Di che colore è la Luna? Un abitante della Terra dà una risposta prevedibilmente monocromatica: bianco o grigio. Ma sulla base delle risposte dei quattro membri dell’equipaggio della missione Artemis II della NASA – che lo scorso aprile hanno trascorso quasi sette ore orbitando attorno alla Luna a una distanza di appena 6.400 chilometri dalla superficie – c’è quasi da dubitare che si stia parlando dello stesso satellite polveroso che vediamo dalla Terra. Sfumature di giallo, marrone, verde, blu e ocra si estendono su vaste pianure vulcaniche e fanno capolino ai margini di crateri dall’aspetto inquietante, stando alle osservazioni effettuate in tempo reale dall’equipaggio e divulgate nei giorni scorsi nel Preliminary Lunar Science Report (Rapporto preliminare sulla scienza lunare) della missione Artemis II. Il documento, composto da 130 pagine, cataloga tutto ciò che i membri dell’equipaggio – Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen – hanno visto durante lo storico sorvolo ravvicinato della Luna del 6 aprile, basandosi su 814 gigabyte di foto, video e registrazioni audio acquisiti dalla capsula Orion.
Questo arcobaleno di colori lunari indica caratteristiche geologiche distinte che potrebbero fornire indicazioni preziose alle future missioni su dove atterrare ed esplorare, mentre le agenzie spaziali di tutto il mondo competono per stabilire una presenza permanente sulla Luna.
L’Aristarchus Plateau
Un luogo che ha particolarmente affascinato gli astronauti (e che appare nell’immagine in alto) è l’Aristarchus Plateau, una vasta regione rialzata situata sul margine nordoccidentale della faccia visibile della Luna. L’area ospita una delle più alte concentrazioni lunari di antiche formazioni vulcaniche, tra cui vaste distese di depositi lavici scuri e vetri vulcanici dai colori vivaci.
Koch, specialista di missione per Artemis II, è rimasta colpita nel notare distinte tonalità di giallo nella regione; ha paragonato l’altopiano a “una montagna dalla cima innevata di giallo“, dove i crateri che riflettono la luce solare simulano la brillante “neve“. Ha poi definito la regione “una guancia itterica della Luna”. “Ci sono così tanti colori ora”, ha aggiunto Glover, pilota della missione Artemis II, mentre fotografava l’area. “C’è anche del verde. Vedo del marrone, specialmente nell’area dell’Aristarchus e verso il polo nord… Sembra quasi scendere da nord sotto forma di striature brune”.
Secondo gli autori del rapporto, queste tonalità colorate “potrebbero essere associate rispettivamente a sferule di vetro arancioni (ricche di titanio) e verdi (ricche di magnesio)”, simili a quelle di origine vulcanica raccolte dalle missioni Apollo 15 e 17 in diverse zone della Luna.
“Caos in tutta l’area”
Un’altra zona colorata della superficie lunare che ha catturato l’attenzione dell’equipaggio è il Bacino Orientale (Orientale Basin): un enorme e giovane cratere da impatto a più anelli, vasto circa tre volte il Massachusetts, secondo la NASA. Situata a cavallo tra la faccia visibile e quella nascosta della Luna, questa gigantesca formazione a cerchi concentrici è raramente visibile dalla Terra, ma dominava il campo visivo dei membri dell’equipaggio mentre orbitavano attorno al lato lunare. “Ha creato il caos in tutta quell’area“, disse all’epoca Wiseman, comandante della missione.
Sorvolando questo vasto bacino, l’equipaggio ha notato sfumature di grigio, marrone, ocra e verde. L’anello più grande ed esterno del bacino presentava “colori quasi simili a quelli di una palude“, ha riferito Koch, mentre Glover ha individuato quelle che sembravano “vette spolverate” e “bianco proprio sui bordi [delle montagne], sulle creste e sui crinali”. Le catene di crateri che si allontanavano dal punto di impatto ricordavano “bolle che salgono verso l’alto da un gruppo di subacquei”, ha aggiunto Koch.
Le attività di addestramento
Sebbene possano sembrare osservazioni estemporanee, l’equipaggio di Artemis II ha trascorso oltre due anni ad addestrarsi per studiare e descrivere la geologia lunare. Il programma di formazione ha incluso visite a crateri terrestri, lezioni individuali e in aula, simulazioni di sorvolo e, secondo il rapporto, la possibilità di portare a bordo della capsula Orion “materiali di riferimento scelti personalmente” da consultare durante il viaggio verso la Luna. Grazie a questa attività di addestramento, le osservazioni dell’equipaggio hanno fornito una mole di informazioni scientifiche che nessuna telecamera autonoma o sonda in orbita avrebbe potuto raccogliere, si legge nel rapporto.
“La missione Artemis II ha dimostrato il valore eccezionale dell’osservazione e delle capacità cognitive umane come risorse scientifiche nell’esplorazione planetaria“, hanno concluso gli autori del rapporto. “A differenza delle telecamere, che catturano momenti isolati e spesso porzioni limitate di una scena, gli osservatori umani interpretano continuamente l’ambiente circostante, integrando la percezione visiva in tempo reale con la comprensione del contesto“. Per dirla con le parole usate nell’immediato da Glover per comunicare con il controllo missione: “è una vista davvero pazzesca”.


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