Gli scienziati hanno dimostrato che, a causa del riscaldamento globale, le foreste svizzere hanno raggiunto un punto critico in cui le siccità estive superano la capacità di tolleranza e resilienza degli alberi. Ciò rappresenta una cattiva notizia per le popolazioni che vivono a valle, poiché le foreste costituiscono la prima linea di difesa contro valanghe, cadute di massi, frane e inondazioni. “Dimostriamo che non è più vero – come accadeva fino a poco tempo fa – che gli alberi che crescono alle quote più elevate siano sostanzialmente al riparo dagli effetti peggiori delle siccità estive“, ha affermato la Dott.ssa Estelle Noyer, ricercatrice presso la Scuola universitaria professionale di Berna e prima autrice di un nuovo studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Forests and Global Change.
“Anche ad altitudini di 2.200 metri, il numero di alberi per popolamento forestale si riduce, in particolare a causa del deperimento o della morte di alberi grandi e dominanti. Ciò provoca un progressivo declino di queste preziose foreste che proteggono dai rischi naturali“.
Verso la siccità
Già prima che il cambiamento climatico iniziasse a farsi sentire, le foreste erano vulnerabili alla siccità estiva. Storicamente, le più esposte erano le foreste situate nelle fasce altitudinali inferiori, come quella collinare (tra i 282 e i 1.184 metri sul livello del mare) e quella montana (tra i 600 e i 1.648 metri). Nella fascia più alta, quella “subalpina” (tra i 1.235 e i 2.219 metri), le basse temperature e la persistenza del manto nevoso mantenevano il suolo umido e limitavano il fabbisogno idrico degli alberi.
Anche gli alberi della fascia subalpina possono soffrire la siccità; tuttavia, in precedenza si riteneva che le temperature più elevate dovute al riscaldamento globale conferissero loro un vantaggio netto in termini di crescita, favorendo una ripresa più rapida. Negli ultimi decenni, però, il rapido riscaldamento alle quote medie ed elevate ha reso gli alberi più “assetati”. Parallelamente, la diminuzione delle precipitazioni e il ritiro dei ghiacciai hanno ridotto l’apporto idrico al suolo, rendendo più frequenti gli episodi di siccità.
Lo studio
Noyer e colleghi hanno voluto verificare se, negli ultimi quattro decenni, le altitudini maggiormente soggette allo stress idrico nelle foreste di protezione svizzere si fossero spostate e se ciò stesse influenzando la resilienza della copertura arborea e la composizione dei popolamenti forestali. A tal fine, hanno analizzato i dati raccolti tra il 1983 e il 2022 dall’Inventario Forestale Nazionale (IFN) svizzero, che censisce tutti i popolamenti forestali distribuiti su una griglia a copertura nazionale.
Gli addetti ai rilievi forestali hanno misurato regolarmente il diametro ad altezza d’uomo di tutti gli alberi presenti in centinaia di aree campione rappresentative, ciascuna di 200 metri quadrati. Noyer e il suo team si sono concentrati esclusivamente su popolamenti forestali di protezione situati in aree non interessate da incendi o da interventi quali il taglio selettivo. Per ciascuno dei cinque periodi di rilevamento dell’IFN, hanno esaminato un numero di popolamenti compreso tra 891 e 1.543, situati ad altitudini variabili tra i 282 e i 2.219 metri.
Problemi crescenti
I risultati hanno evidenziato un aumento nel tempo della percentuale di popolamenti in declino in tutte le fasce altitudinali, sebbene con maggiore intensità alle quote più basse. Il declino più marcato è stato osservato nella fascia collinare, dove la quota di popolamenti di protezione classificati come “in declino” è passata dall’11,1% del 1983 al 30,4% del 2022. Nella fascia montana inferiore la percentuale è salita dal 17,4% al 21,4%, mentre nella fascia montana superiore è rimasta sostanzialmente invariata, attestandosi intorno al 10,8%. Nelle fasce altitudinali più elevate, quella “subalpina inferiore” (da 1.208 a 1.897 metri) e quella “subalpina superiore” (da 1.752 a 2.219 metri), la percentuale di popolamenti in declino ha toccato i valori minimi – tra il 10,3% e il 15,3% – nel periodo compreso tra la metà degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, per poi salire bruscamente al 18,8% negli anni successivi.
Nel corso del tempo, la densità degli alberi è diminuita in tutte le fasce altitudinali. Come prevedibile, i popolamenti in declino mostravano tipicamente gli indici di siccità più elevati e il calo più marcato dell’area basimetrica, segnali di uno stress idrico più severo e di una riduzione della copertura arborea. Tuttavia, il legame storicamente forte tra quote più elevate e stress idrico meno severo è venuto meno dopo il 2017.
Gli autori hanno concluso che la composizione dei popolamenti nelle foreste di protezione svizzere è cambiata nel tempo, poiché la siccità ha causato la morte selettiva degli alberi più grandi e vulnerabili, anche alle quote più alte. Di conseguenza, i popolamenti attuali sembrano comprendere specie arboree e classi dimensionali più resilienti, sebbene possano indebolirsi in caso di siccità ravvicinate, un fenomeno sempre più frequente.
Noyer e colleghi ritengono urgente adottare strategie di gestione forestale adattiva, non solo in Svizzera ma in tutte le catene montuose europee. “Le questioni aperte più critiche riguardano la velocità con cui cambierà la composizione delle specie forestali e il modo in cui i forestali potranno rendere le foreste più resilienti, favorendo popolamenti diversificati e a struttura multistrato. Si prevede che lo studio di monitoraggio attualmente in corso fornirà dati spaziali concreti per aiutare i forestali a raggiungere questo obiettivo“, ha affermato Noyer.


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