La dipendenza dai combustibili fossili continua a incidere pesantemente sull’economia europea, alimentando l’aumento dei prezzi e rendendo famiglie e imprese particolarmente vulnerabili alle turbolenze dei mercati energetici internazionali. Tra gennaio e agosto 2026, l’inflazione nell’Eurozona è salita dall’1,7% al 3,2%, una crescita che una nuova analisi di Greenpeace collega all’aumento dei prezzi dell’energia e agli effetti degli shock petroliferi sull’economia. Il dato più significativo riguarda l’impatto della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran sui mercati del petrolio. Secondo i calcoli dell’associazione ambientalista, senza lo shock dei prezzi petroliferi provocato dal conflitto, l’inflazione nell’area euro ad agosto 2026 sarebbe stata del 2,2%, anziché del 3,2%. Una differenza di un punto percentuale che evidenzia quanto le tensioni geopolitiche possano influenzare l’andamento generale dei prezzi attraverso il mercato dell’energia.
Cos’è la fossilflation e perché i combustibili fossili alimentano l’inflazione
Al centro dell’analisi di Greenpeace c’è il fenomeno della fossilflation, espressione utilizzata per descrivere l’inflazione alimentata dalla dipendenza dai combustibili fossili e dalla volatilità dei relativi mercati. Il concetto mette in relazione l’andamento dei prezzi dell’energia con le variazioni del costo della vita, evidenziando come l’esposizione alle fonti fossili possa trasformare le oscillazioni delle quotazioni internazionali in pressioni economiche su famiglie e imprese. Il problema individuato dall’associazione non riguarda soltanto gli effetti immediati di una crisi internazionale, ma la vulnerabilità strutturale delle economie che continuano a dipendere da petrolio e gas. Quando i mercati energetici attraversano una fase di forte instabilità, le conseguenze possono estendersi oltre il settore dell’energia, contribuendo all’aumento dell’inflazione complessiva. La questione assume particolare rilevanza nell’Eurozona, dove l’andamento dei prezzi energetici ha avuto, secondo Greenpeace, un ruolo determinante nelle oscillazioni dell’inflazione degli ultimi anni.
Greenpeace: dal 2024 l’energia ha determinato il 97% delle fluttuazioni dell’inflazione
Uno degli elementi centrali del rapporto riguarda il peso attribuito ai mercati energetici nell’evoluzione dell’inflazione europea. Secondo l’analisi, dal 2024 i prezzi dell’energia hanno determinato il 97% delle fluttuazioni dell’inflazione nell’Eurozona. La percentuale evidenziata da Greenpeace riguarda le oscillazioni dell’indice inflazionistico e sottolinea la rilevanza della componente energetica nel determinare le variazioni registrate nel periodo esaminato. Il legame tra prezzi dei combustibili fossili e inflazione rappresenta quindi uno dei principali aspetti su cui si concentra la valutazione dell’associazione. In questa prospettiva, il passaggio dall’1,7% di gennaio al 3,2% di agosto 2026 viene indicato come una manifestazione concreta dell’esposizione dell’economia europea agli shock energetici. L’aumento del prezzo del petrolio legato al conflitto contro l’Iran costituisce, nell’analisi, un esempio degli effetti che le tensioni internazionali possono produrre sull’andamento dei prezzi.
Lo shock petrolifero legato alla guerra contro l’Iran e l’impatto sul costo della vita
La ricostruzione di Greenpeace attribuisce un ruolo specifico alle conseguenze energetiche della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Lo shock dei prezzi del petrolio provocato dal conflitto avrebbe contribuito ad aumentare l’inflazione dell’Eurozona, portandola ad agosto al 3,2% rispetto al 2,2% stimato nello scenario senza quello shock. La differenza mette in evidenza il peso che un evento geopolitico può assumere sull’economia attraverso il mercato delle materie prime energetiche. È proprio questa esposizione agli eventi internazionali che Greenpeace considera uno degli elementi critici della persistente dipendenza dalle fonti fossili. John Noël di Greenpeace International sottolinea che il fenomeno non può essere ricondotto esclusivamente a singole guerre o a temporanei aumenti delle quotazioni petrolifere: “Il problema va oltre i singoli conflitti o picchi del prezzo del petrolio: finché le nostre economie rimarranno legate ai mercati instabili dei combustibili fossili, le continue turbolenze non faranno che pesare sui bilanci delle famiglie”. La posizione espressa da Greenpeace individua dunque nella dipendenza energetica una condizione capace di rendere ricorrenti gli effetti economici delle crisi internazionali, indipendentemente dalle circostanze specifiche che di volta in volta provocano le oscillazioni dei prezzi.
Energie rinnovabili ed elettrificazione per ridurre la dipendenza dai mercati internazionali
Di fronte agli effetti della fossilflation, Greenpeace propone un’accelerazione della transizione energetica, puntando sulla sostituzione progressiva dei combustibili fossili con fonti rinnovabili prodotte a livello locale. L’obiettivo indicato è ridurre l’esposizione ai mercati internazionali di petrolio e gas, caratterizzati da una forte volatilità. Secondo l’associazione ambientalista, un sistema energetico basato maggiormente sulla produzione rinnovabile locale potrebbe contribuire a proteggere i bilanci delle famiglie da futuri shock dei prezzi. A questo risultato si affiancherebbero la riduzione delle emissioni responsabili della crisi climatica e la possibilità di realizzare una transizione energetica equa. La proposta si fonda sull’integrazione di tre direttrici: crescita delle energie rinnovabili, maggiore diffusione dell’elettrificazione e sviluppo di sistemi energetici decentralizzati. Si tratta, nella valutazione di Greenpeace, di strumenti necessari per diminuire la vulnerabilità economica legata alle oscillazioni delle quotazioni dei combustibili fossili. Noël richiama direttamente la responsabilità dei governi nell’affrontare il problema: “I governi devono proteggere le persone dalla dilagante ‘inflazione fossile’, accelerando il passaggio a sistemi energetici rinnovabili, decentralizzati ed elettrificati”.
La proposta di Greenpeace: una tassa permanente sui profitti delle multinazionali del petrolio e del gas
Accanto all’accelerazione della transizione energetica, l’associazione ambientalista sollecita interventi fiscali destinati a sostenere il cambiamento del sistema energetico e le politiche climatiche. Greenpeace chiede ai governi “di abbandonare i combustibili fossili, investire su fonti rinnovabili, efficienza energetica ed elettrificazione e di introdurre una tassa permanente sui profitti delle multinazionali del gas e del petrolio per finanziare la transizione energetica e il contrasto alla crisi climatica”. La richiesta comprende dunque sia misure orientate alla trasformazione delle modalità di produzione e utilizzo dell’energia sia l’introduzione di un prelievo permanente sui profitti delle multinazionali del gas e del petrolio, da destinare al finanziamento della transizione energetica e delle iniziative contro la crisi climatica. L’efficienza energetica viene individuata come un ulteriore ambito d’intervento, insieme all’elettrificazione e all’espansione delle fonti rinnovabili. Nella strategia proposta da Greenpeace, questi strumenti concorrono a ridurre la dipendenza dalle fonti fossili e la conseguente esposizione delle economie alle fluttuazioni dei mercati. L’analisi collega così due questioni strettamente connesse: da un lato la necessità di contenere gli effetti economici della volatilità energetica, dall’altro la riduzione delle emissioni che contribuiscono al cambiamento climatico. La fossilflation viene presentata come una delle conseguenze economiche della dipendenza da petrolio e gas, mentre la diffusione delle energie rinnovabili e la trasformazione dei sistemi energetici vengono indicate come strumenti per limitarne gli effetti nel lungo periodo.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?