Quando pensiamo ai terremoti, la nostra attenzione si concentra sempre sulla crosta terrestre, il guscio più esterno del nostro pianeta, poiché è in quella fascia che si verifica la stragrande maggioranza degli eventi sismici che percepiamo in superficie. Eppure, le vere forze che controllano la dinamica globale e che influenzano profondamente la distribuzione stessa della sismicità si sviluppano molto più in basso, a centinaia di km sotto i nostri piedi. Per svelare questi misteri, un approfondimento pubblicato sul blog INGVterremoti a cura di Claudia Piromallo, Caterina Montuori, Luciana Bonatto, Stephen Monna, Mariagrazia De Caro, Alessandra Giuntini, Francesco Frugoni (INGV), Andrea Argnani (CNR-ISMAR) e Vernon Cormier (Department of Physics, University of Connecticut) ha analizzato 2 studi recenti (Montuori et al., 2026; Bonatto et al., 2026). Questi lavori scientifici hanno permesso di esplorare “queste profondità sotto il Mediterraneo centrale, offrendo una visione che collega ciò che avviene nella crosta con i processi del mantello“.
La discesa della placca ionica sotto l’arco calabro
Il Mediterraneo centrale si presenta come una regione geologicamente complessa e in continua evoluzione, un perfetto laboratorio naturale per la geodinamica. Da milioni di anni, l’inesorabile scontro tra la placca africana e quella euroasiatica genera catene montuose, bacini e intense attività sismiche e vulcaniche. Tra le strutture più attive spicca l’arco calabro, dove la placca ionica sprofonda inesorabilmente nel mantello superando i 500 km di profondità. Poiché non possiamo esplorare direttamente questi abissi, gli scienziati si affidano ai sismometri. Come spiegato dagli esperti, “quando queste onde attraversano materiali con caratteristiche fisiche diverse, cambiano velocità, direzione e ampiezza“. Questo comportamento permette di individuare le superfici di discontinuità, ossia i confini invisibili dove le proprietà delle rocce mutano drasticamente.

La crosta terrestre a 2 velocità nel Tirreno
Il 1° studio analizzato dai ricercatori ha focalizzato l’attenzione sulla parte più superficiale di questa immersione. Le misurazioni indicano che lo spessore della crosta terrestre varia in maniera estrema a seconda della zona. Sotto il Mar Tirreno la crosta è molto sottile, misurando appena tra i 15 e i 25 km di spessore. Se invece ci spostiamo a Sud verso l’arco calabro e le Isole Eolie, si registra “un sensibile ispessimento della crosta terrestre fino a raggiungere i 62 km“. Questa impressionante anomalia è il risultato dello scivolamento della placca africana al di sotto di quella tirrenica, che causa il raddoppio della discontinuità di Moho. In aggiunta, gli studiosi hanno quantificato lo spessore del mantello litosferico, che misura 50 km nelle aree stabili e appena 30 km nel dominio tirrenico.
I segreti della zona di transizione
Scendendo ancora più in basso, il 2° studio ha indagato la cosiddetta zona di transizione del mantello terrestre, compresa tra i 410 e i 660 km di profondità. A queste pressioni inimmaginabili, i minerali cambiano la loro struttura cristallina originando ulteriori discontinuità registrabili dalle stazioni sismiche. Nelle profondità del Mediterraneo centrale, i ricercatori hanno individuato 3 interfacce principali: la discontinuità “X” a circa 300 km, quella a 410 km e infine quella a 660 km. Come evidenziano i ricercatori sul blog INGVterremoti, le profondità di tali confini “non sono uniformi“, e contengono informazioni cruciali sullo stato termico e composizionale della materia. La discontinuità “X” ha un’importanza cruciale poiché viene interpretata come la prova schiacciante “della presenza di materiale derivato da crosta oceanica subdotta e trasformata in profondità“.
Una nuova mappa per comprendere il pianeta
Analizzando tutti questi dati insieme, si ottiene il quadro di un sistema fortemente eterogeneo dove rocce riciclate influenzano attivamente il campo termico della Terra. I frammenti di crosta oceanica trascinati in basso dalle placche tettoniche si fondono nel mantello terrestre, alterandone per sempre la composizione. Comprendere appieno le dinamiche di subduzione e l’articolata struttura del mantello sotto di noi aiuta a interpretare con maggiore precisione “la distribuzione della sismicità, ricostruire l’evoluzione geologica della regione mediterranea e migliorare i modelli geodinamici“. Le onde generate dai sismi diventano in definitiva uno strumento fondamentale per esplorare il pianeta e capire come i processi abissali governano il mondo che calpestiamo ogni giorno.


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