Dalle alghe antiche al futuro dell’Artico: la perdita di ghiaccio marino invernale potrebbe essere sottostimata

Artico, secondo uno studio il ghiaccio invernale si ridurrà più del previsto: un milione di km² in meno nelle stime future

È probabile che, in futuro, il ghiaccio marino artico invernale si riduca di circa 1 milione di chilometri quadrati in più rispetto a quanto ipotizzato in precedenza. A giungere a questa conclusione sono stati alcuni ricercatori, che hanno utilizzato dati relativi a un periodo di riscaldamento avvenuto 6.000 anni fa per migliorare l’affidabilità dei modelli climatici. I risultati, pubblicati sulla rivista Nature Geoscience, potrebbero avere ripercussioni sulle condizioni invernali future nel Regno Unito e in tutta Europa. Il ritiro del ghiaccio marino artico durante i mesi estivi è un fenomeno ampiamente documentato. Al contrario, la perdita di ghiaccio marino invernale ha ricevuto molta meno attenzione, nonostante sia proprio nei mesi invernali che i modelli climatici mostrano le maggiori discrepanze tra loro.

La copertura di ghiaccio invernale svolge un ruolo determinante sui pattern meteorologici ben oltre i confini dell’Artico, poiché regola il rilascio di calore e umidità nell’atmosfera. La sua riduzione è stata collegata a inverni più rigidi e a nevicate più abbondanti nel Regno Unito, nel resto del Nord Europa e in Nord America. Nel marzo 2025, l’Artico ha registrato la sua estensione massima di ghiaccio marino più bassa dall’inizio delle misurazioni moderne; un record che è stato eguagliato anche quest’anno.

Alghe antiche per perfezionare i modelli climatici

Un team di ricercatori dell’Università di Cambridge e del Centro de Investigación en Matemáticas (CIMAT) in Messico ha creato il più ampio database mai realizzato su un biomarcatore chiave, prodotto da alghe che vivono nel ghiaccio marino, con l’obiettivo di migliorare le proiezioni sul ghiaccio marino invernale. I campioni sono stati estratti da carote di sedimenti oceanici risalenti alla metà dell’Olocene, un’epoca in cui lievi variazioni nell’orbita terrestre determinarono condizioni più calde e una minore copertura di ghiaccio marino nell’Artico, offrendo così indicazioni su come la regione potrebbe reagire al riscaldamento futuro. Misurando i livelli di questo biomarcatore, noto come IP₂₅, insieme ad altri biomarcatori complementari derivanti da organismi che vivono in acque libere, i ricercatori sono riusciti a stimare l’estensione della copertura di ghiaccio marino di migliaia di anni fa.

Queste misurazioni relative al passato sono state poi confrontate con le simulazioni prodotte da 27 modelli climatici riferiti allo stesso periodo. Attraverso una tecnica di analisi statistica nota come “ponderazione bayesiana”, i ricercatori hanno assegnato pesi differenti ai vari modelli, in base alla loro capacità di riprodurre accuratamente le condizioni del ghiaccio marino di quell’epoca remota. Poiché i medesimi processi fisici regolano il ghiaccio marino in climi differenti, tali pesi dei modelli possono essere applicati a simulazioni del passato recente e del futuro.

Meno ghiaccio invernale, incertezza ridotta

Nel loro insieme, i modelli sovrastimavano la quantità di ghiaccio marino invernale prevista. “Applicando i pesi dei modelli alle simulazioni storiche, eliminiamo completamente il bias positivo“, ha affermato l’autrice principale Crystal Fu, dello Scott Polar Research Institute di Cambridge. “Analogamente, le proiezioni future risultano inferiori alle stime precedenti, con una differenza di circa un milione di chilometri quadrati”.

Utilizzare i dati climatici del passato – i cosiddetti dati paleoclimatici – per formulare previsioni sul futuro è un’operazione complessa. “Negli ultimi decenni, la comunità scientifica ha raccolto una grande quantità di documentazione paleoclimatica; tuttavia, collegare direttamente tali dati alle proiezioni future rimane una sfida, data l’incertezza presente su entrambi i fronti”, ha spiegato Fu.

L’approccio adottato da Fu e dai suoi colleghi ha permesso di ridurre l’intervallo di incertezza nelle proiezioni fino all’85%. “Sfruttando le evidenze del passato, siamo ora in grado di produrre mappe più attendibili che indicano dove, con ogni probabilità, il ghiaccio marino artico invernale è destinato a scomparire“, ha dichiarato il coautore Marco Aquino-López, del CIMAT.  “Questi strumenti ci offrono un quadro molto più nitido di come potrebbe apparire l’Artico nei prossimi decenni e di quale sia il margine di incertezza residuo”.

Scioglimento dei ghiacci e rischi climatici più ampi

Sebbene nell’Olocene medio l’Artico si sia riscaldato per ragioni diverse rispetto a quelle odierne, Fu sottolinea che, a prescindere dalla causa, la reazione del ghiaccio marino rimane la stessa. “Che il riscaldamento sia dovuto a una variazione naturale o all’attività umana, il risultato non cambia: se le temperature salgono, il ghiaccio marino si scioglie”, ha affermato. Secondo i ricercatori, lo studio suggerisce che gli effetti a cascata potrebbero essere più significativi del previsto. Applicando i pesi rivisti dei modelli climatici alle proiezioni sulle precipitazioni, emerge che anche le nevicate nel sud-est della Groenlandia e le piogge nel Mediterraneo potrebbero essere state sottostimate; ciò potrebbe avere ripercussioni sulla stabilità della calotta glaciale groenlandese e sul rischio di inondazioni nell’Europa meridionale.