L’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo continua ad allargarsi, raggiungendo l’8ª provincia nel Nord del Paese. A comunicarlo sono state le autorità sanitarie, mentre la diffusione del virus procede più rapidamente degli interventi messi in campo per contrastarla. Dall’inizio dell’emergenza, dichiarata a metà maggio, sono stati registrati almeno 9.400 casi e oltre 4.500 decessi, numeri che rendono questa la più letale epidemia di Ebola nella storia del Congo. Il nuovo focolaio è stato individuato nella provincia del Nord-Ubangi, al confine con la Repubblica Centrafricana: secondo il Ministero della Salute, sono stati confermati 2 casi, uno dei quali mortale. Le persone colpite sono 2 uomini sulla ventina che vivevano nella zona sanitaria di Wapinda, un’area confinante con la provincia del Bas-Uele, già interessata dalla diffusione del virus.
Conflitti e difficoltà di accesso alle cure
A rendere più difficile il contenimento dell’epidemia contribuiscono la violenza armata, gli spostamenti della popolazione e le infrastrutture carenti. Nelle aree di confine con la Repubblica Centrafricana, le ricorrenti violenze hanno costretto migliaia di persone ad abbandonare le proprie abitazioni e a cercare rifugio nelle comunità congolesi. Le strade in cattive condizioni e le limitate reti di comunicazione complicano ulteriormente il lavoro delle squadre sanitarie.
Un altro ostacolo significativo è la riluttanza di alcune persone infette a rivolgersi alle strutture mediche. Diversi decessi avvengono nelle comunità, al di fuori degli ospedali e dei centri sanitari, rendendo più difficile individuare tempestivamente i contagi e interrompere le catene di trasmissione. Per superare queste resistenze, gli operatori sanitari stanno cercando di avvicinare l’assistenza ai cittadini: sono state introdotte visite domiciliari periodiche perché molte persone avevano paura di recarsi in ospedale.
Inizialmente, le attività di contenimento hanno incontrato la diffidenza della popolazione. Con il passare del tempo, tuttavia, la collaborazione è migliorata e i residenti hanno cominciato a segnalare i casi sospetti e confermati. Molti contagi nella zona di Wamba sono inoltre concentrati nei pressi delle aree minerarie, dove la popolazione si sposta continuamente. Una mobilità elevata che rende più complicato seguire i contatti dei pazienti e monitorare la diffusione del virus.
L’epicentro resta nell’Ituri, nuove restrizioni nel Nord Kivu
La provincia dell’Ituri, nell’Est del Congo, rimane il principale epicentro dell’epidemia. Secondo gli ultimi dati governativi citati nel resoconto, concentra quasi tre quarti dei casi confermati. Dall’inizio dell’emergenza, la malattia ha interessato complessivamente 66 zone sanitarie. Nel Nord Kivu, dove secondo l’OMS la trasmissione resta sostenuta, le autorità hanno annunciato nuove restrizioni per cercare di rallentare la diffusione del virus. L’agenzia di stampa statale congolese ACP ha riferito che da oggi sarà introdotto, per una settimana, il divieto di ingresso nella provincia per le persone provenienti dall’Ituri.
Le misure comprendono inoltre limiti al trasporto di passeggeri: non sarà consentito viaggiare in motocicletta con più di 2 persone né trasportare più di 4 persone in automobile. Saranno sospesi anche i grandi assembramenti pubblici, comprese le manifestazioni sportive di massa, le attività nelle discoteche e le dimostrazioni politiche.
L’epidemia è causata dal virus Bundibugyo, una rara specie di ebolavirus per la quale non sono disponibili vaccini o trattamenti specificamente approvati. La diffusione è alimentata dalla mobilità della popolazione, dalla violenza dei gruppi armati, dalla sfiducia nei confronti delle autorità e dalle difficili condizioni in cui operano gli operatori sanitari in prima linea.
Il Kenya registra l’8° caso
L’emergenza non riguarda soltanto il Congo. Anche il Kenya ha registrato un aumento dei contagi, arrivati a 8 ieri dopo che un’altra persona è risultata positiva durante la quarantena. Il paziente, un uomo di 49 anni che lavorava come assistente sanitario, aveva prestato servizio al 1° caso identificato nel Paese, un uomo morto il 5 ottobre in un ospedale di Nairobi, 2 giorni dopo essere arrivato dal Congo passando per l’Uganda.
Il primo caso keniano riguardava un uomo di 40 anni, cittadino del Paese, che aveva viaggiato dal Congo attraverso l’Uganda ed era arrivato in Kenya il 3 ottobre. Dopo aver sviluppato la malattia, era stato accompagnato in ospedale da un parente, ma è morto il 5 ottobre.
Rafforzati i controlli alle frontiere
La comparsa dei casi in Kenya ha messo in evidenza le lacune nei controlli sanitari ai valichi di frontiera. In risposta, il governo ha rafforzato le procedure di screening e istituito una linea telefonica di emergenza per chi sospetta di essere entrato in contatto con una persona infetta o manifesta sintomi compatibili con la malattia. All’aeroporto principale di Nairobi è stato inoltre predisposto un varco dedicato ai voli provenienti da 10 Paesi individuati come centrali nella diffusione dell’epidemia. Anche la vicina Tanzania ha intensificato le verifiche sanitarie, introducendo dichiarazioni obbligatorie sullo stato di salute e un monitoraggio di 21 giorni per i viaggiatori in arrivo da Paesi considerati ad alto rischio.
L’Uganda, che aveva registrato casi collegati all’epidemia, ha invece dichiarato di essere libera dalla malattia. La Repubblica Centrafricana non ha segnalato casi confermati, nonostante la vicinanza alle province congolesi interessate dal contagio.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?