Un nuovo studio internazionale, guidato dall’Università di Lund, esamina l’andamento della popolazione in seguito all’eruzione vulcanica di Kikai-Akahoya nel Giappone preistorico. I risultati delineano uno scenario più complesso di quanto si ritenesse in precedenza. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Science Advances. L’eruzione di Kikai-Akahoya avvenne in Giappone circa 7.300 anni fa. All’epoca, l’arcipelago era abitato dalle comunità Jomon, che vivevano di caccia e raccolta. “Deve essere stata un’eruzione devastante, esplosa dal fondale marino quasi senza preavviso. Ha colpito le isole giapponesi con violenti terremoti e tsunami imponenti, per poi ricoprire il territorio con metri di cenere vulcanica”, spiega l’autore senior Peter Jordan, docente di archeologia presso l’Università di Lund.
Le conseguenze dell’eruzione
Le conseguenze di tale eruzione sono oggetto di un acceso dibattito tra gli archeologi da decenni. Alcuni sostengono che si sia trattato di una “apocalisse” che ha causato l’improvvisa scomparsa di ogni forma di vita umana in prossimità dell’epicentro; altri, invece, ipotizzano la sopravvivenza delle popolazioni locali, anche in aree piuttosto vicine al luogo dell’eruzione. Il gruppo di ricerca ha rilevato che entrambe le tesi – il collasso totale o la continuità – risultano eccessivamente semplicistiche. Da un lato, si è verificato un calo demografico, dovuto al deterioramento degli ecosistemi e al fatto che alcune zone sono divenute inabitabili. Dall’altro, i ricercatori hanno rinvenuto prove che testimoniano la capacità di adattamento degli esseri umani di fronte a circostanze estreme. In alcuni casi, la popolazione è addirittura aumentata nel periodo successivo all’eruzione.
“Il disastro ha provocato una grave perdita di vite umane. Tuttavia, i sopravvissuti sono migrati, hanno instaurato nuove relazioni sociali, hanno sviluppato forme economiche innovative e sembrano aver trovato modi creativi per sopravvivere e, in seguito, prosperare nelle nuove condizioni post-disastro”, afferma l’autore principale Enrico Crema, docente presso l’Università di Cambridge.
Secondo Jordan, la ricerca dimostra quanto possano essere imprevedibili e complesse le conseguenze a lungo termine di un grande disastro. “Questo studio contribuisce a una comprensione più approfondita delle modalità, variabili a seconda del contesto, con cui culture e società affrontano shock improvvisi e catastrofi. Anche nelle situazioni più disperate, i sopravvissuti e le comunità dispongono di alcune opzioni, per quanto limitate: devono agire e prendere decisioni, adattarsi, collaborare e creare nuove connessioni e reti sociali”, conclude.
Dinamiche demografiche individuate dallo studio
Nel Kyushu meridionale, le popolazioni di cacciatori-raccoglitori Jomon erano già in declino molto prima dell’eruzione; il disastro ha dunque colpito una regione scarsamente popolata, frequentata solo da gruppi altamente mobili. Nel Kyushu settentrionale, al contrario, la popolazione era in crescita; tale tendenza è proseguita durante il disastro e nel periodo immediatamente successivo, nonostante i danni ingenti e duraturi agli ecosistemi. Gli autori suggeriscono che questa crescita resiliente possa essere il risultato dello spostamento di “profughi” dalle aree più colpite verso zone meno danneggiate, subito dopo l’evento. I sopravvissuti dell’entroterra sembrano essersi spostati verso le coste settentrionali, dove gli ecosistemi marini si ripresero rapidamente. La crescita demografica potrebbe essere stata favorita da nuove forme di adattamento, incentrate sullo sfruttamento delle abbondanti risorse offerte dal mare.
Nelle regioni più distanti del Giappone, che prima dell’eruzione avevano registrato una crescita demografica, si è osservata invece una stagnazione o addirittura un declino dopo il disastro. Tali effetti, che si sono estesi su vasta scala, non erano mai stati documentati in precedenza; potrebbero essere legati a cambiamenti climatici a breve termine innescati dall’eruzione, a una catastrofica usura dentale tra i cervi e i cinghiali – fondamentali per l’approvvigionamento alimentare dei Jomon (forse a causa del pascolo in territori ricoperti di cenere) – o ad altre conseguenze dell’attività vulcanica sulla salute e sul benessere umano.


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