Circa 2 milioni di italiani potrebbero convivere con una grave patologia epatica senza minimamente sospettarlo. Al contrario di quanto si possa credere, l’origine del problema non deriva per forza dall’abuso di alcol o da condizioni di grave sovrappeso. Il fegato grasso rappresenta infatti una delle facce meno note e più pericolose della malattia metabolica, un’insidia che riguarda molto da vicino chi deve gestire quotidianamente il diabete di tipo 2. Il rischio principale consiste nel fatto che, mentre il paziente si concentra sul controllo della glicemia e del colesterolo, l’organo continua in modo del tutto silenzioso ad accumulare grasso. Questa complessa dinamica sviluppa un’infiammazione cronica che, nel corso del tempo, rischia di aprire la strada a conseguenze cliniche severissime come la fibrosi, la cirrosi e, in alcuni casi, persino il tumore epatico.
Un allarme per 70 pazienti su 100
Questa complessa situazione rappresenta una sfida centrale per la diabetologia moderna, tema cardine discusso al 31° congresso nazionale della Società Italiana di Diabetologia (SID). L’obiettivo primario consiste nel riconoscere tempestivamente la MASLD (malattia epatica steatosica associata a disfunzione metabolica) per identificare i soggetti in cui il danno sta progredendo. A questo proposito la professoressa Amalia Gastaldelli, dirigente di ricerca dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa, lancia un avvertimento chiarissimo: “Il fegato è un protagonista della malattia metabolica che non possiamo più permetterci di trascurare”.
Sulla stessa linea di urgenza interviene in merito all’organizzazione sanitaria l’attuale vertice societario: “Il problema MASLD/MASH può interessare fino al 70% dei pazienti con diabete mellito, e pertanto è una delle sfide quotidiane più rilevanti cui i Servizi di Diabetologia sono chiamati a fare fronte – commenta il professor Riccardo Bonadonna, presidente eletto della Società Italiana di Diabetologia (SID) – Considerato l’elevatissimo impatto epidemiologico, i diabetologi e i Servizi di Diabetologia sono chiamati anche a un ulteriore sforzo organizzativo e di recupero di risorse, anche strumentali, per poter garantire una risposta clinica adeguata a questo specifico bisogno di cure, che talora potrebbe rischiare di rimanere non sufficientemente soddisfatto. Da parte di SID, c’è già e continuerà un forte impegno a mantenere elevate consapevolezza e competenze della comunità diabetologica sulla MASLD/MASH, anche grazie all’organizzazione di eventi formativi dedicati a questa patologia”.
La differenza tra accumulo e infiammazione
Gli specialisti sottolineano l’importanza di tracciare una 1ª distinzione clinica tra la steatosi isolata e la MASH. La sindrome MASLD racchiude condizioni legate al deposito adiposo combinato a fattori di rischio come diabete di tipo 2, obesità e ipertensione. Nella sua forma base si manifesta senza evidenti danni cellulari. In una specifica percentuale di individui il quadro clinico si evolve nella MASH, caratterizzata da un mix di depositi e danni alle cellule epatiche. Andando avanti negli anni emerge la fibrosi, ovvero quel tessuto cicatriziale che distrugge l’architettura dell’organo.
“Il problema – spiega la professoressa Gastaldelli – è che la malattia può restare silenziosa per anni. Sentirsi bene, dunque, non basta a escluderla. E il diabete di tipo 2 è un campanello d’allarme particolarmente importante: il fegato e il metabolismo degli zuccheri sono strettamente collegati, in un rapporto bidirezionale, nel quale la resistenza all’insulina può alimentare l’accumulo di grasso epatico e il danno metabolico può, a sua volta, rendere più difficile il controllo della glicemia”.
La misurazione del danno e i nuovi test
Comprendere quali individui corrano i rischi maggiori richiede un approccio analitico preciso. Un 1° strumento diagnostico rapido è il test FIB-4, capace di incrociare l’età con i valori di transaminasi e piastrine per calcolare le probabilità di fibrosi direttamente nello studio del medico di famiglia. In caso di valori allarmanti si procede con l’elastografia epatica per valutare la rigidità dei tessuti, arrivando alla biopsia esclusivamente per sciogliere dubbi complessi. “L’obiettivo di questa nuova strategia diagnostica – spiega la Gastaldelli – è intercettare la malattia quando è ancora possibile intervenire per limitarne la progressione, evitando che una condizione inizialmente silenziosa venga scoperta soltanto dopo la comparsa di complicanze gravi”.
Stile di vita e terapie farmacologiche innovative
Il cambiamento delle abitudini quotidiane resta il pilastro terapeutico fondamentale, da integrare perfettamente nel trattamento diabetico. “La dieta deve essere di tipo mediterraneo, ricca di verdura, frutta e fibre, limitando i grassi saturi e gli zuccheri aggiunti, in particolare di fruttosio contenuto nelle bevande zuccherate e gli alimenti ultra-processati; è anche importante ridurre il consumo di carne rossa. L’attività fisica regolare e la riduzione dell’eccesso di peso, quando presente, possono contribuire a migliorare la salute metabolica e quella del fegato. Il traguardo non è soltanto perdere chili, ma ridurre la massa grassa, in particolare quella addominale, preservando, per quanto possibile, quella muscolare. La gestione della MASLD – sottolinea la professoressa Gastaldelli – richiede quindi una visione integrata: glicemia, peso, pressione arteriosa, lipidi e salute epatica non sono compartimenti separati, ma parti di uno stesso problema”.
Sul fronte farmacologico arrivano soluzioni mirate, introdotte nelle recenti linee guida europee. “Tra questi – spiega l’esperta – c’è il resmetirom, primo farmaco autorizzato nell’Unione Europea nell’agosto 2025 per gli adulti con MASH non cirrotica e fibrosi epatica di grado moderato o avanzato (stadi F2-F3), da utilizzare insieme alla dieta e all’attività fisica. Il farmaco agisce sul recettore beta degli ormoni tiroidei presente nel fegato (THR-β), favorendo il metabolismo dei grassi e contribuendo a ridurre l’infiammazione e la fibrosi”.
I dati indicano una risoluzione senza peggioramenti nel 26-30% dei pazienti entro 12 mesi, contro il 10% del placebo, e miglioramenti sulla fibrosi nel 27-29% dei casi, rispetto al 17% del placebo. Nel 2026 anche la semaglutide otterrà specifiche indicazioni europee contro la MASH. “Da un punto di vista clinico, avere a disposizione questi nuovi farmaci rappresenta un cambiamento importante, ma da interpretare correttamente – spiega la professoressa Gastaldelli – questi farmaci non sono indicati per chiunque abbia il fegato grasso. La scelta dipende dallo stadio della malattia, dalle condizioni cliniche e dalle indicazioni autorizzate. Inoltre, l’autorizzazione europea non corrisponde automaticamente con la disponibilità e la rimborsabilità in Italia, che ci auguriamo però arrivi rapidamente”.
Fermare la patologia in tempo
La grande sfida futura risiede nella conversione di queste eccellenti opportunità in prassi ambulatoriale quotidiana. “Significa non aspettare che il fegato faccia sentire la propria voce – afferma la Gastaldelli – ma cercare attivamente i pazienti a rischio, valutare la presenza di fibrosi e coinvolgere, quando necessario, gli specialisti di epatologia”. Identificare la malattia prima dei danni estremi cambia per sempre la traiettoria clinica, sfruttando un arsenale terapeutico oggi decisamente più potente per tutelare efficacemente la popolazione.


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