supportano istituzioni con una spesa per la ricerca 23 volte superiore. Riescono inoltre a gestire quasi 16 volte più segnalazioni di invenzioni rispetto alle strutture minori. Sebbene gli uffici più piccoli mantengano percentuali di successo paragonabili quando prendono in carico una singola invenzione, i centri maggiori sfruttano procedure consolidate e reti commerciali per gestire volumi nettamente superiori. A livello continentale, i brevetti depositati direttamente dalle università rappresentano circa il 9% del totale, avvicinandosi ai livelli degli Stati Uniti. Tuttavia emerge una criticità temporale, poiché il 40,7% dei brevetti europei di proprietà universitaria scade entro 10 anni, contro il 26,3% di quelli statunitensi. Con l’avanzata della Cina e del suo 15° Piano quinquennale, la pressione competitiva è altissima. Le domande di brevetto con il coinvolgimento di università e centri di ricerca in Europa sono passate da 3.200 nel 2006 a quasi 8mila nel 2025. Germania, Francia e Regno Unito mantengono la leadership, ma la loro quota complessiva è scesa dal 64% al 55%, lasciando spazio alla crescita di nazioni come Paesi Bassi, Spagna e Italia.

L’eccellenza italiana e i primati del CNR

Il nuovo Data Desk Dashboard lanciato dall’EPO permette di tracciare con precisione l’impatto degli istituti italiani. Il Consiglio Nazionale delle Ricerche domina la classifica nazionale con 34 domande di brevetto all’attivo all’EPO. Segue a breve distanza il Politecnico di Milano con 29 domande, mentre il 3° gradino del podio è occupato dall’Istituto italiano di tecnologia con 21 domande. La classifica dei primi 5 istituti pubblici nazionali viene completata dal Politecnico di Torino con 20 brevetti e dall’Università degli studi di Milano con 17. Ogni istituto mostra una precisa e vitale specializzazione strategica. Il CNR eccelle nei semiconduttori, nelle tecnologie ambientali e nell’ottica. Il Politecnico di Milano si concentra su tecnologia medica, sistemi di controllo e biotecnologie. L’Istituto italiano di tecnologia spicca per farmaceutica e chimica dei materiali, mentre il Politecnico di Torino punta su macchine elettriche, misurazione ed energia. L’Università degli studi di Milano completa il quadro con forti competenze in biotecnologia e chimica macromolecolare, a dimostrazione della ricchezza dell’ecosistema scientifico del Paese.

La spinta degli spin-off verso l’industrializzazione

L’integrazione della piattaforma Deep Tech Finder dell’EPO ha fornito ulteriori dati sul tessuto imprenditoriale accademico, confermando il dinamismo italiano. L’Italia occupa il 6° posto in Europa per numero di spin-off accademici attivi nei brevetti, contando ben 289 aziende. Di queste, l’89,6% si trova in una fase di crescita iniziale, concentrando gli sforzi sulla difficile trasformazione dei prototipi da laboratorio in prodotti commerciali. Attualmente, solo 19 realtà italiane hanno raggiunto la fase di espansione, affrontando mercati più ampi e raccogliendo capitali di rischio. Nessuno spin-off nazionale si trova ancora nella fase di crescita avanzata, quella che prevede round di finanziamento imponenti e valutazioni superiori a 500 milioni di dollari per consolidare una presenza internazionale. Esiste comunque un canale solido per la valorizzazione della ricerca, considerando che il 3,8% degli spin-off italiani è stato acquisito da grandi aziende, permettendo all’innovazione accademica di trovare la sua definitiva consacrazione economica e industriale.